Scelti per voi

libro-0Elena De Marchi,

Claudia Alemani Per una storia dei nonni. Dall’Ottocento ai giorni nostri Viella, Roma 2015, pp. 276, € 25,00

Nonni e nipoti tra passato e futuro.

Elena De Marchi e Claudia Alemani presentano in Per una storia delle nonne e dei nonni. Dall’Ottocento ai nostri giorni, un’indagine che ricostruisce i mutamenti intervenuti nella struttura del nucleo familiare negli ultimi due secoli, utilizzando una fitta documentazione e una ricca bibliografia ragionata.

Si parte dal profilo dei nonni come emerge dalle testimonianze riguardanti personaggi celebri in cui il nonno appare come una figura di lavoratore burbero e abile, capace di perpetuare la tradizione familiare, mentre la nonna è presentata come affettuosa ed accogliente, priva di aspetti giudicanti e impegnata nelle cure domestiche e nei giochi da salotto, con dedizione e sobrietà. Molto intensa appare la vita quotidiana con i nipoti, fatta di attività piacevoli come nuotare, sciare, pescare (per i maschi) raccogliere fiori o adornare le casa (per le femmine). L’analisi delle buone maniere e dell’educazione morale (effettuata prevalentemente attraverso i “Galatei”) ci rivela l’evoluzione del modo di affrontare la senescenza. Ciascuno vi arriva in tempi diversi, ma viene affrontata sempre con una compostezza che riguarda la sfera privata ma anche quella sociale, poiché è nell’ambito familiare che si crea il buon cittadino. I galatei non si limitano perciò a prescrivere regole di etichetta ma si trasformano in manuali morali e i nonni sono spesso considerati i migliori educatori, ritenendo sbagliato delegare tale ruolo esclusivamente a scuola e genitori. Le autrici passano quindi ad esaminare lo sviluppo del diritto di famiglia, con un excursus che parte dalle norme degli Stati preunitari per arrivare ai più recenti provvedimenti. L’analisi dimostra  come si sia passati da una concezione che tendeva a proteggere, più che i minori, la famiglia come istituzione e a mettere in secondo piano la figura della nonna, ad una impostazione che non opera più distinzioni tra nipoti “legittimi” e “naturali” e mette sullo stesso piano i nonni e le nonne, sia materni sia paterni, arrivando ad obbligarli a prestare aiuto ai genitori che non hanno i mezzi necessari per mantenere i figli.

Questa evoluzione rispecchia quella delle condizioni socio-economiche. Nei ceti popolari italiani rurali fino a non molto tempo fa era ancora diffuso un modello di famiglia allargata di cui era capo  riconosciuto proprio il nonno, mentre la nonna era la reggitrice delle risorse, dei rapporti e dei lavori domestici, occupando anch’essa uno spazio di grandissimo rilievo. In questo ambito, negli ultimi decenni, la fisionomia si è curvata verso gli aspetti di affetto e di dolcezza, mentre sovente proprio la perdita della convivenza provoca stupore a ammirazione per il rispetto di cui godono nel loro ambiente i nonni, non di rado anche portatori orgogliosi di militanza politica. Le testimonianze prevalenti tendono perciò oggi ad idealizzare il loro ruolo, lasciando in ombra alcuni aspetti negativi. Il capitolo conclusivo riguarda la contemporaneità, il cui aspetto fondamentale è individuato nel diffondersi della mobilità e della precarietà del lavoro che richiede un apporto determinante dei nonni nelle attività di cura, costituite oggi principalmente dalla alimentazione, dalla narrazione di storie e memorie: secondo il rapporto ISTAT 2008, il 64,4% dei bambini tra 0 e 13 anni veniva  abitualmente affidato a uno dei nonni in assenza dei genitori.

Non è facile prevedere se questa linea di tendenza potrà continuare a lungo, perché il modello non appare sostenibile. Se infatti l’aumento della speranza di vita e l’allungamento dell’età del primo parto significano che un bambino ha buone possibilità di avere alla nascita i nonni tutti vivi e di frequentarli a lungo, è anche vero come afferma una inquietante previsione ISTAT del 2003 che un ricorso così intenso ai nonni rappresenta un sicuro elemento di criticità: la rete familiare è sovraccarica e le tendenze demografiche e sociali in atto lasciano prevedere un suo ulteriore aggravio.

