Tablet e tavole. Per una educazione non conforme

La cultura digitale sta modificando nel profondo il mondo in cui eravamo, stiamo vivendo una “mutazione” e non sappiamo quando la trasformazione sarà completa, siamo tutti mutanti e i nostri figli e nipoti lo sono sempre di più. I bambini lo sanno, siamo noi adulti a dover ritrovare il coraggio di dare corpo alle nostre idee e azioni educative.


Di domenica, all’ora di pranzo, in una ridente cittadina di mare, una famiglia è al ristorante; hanno già ordinato, mentre aspettano i due figli, maschi, a occhio di nove e cinque anni, sono immersi nei loro tablet fatti apposta per i bambini. Presumibilmente giocano. Continuano a farlo durante tutto il pranzo, anche una volta arrivati gli spaghetti con le vongole. Una volta mangiate le vongole da solo, il più piccolo viene imboccato dalla madre mentre continua a giocare. Più o meno finiti gli spaghetti il pranzo è terminato e i due ragazzini passano dal tablet al telefono, e così fino alla fine. Di sera, a cena in un bellissimo paesino di montagna con la neve, un bambino di circa tre anni guarda un video animato su un tablet; arriva la pasta e la madre toglie il tablet per imboccarlo meglio e quello scoppia a piangere stizzito e disperato. Per evitare che resti digiuno e, con lui, gli altri clienti storditi dalle urla, i due genitori cedono, risistemano l’apparecchio davanti al figlio e la madre lo imbocca dalla sua postazione, mentre imbambolato fissa lo schermo e apre meccanicamente la bocca.

Tra i tanti esempi disponibili per sottolineare l’inadeguatezza del comportamento degli adulti nel loro quotidiano interagire con i bambini, ne ho scelti volutamente due che mettono in scena il sempre più diffuso difficile rapporto con il cibo vissuto dai bambini; allo stesso tempo mettono in gioco la relazione inscindibile tra la bocca e le mani nell’esplorazione del mondo, relazione necessaria per realizzare, attraverso l’esperienza, la costruzione di sé, del sapere, delle relazioni con gli altri. In tutto questo processo sono importanti tanto le tecnologie quanto le scelte educative delle persone, tanto il contesto sociale quanto le intenzioni individuali.

Provo a sviluppare il mio ragionamento a partire da questo punto di non ritorno.

La sperimentazione e la messa a punto della posizione eretta da parte degli antenati umani, circa sei milioni di anni fa, ha prodotto, insieme alla possibilità di vivere una sessualità frontale, maggiormente ricca di comunicatività affettiva, la fondamentale conseguenza della liberazione contemporanea della bocca e delle zampe anteriori: la mano dotata del pollice opponibile poteva ormai essere usata per procurare il cibo e per raccogliere, trasformare, costruire oggetti; la bocca poteva provare e sviluppare il linguaggio.

In cambio di vantaggi tanto significativi la posizione eretta richiedeva la modifica delle dimensioni e della posizione del bacino, con la conseguente riduzione del canale del parto per evitare, al feto e alla madre, un peso e un volume eccessivo da sopportare durante la gravidanza e il parto. Ciò ha comportato la riduzione della forma e del peso della testa e, dunque, della grandezza del cervello alla nascita: per queste ragioni, dunque, i bambini nascono con un cervello non del tutto sviluppato. Le due fasi dell’infanzia e dell’adolescenza servono a questo: permettere al cervello in azione con l’ambiente circostante di crescere, organizzarsi e funzionare.

La crescita e la maturazione avvengono attraverso l’esperienza e l’apprendimento in un determinato contesto socio-culturale; a seconda delle caratteristiche del contesto cambiano i tempi e i modi dell’infanzia e dell’adolescenza: le età della vita hanno un fondamento biologico (anch’esso coinvolto in trasformazioni, nei tempi e nei modi dell’evoluzione biologica) e mutano in funzione del contesto socio-culturale, nel quale agiscono, come mediazioni, anche tutte le articolazioni tecnologiche. E qui viene il bello. Cosa sta succedendo oggi? Alcuni tempi si accorciano, altri si allungano; cambiano le famiglie, le relazioni sociali, i corpi, le conoscenze, le teste.

