Musica

libro-5David Gilmour Rattle That Lock Sony Music, 2015, € 20,90

Risulta sempre difficile esprimere a parole ciò che si prova quando si ascolta una canzone che produce in noi forti sentimenti. L’unico modo per darne un’idea più concreta è cercare di ricondurre quell’emozione, o quella serie di emozioni, ad un’altra, magari più comunemente conosciuta per poter poi fare un paragone tra esse. Ho premesso tutto ciò perchè vorrei descrivere, usando questo trucco, quanto ha rappresentato per me l’ascolto di Rattle That Lock. Purtroppo o per fortuna di David Gilmour, non ci si può discostare troppo dall’impressione di imbattersi nei suoi Pink Floyd (per ragioni stilistiche, timbriche ed emozionali) mentre ci si immerge in questo album (il quarto per il polistrumentista di Cambridge) e, per questo motivo, le sensazioni causate dal cantante sono molto simili a quelle provocate dal gruppo inglese.

Cercando di esprimere ciò con un’immagine concreta, si vive un’esperienza simile quando, coi piedi nudi, ci si trova a camminare su di una superficie calda e soffice (ad esempio un tappeto): l’impressione complessiva è che tutto il corpo goda della sensazione provata direttamente solo da una sua estremità. Allo stesso modo, entrando dalle orecchie, la musica di Gilmour (similmente a quella della band di The Dark Side Of The Moon) propaga la percezione di appagamento emotivo, avvolgendo fisicamente l’ascoltatore. L’album inizia e finisce con 2 pezzi che fanno da collante a tutto ciò che sta nel mezzo: con la tecnica del “reprise”, l’autore spezza un brano in 2 parti, ponendone una all’inizio (“5 A.M.”) e l’altra alla fine (“And Then…”), per dare al pubblico l’impressione di un ascolto ciclico che ritrova le caratterische che l’hanno accolto anche quando sta per concludere la sua esperienza uditiva. Grazie a ciò, Gilmour descrive minuziosamente, con l’ausilio della musica, l’ambientazione nella quale prenderà forma la storia che vuole raccontare, prima di narrarla. In tutto l’album è presente un forte contrasto e, al contempo, una leggera fusione tra cupe atmosfere apocalittiche e sognanti sfumature paradisiache. Possiamo notare degli esempi del primo caso in pezzi come “In Any Tongue” e “Rattle That Lock” (che abbraccia molti aspetti e sonorità appartenenti all’esperienza dei Pink Floyd, mostrando, però, un rock più moderno e pulito).

Fanno parte del secondo caso, invece, le tracce “A Boat Lies Waiting” e “Beauty” (in cui la trama del sogno viene strappata dall’incedere propositivo del basso e dalla ruvidità dell’assolo della chitarra). Compare, inoltre, un brano che costituisce un collegamento tra questi 2 concetti estremi che si attraggono e si respingono durante lo sviluppo dell’album: in “Faces Of Stone”, il buio delle nuvole viene dissolto dall’urlo liberatorio della chitarra, che, sul finire, ci fa ritrovare in mezzo ad uno scenario etereo. I 3 brani rimasti rappresentano un tratto distintivo del lavoro dietro all’opera di Gilmour: “Dancing Right In Front Of Me” è una sonata puramente jazz con tanto di virtuosismi di pianoforte ed echi di chitarra in lontananza; “The Girl In The Yellow Dress”, anch’essa con forti accenti jazz, sembra fatta apposta per ambientazioni fumose ed eleganti da pianobar; infine, “Today” (che ricorda non troppo lontanamente “Another Brick In The Wall”, proveniente, ancora, dal repertorio del quartetto britannico), ha ritmi serrati ed ipnotici alternati ad intermezzi lenti e melodici.

Le canzoni di Rattle That Lock non finiscono, ma si dissolvono e si trasformano nella loro successiva, generandosi una dalla conclusione dell’altra. Riutilizzando ad un livello astratto il trucco visto all’inizio, l’ascolto di questo album è paragonabile al trovarsi davanti ad una tela bianca che venga, a poco a poco, durante lo svolgimento dell’opera, riempita con vari elementi che compongono lentamente e dolcemente un paesaggio; il tipo di paesaggio dipende dal brano e dai suoi toni, accesi o rilassati, tranquilli o movimentati. Alla fine di ogni pezzo, la tela assorbe i colori ed i tratti precedentemente dipinti su di essa e ritorna ad essere bianca, in attesa di un’altra ispirazione che dia origine ad un altro paesaggio. Quello che non manca mai, all’inizio di ogni composizione, è la stesura dello sfondo (a volte provocata dall’innalzarsi del volume del sintetizzatore) che trasferisce all’improvviso l’ascoltatore in una dimensione che lo immerge interamente. A quel punto si aggiungono gli altri strumenti che definiscono il disegno in maniera più dettagliata, determinando infine la vista di un panorama mozzafiato. La sensazione generale risultante è proprio quella di sentirsi parte dell’opera in quanto completamente inglobati da essa e in essa.