Il libro, ricco e documentato, non è una lettura facile o consolatoria, ma certo capace di aiutarci a capire i termini di una questione decisiva per il nostro futuro, come quella dell’educazione dei più piccoli.


libro-1Ombretta Degli Incerti

Giulia Colombo

Coordinate

Giovane Holden Edizioni, Viareggio 2015, pp. 80, €12,00

Coordinate è una raccolta di poesie pubblicata in seguito alla selezione dell’autrice tra i 20 finalisti del Premio letterario nazionale Bukowski, edizione 2014.

Si tratta di volumetto molto particolare e interessante scritto da una studentessa di biologia nata nel 1994. Il sottotitolo riportato in copertina, Un tentativo quasi epifanico di rispondere all’esigenza di mettere ordine nel vissuto, rende il senso del contenuto ed anche un punto di vista del mondo dei giovani di oggi nel passaggio tra vecchio e nuovo millennio: appare di particolare interesse questa apertura al nuovo con consapevolezza e rigore. In Coordinate Giulia organizza la sua raccolta di poesie in tre parti: Affari esteri, Affari interni, Creature meravigliose e suddivide la prima parte in Atti e Parole e la seconda in Astri e Costellazioni. L’ultima sezione appare più libera e di ricerca, aperta a nuove sollecitazioni esterne ed interne. Si evidenzia un passaggio dalla cultura e dalla storia contemporanea alle visioni e sperimentazioni del nuovo, passando attraverso la riflessione interiore. Per il lettore si tratta di un viaggio tra eventi e sentimenti attraverso la leggerezza della parola fino ad un nuovo sentire fiducioso nel domani. Il valore dato alla sfera interiore emerge anche dall’immagine di copertina che è stata la prima cosa di questo volumetto che mi ha colpito e che descrivo come guida ai testi delle poesie: è un acquerello, curato dalla stessa autrice, che rimanda ad un sentimento profondo e insieme leggero. Una esile figurina in movimento con la sua ombra, che riflette la nostra evoluzione, tra cielo e terra, spirito e materia, un movimento su una frontiera sottile: la sua direzione antioraria sembra un aggancio al passato e alla storia, mentre nel suo insieme un equilibrio di forme e contesti è dato dalla direzione contraria del cielo. L’immagine ricorda di mettersi in cammino, muoversi per partecipare e aprirsi al nuovo non tralasciando il vecchio. In questo senso ho apprezzato la scelta di una poesia di questa raccolta fatta da Maria Piacente nell’editoriale del numero scorso di Pedagogika che ha trattato il tema Migranti. Il linguaggio della poesia consente di tenere insieme e contenere il mondo del sentire interiore e al tempo stesso dell’essere e vivere in un tempo complicato considerando nuove prospettive e curiosità. Il sentire della parola e il valore delle immagini che ci guidano sono evidenziate nella presentazione sintetica della biografia dell’autrice “…Scrive per vedere, guarda per scrivere. Cerca di amare le cose per capirle meglio” e il volumetto consente di percepire una apertura al futuro e all’altro, nella prospettiva di integrazione del nuovo per “restare umani” e “interagire con le differenze degli altri”. Per concludere e motivare alla lettura di queste poesie ne scelgo una dalla sezione Affari interni, molto breve e intensa:

Dovunque percepire

Un prato con i suoi abitanti

Ha un universo di storie

Che non sapremo:

in queste trame sottili

si riassume

la calma di millenni a venire.