Vediamo per cenni la situazione. Il nostro paese è sempre più vecchio, con uno degli indici di natalità più bassi del mondo (http://www.istat.it/it/archivio/natalit%C3%A0 +e+fecondit%C3%A0); i bambini, sempre più rari, sono vezzeggiati e protetti a lungo, troppo, soprattutto dalle madri “avatar” di specie italica, la più insistente nel prolungare l’estensione del cordone ombelicale invisibile, oggi costituito dalle varie forme di controllo e interazione digitale, ben oltre i limiti dell’infanzia propriamente detta. Nello stesso tempo, si accorcia il passaggio dall’infanzia all’adolescenza perché la pubertà arriva prima, per effetto anche qui della dinamica tra il fondamento biologico e quello socio-culturale: il benessere fisico diffuso comporta una maturazione fisiologica generalmente più precoce, questa è accompagnata da una sovra-esposizione informativa dei preadolescenti che li rende molto informati, maturi sessualmente ma non altrettanto psicologicamente. L’infanzia, dunque, si allunga con le madri, si accorcia con lo sviluppo, s’interrompe, spesso bruscamente, con l’adolescenza; l’adolescenza si prolunga, troppo, verso un’età adulta che sembra non arrivare mai, accompagnata da genitori sempre più impreparati, sempre più immaturi (“adolescenti” praticamente) e da condizioni socio-economiche che non aiutano certo l’inventività e l’autonomia. In tutto questo gli anziani sono sempre di più e sempre più anziani, proiettati, però, verso condizioni di ringiovanimento.

Queste sintetiche note s’intrecciano con altri elementi di contesto, che rendono l’insieme ancora più elastico e indefinito: la cultura digitale sta modificando nel profondo il mondo in cui eravamo, stiamo vivendo una “mutazione”, per dirla alla Baricco, che ci rende anfibi. Siamo tutti mutanti e i nostri figli e nipoti lo sono sempre di più, e non sappiamo se e quando la trasformazione sarà completa: la mano col pollice opponibile sembra servire sempre più da supporto al pollice solo, “joystick” esistenziale con il quale costruire il mondo e se stessi (prospettiva al momento tanto imprevedibile, quanto poco esplorata e un po’ inquietante), tanto che il filosofo Michel Serres ha scelto proprio Petite Poucette come titolo del suo saggio sulla cultura contemporanea. Qualche giorno prima di Natale 2015 ho pubblicato un libro digitale, un e-book che s’intitola Dare corpo. Idee scorrette per una buona educazione (https://ltaonline.wordpress.com/graffi/dare-corpo): ne parlo per farlo conoscere e cercare di attivare riflessioni da discutere sui tanti temi che ho affrontato studiando, ragionando, concretamente lavorando con bambini e ragazzi al Fienile di Orazio (http://www.fienilediorazitoblog.com/?page_id=2), il laboratorio di campagna nel quale l’idea del libro ha avuto origine, nel quale si svolge una delle parti della mia identità e, ovviamente, all’Università con gli studenti, nella quale il libro è stato sviluppato e pubblicato.

Nel libro ho intrecciato tre dimensioni: la dinamica città-campagna (cioè artificio-natura, teoria-pratica, astratto-concreto), lo stato attuale della famiglia in Italia, la diffusione della cultura digitale, per ricostruire l’immagine dell’infanzia oggi e le sue condizioni reali, e confrontare le mie idee sull’educazione con questa realtà.

Dal mio “cucuzzolo” ho osservato le famiglie cambiare, i bambini diventare sempre più rari e preziosi, sempre più ossessivamente protetti sotto il rassicurante e ricattatorio ombrello della medicina, in un generale clima di timore, se non di vera e propria paura, che al piccolo “cucciolo d’oro” possa accadere qualcosa di male e di brutto.

I bambini sempre più rari e preziosi sono per lo più figli di genitori molto adulti, con poco senso pratico, molta paura e alcun senso dell’autorità; sono “bambini re” ai quali i genitori offrono tutto quel che possono, non dicono quasi mai di no, garantiscono un controllo serrato sulla vita perché nulla ne turbi la crescita, protetta da ogni rischio di errore, fallimento, frustrazione. Nati e cresciuti in un mondo percepito sempre più pericoloso a causa, soprattutto, dei rischi ambientali e dei conflitti militari diffusi a livello planetario, questi bambini vengono il più possibile tenuti lontani da ogni rischio fisico e psicologico ma, in questo modo, rischiano di più: di restare dipendenti, incapaci di essere autonomi, di affrontare, cioè, l’incertezza e l’errore, l’avventura e la frustrazione, elementi necessari di ogni crescita consapevole, di ogni esperienza portatrice di senso, di ogni apprendimento radicato nella passione.

“Vivere è un’avventura”, scrive Morin, ma perché ciò sia realmente possibile è fondamentale ripensare l’educazione in termini di libertà di movimento, Dewey direbbe “esterno”, fisico, materiale, e “interno”, del pensiero e della creatività.

La libertà di movimento “esterno” è la condizione perché si sviluppi ricca e armoniosa la libertà di movimento “interno”. L’‘uni-dualità’, unione indissolubile di dimensione organica- naturale e di dimensione artificiale-culturale, corrisponde alla dinamica tra libertà “esterna” e “interna”; tale dinamica viene confermata da studi di ambito neuro-fisiologico come quelli di Damasio e delle equipes che hanno scoperto i “neuroni-specchio” e le loro funzioni.

Corpo e cervello sono un sistema complesso e dinamico in costante azione reciproca; ogni azione motoria, anche la più semplice, al tempo stesso è un’azione visiva e esplorativa dell’ambiente circostante. La bocca che prova e assapora, che gusta ed esplora, corrisponde alla mano, la mano alla vista e a tutti i sensi: la loro esplorazione costruisce l’esperienza nella sua costante attività con il cervello. La conoscenza e la coscienza di sé e del mondo, dunque, passano dall’esperienza del corpo: tanto più questa è ricca, varia, interessata, appassionata, adattabile, curiosa, libera fuori, tanto più creativa e consapevole, appassionata e libera sarà dentro, nel pensiero e nelle idee della mente, frutto in movimento della dinamica tra corpo e cervello.

Ci sono bambini che evidentemente sanno ciò di cui hanno bisogno e, per fortuna, sono stati messi in condizione di dirlo. “50 things to do before you’re 11 ¾”  (https:// www.50things.org.uk) è un progetto del National Trust (https://www.nationaltrust. org.uk), importante organizzazione che si occupa della salvaguardia e promozione del patrimonio paesaggistico e storico-artistico della Gran Bretagna. Un comitato di 10 membri maschi e femmine, tra i 7 e 12 anni, ha stilato la lista delle 50 cose che i bambini devono poter fare prima di compiere 12 anni: il progetto è nato come reazione concreta ai risultati di Natural Childhood (https://www.nationaltrust.org. uk/documents/read-our-natural-childhood-report.pdf), studio curato da Stephen Moss nel 2012, documentata ricognizione sulla vita indoor dei bambini inglesi e, quindi, sulla necessità di riconnettere i bambini non soltanto all’ambiente esterno (nel giardinetto sotto casa, per intenderci) ma all’ambiente naturale in senso ampio. Scivolare sul e nel fango, mangiare una mela colta direttamente dall’albero, esplorare una grotta, catturare insetti, accendere il fuoco all’aperto per cucinare, guadare un torrente, giocare nella neve, correre sotto la pioggia: sono alcune delle tante piccole avventure, presenti nella lista del Kid’s Council, che ogni bambino dovrebbe poter vivere per crescere curioso, autonomo, sano, fuori e dentro.

I bambini lo sanno: che vivono sempre di più dentro casa, isolati gli uni dagli altri, spesso con la sola compagnia di strumenti digitali, compagni di “avventure” vivaci e consolanti, finestre interessanti, specchi magici, per guardare sé e il mondo. Non ai “devices” digitali dobbiamo dare la colpa di aver tolto il corpo ai bambini, ma a noi stessi. Siamo noi adulti a dover ritrovare il coraggio di dare corpo alle nostre idee e azioni educative, magari scegliendo di praticare idee “scorrette”, fuori del coro, con sguardo obliquo per cogliere meglio le sfumature di un pensiero aperto e irriverente; così, forse, saremo capaci di sviluppare una prospettiva diversa di buona educazione, nella quale la cultura digitale partecipi all’avventura del vivere radicata nel corpo e nella sua esperienza.

Docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso l’Università degli Studi Roma Tre

Riferimenti bibliografici

Baricco Alessandro, I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli, Milano, 2008

Damasio Antonio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, 1995

Dewey John, Esperienza e educazione, Cortina, Milano, 2014

Leroi-Gourhan André, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino, 1977

Morin Edgar, Imparare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Cortina, Milano, 2014

Serres Michel, Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri, Torino, 2013

Rizzolatti Giacomo, Sinigaglia Corrado, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Cortina, Milano, 2006

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