Emilia Canato


libro-2Barbara Mapelli 

(a cura di) L’androgino tra noi Ediesse, Roma 2015, pp. 201, € 13,00

Con questo nuovo lavoro, Barbara Mapelli continua la ricerca sulle tematiche connesse alle culture di genere, curando un

testo che affronta il tema dell’androgino. Perché occuparsi dell’androginia? Per trovare spazi maggiori di libertà nel proprio pensiero, risponde la curatrice, spazi che consentano ai soggetti, da un lato, di non ancorarsi in posizione difensiva a una lettura del reale pur faticosamente costruita, dall’altro di non chiudere il confronto con coloro che sembrano percorrere sentieri inattesi. Per un lungo periodo, infatti, almeno nel nostro paese, lo sforzo è andato nella direzione di leggere e interpretare costruzioni del pensiero e pratiche dell’agire come esiti di differenze sessuali e di genere. Ma se la categoria del genere o quella della differenza vengono assunte come uniche modalità di interpretazione, potrebbero anche trasformarsi in trappole. Proprio nel tentativo di definire un quadro interpretativo, rischierebbero infatti di non poter accogliere le differenze che pure si manifestano all’interno dell’uno o dell’altro sesso, e tenderebbero perciò a omologare, a non considerare il mutamento nello spazio delle singole vite, un mutare che non è sempre lineare né per forza definitivo, e che riguarda anche l’orientamento sessuale.

Mettere in campo il tema dell’androginia rileggendo, come Mapelli fa nel saggio d’apertura, miti, figure e opere letterarie, mettendone in luce significati, complessità e ambiguità potrebbe consentire di costruire un orizzonte capace di far coesistere modalità interpretative diverse, ma non per questo oppositive.

La difficoltà si rivela allora quella di cercare, se non una definizione dell’androginia, almeno una traccia di confini. Invece “Resta […] una sorta di indeterminatezza di cosa/ chi sia l’androgino: figurazione della mente, rêverie, processo e risultato di nuove famigliarità tra i sessi, nuove forme di relazioni sessuate, […] che scelgono l’erranza come modo di rapportarsi, di sedurre, di amare e di rappresentarsi [..]” (p. 66).

Nella seconda parte del testo altre voci, femminili ma anche maschili, entrano in campo a costruire un confronto allargato, riflettendo e rintracciando persistenze androgine in moti ambiti, a dimostrazione che il tema è un sotteso, tra noi e in noi, consapevolmente o inconsapevolmente taciuto o non percorso.

Numerose sono le tessere che compongono un mosaico variegato e offrono una prospettiva inedita: storie di vita, riletture o reinterpretazioni di testi in chiave letteraria e psicoanalitica, una lettura inconsueta delle organizzazioni, ma anche dell’arte e della moda, un affondo nel femminile omosessuale e nel maschile eterosessuale.

La terza parte del testo esplora un risvolto che si potrebbe definire come l’androgino nella rappresentanza politica. Isabella Peretti e Vittoria Tola partono dalla considerazione che, pur essendo per la prima volta la composizione del parlamento e del governo marcata da una consistente presenza femminile, tuttavia il dato della differenza non diviene riconoscibile, ma al contrario sembra quasi giacere nell’indifferenza. Ad alcune parlamentari e a intellettuali femministe chiedono dunque “se la depoliticizzazione della differenza sessuale [..] non esprima forse anche una mutazione antropologica, oltre ad essere l’esito di un processo politico. Oppure [se] coesistono entrambi questi fattori” (p. 155). Diversissime, spesso in contrapposizione tra loro, le risposte che aprono nuovi interrogativi ed esigono che sul tema si apra un dibattito più ampio.

Indagare il tema dell’androginia dunque spinge a de-costruire, a lasciare spazio ai dubbi, piuttosto che a rafforzare certezze. Ma sembra presentarsi come passaggio necessario di una ricerca capace di tenere in campo aspetti ed elementi anche contradditori, non per adeguarsi ad un reale mutevole, ma per trovare nuovi strumenti di analisi.

Claudia Alemani


Sergio Trammlibro-3a Pedagogia della contemporaneità. Educare al tempo della crisi

Carocci, Roma 2015, pp. 166, € 15,00

Perché oggi si parla di “crisi della pedagogia”? Quale – o quali – “crisi” nell’attuale? Quali le risposte dentro uno scenario caratterizzato da instabilità, globalizzazione, finanziarizzazione, precarizzazione del lavoro e dei percorsi di vita, contrazione del tempo passato e futuro? Il testo, partendo dalla pedagogia e tornando a essa (in particolare alla pedagogia sociale, che assume in sé problematicità e contraddizioni del rapporto tra educazione e società), si pone queste domande rintracciando gli apprendimenti che creano difficoltà anche a chi opera in campo pedagogico-educativo.

La prima crisi evidenziata è proprio della pedagogia; crisi a favore tuttavia dell’educazione informale e non (sempre) intenzionale, che gode invece di “buona salute” (p.35), poiché scarsamente controllata della pedagogia “ufficiale”. Essa risulta infatti affaticata, tanto dalla storia passata di eccessivo riconoscimento e di aspettative connesse all’educare (tuttavia non mantenute), quanto per la sua condizione attuale, che la comprime tra il prevalere della tecnica e dei criteri di scientificità e la rinuncia totale a una formazione alla “connaturata umanità” (p.26). Non si può negare il suo carattere storico-sociale né rinunciare al riconoscimento di dimensioni di autonomia pedagogica. È proprio l’autonomia però a essere oggi realmente in crisi (più che la pedagogia in sé), in quanto non più contesto prevalente di produzione di pensiero sull’educazione.

L’instabilità sociale diviene così instabilità pedagogica; la ricerca di senso dell’educare (chi educa chi? Perché? A cosa? Quando, dove e come?) si inserisce in un quadro complesso con cui è necessario fare i conti. Il sentimento di sfiducia e insicurezza cresce insieme alla crisi sociale del welfare state e delle attivazioni pubbliche per un benessere (collettivo), affidato invece sempre più a risposte private, individuali. Oltre al ridimensionamento dell’idea di cittadinanza, si registrano ulteriori cambiamenti: nella costruzione dell’identità e nell’individuazione dei corsi di vita, nella comparsa di nuove fragilità, nel malessere aggressivo.

Diverse sono le risposte date nell’attuale alla crisi e le loro implicazioni pedagogiche: dalla cultura imprenditoriale alle proposte neocomunitariste, alla decrescita felice. Se la prima soluzione rafforza l’idea di privatizzazione di benessere e una dipendenza dei lavoratori dal capitale, la seconda si rivela inutile o addirittura nociva perché perlopiù consolatoria. Il paradigma della decrescita tenta invece una terza via, uscendo dall’idea di sviluppo eppure di impoverimento; essa non può restare solo un riferimento intellettuale, ma necessita di soggetti che la pratichino con prospettive economiche, politiche e culturali.

Pedagogia ed educazione vengono chiamate in causa in questa complessità, mostrando però le proprie fatiche in assenza di solidi modelli di buon cittadino e di buona società. È necessario interrogarsi su diritti e doveri (individuali e collettivi), sostenendo la ricerca politico-pedagogica, ma evitando illusioni connesse al cambiare tutta la società o all’attribuire il potere del cambiamento alla sola scuola, alla famiglia o ai mezzi di comunicazione. Anche la soluzione di affidarlo a “bravi maestri” appassionati, mossi da scelte minoritarie, radicali, non è sufficiente per un reale cambiamento sociale. Emerge così la mancanza di soggetti in grado di produrre progettualità alternative alla crisi. A non essere condivisa è l’idea intorno alla cittadinanza e a chi spetti costruirla, di chi siano dunque le “colpe” della sua attuale assenza, che può educare a una cultura “non civica”. Ciò non dipende da un deficit dell’educazione intenzionale, ma dall’esito di molteplici esperienze educative. Tuttavia all’educazione spettano compiti formativi importanti: intorno al limite e alle possibilità dell’azione individuale; alla problematicità e responsabilità di questa; al disvelamento della legalità. Interessante poi l’ipotesi di recupero della cultura di sinistra, capace di individuare problemi reali, proponendo, non soluzioni illusorie di cambiamento, ma praticabili linee di ricerca. Una pedagogia così intesa ha il compito di una presa di posizione (oltre che sul passato e sul futuro) sul presente.

Marialisa Rizzo