Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

Gentile Redazione,

sono Cristina e lavoro in un asilo nido. Anche se l’esperienza di educatrice di nido è consolidata da ormai molti anni, ogni qual volta ritrovo nel mio gruppo un bambino il cui comportamento fa pensare a un ritardo nello sviluppo mi rimbomba in testa la stessa domanda: “E adesso, come faccio a dirlo alla famiglia?”. Certo il primo passaggio che faccio è parlare con le mie colleghe, con la coordinatrice e con la pedagogista per confrontare la mia opinione e il mio sguardo con il loro; con la pedagogista definiamo la strategia da adottare e il modo in cui parlare alla famiglia. Eppure mi sono trovata molte volte in una posizione scomoda: negli anni mi è capitato di incontrare genitori che non vogliono vedere il problema, genitori che si sono risentiti e che hanno svalutato la mia impressione, genitori collaborativi che mi hanno ringraziato per averli sostenuti in questa fase critica. E, ancora, insegnanti della scuola dell’infanzia che mi hanno “rimproverata” di non aver visto abbastanza e di non aver fatto un passaggio adeguato o di non aver indirizzato la famiglia in maniera sufficientemente diretta verso un’equipe medica che certificasse il presunto ritardo e che aiutasse il bambino.

Noi educatrici del nido siamo infatti le prime persone fuori dalla cerchia di familiari e parenti che instaurano una relazione profonda con il bambino e durante il mio percorso professionale ho pensato e cercato di trasmettere ai genitori quanto un “doppio” sguardo sul bambino sia arricchente. Lo è sempre, e nel caso di un ritardo lo può essere maggiormente. Ma, nel frattempo, le domande mi assalgono: starò facendo le valutazioni giuste? Sono io che non riesco a instaurare un giusto approccio? Il suo ritardo dipende dal suo sviluppo psicofisico, dall’ambiente familiare in cui è inserito o da entrambe? E soprattutto, c’è un modo più adeguato di un altro per confrontarsi con la famiglia su delle ipotesi così scottanti? Come faccio a trasmettere alle insegnanti di scuola dell’infanzia la mia opinione sul bambino senza influenzarle troppo, nel caso sia stata io a non essere riuscita a trovare un giusta strategia per farlo “fiorire” o nel caso i genitori non vogliano che le informazioni che io ho condiviso con loro vengano riferite alla scuola del’infanzia?

La ringrazio anticipatamente per la risposta.

Cristina F.

Risponde Angelo Villa, psicoanalista.

Maria Piacente mi chiama e dice d’aver pensato a una nuova rubrica che si occupasse di affrontare i  temi della pratica educativa, terapeutica, quella che vede impegnata Stripes nel territorio. Aggiunge che ritiene possa essere strutturata sotto forma di domande e risposte. Una faccenda, mi vien da precisare, per nulla semplice o immediata. Sì, lo so, immagino di sentirmi ricordare, che un sacco di colleghi o, anche, giornalisti si destreggiano con abilità in questo che, alla fin fine, assomiglia a una sorta di genere letterario. Per quel che mi riguarda, io confesso di trovarmi in un certo imbarazzo. Il motivo? É essenzialmente duplice. Primo: le domande alle quali si dovrebbe rispondere appaiono necessariamente slegate da un contesto che le caratterizza e le rende accessibili, quello cioè di una persona, di un ambiente che attraverso la loro storia le declina in maniera meno anonima. Ma, a ben vedere, questo è un inconveniente che potrebbe anche essere superato. In fondo, in un dibattito pubblico, quando chi interviene pone un quesito ripropone grosso modo una situazione analoga. Il fatto tuttavia che, in una rubrica, lo scambio tra chi chiede e chi risponde avvenga per iscritto comporta che lo stesso sia estremamente stringato, e quindi trasportato in un linguaggio piuttosto assoluto o perentorio. Secondo motivo: la risposta, già la risposta! Come muoversi? Il rischio è  quello di piegare una complessità oggettiva o, meglio, di cercare di piegare tale complessità a uno schematismo riduzionista, quella della serie “faccia così o cosà”, oppure di provare magicamente a disperderla nel gioco seduttivo della retorica. Insomma, prescrizioni, slogan, parole ridondanti…

E allora? Mi azzardo a districarmi da un simile groviglio, aggirando soluzioni di maniera. Per quanto ne sono, ahimè, capace. Avanzo una puntualizzazione, obbligatoria. Di metodo, e quindi, nel campo in cui mettiamo le mani, di sostanza. Rispondere a questioni inerenti la prassi educativa o terapeutica non significa indicare un “che fare?”, di leniniana memoria, per la pura ragione che un “che fare?” non c’è. Per lo meno, in quei termini. Più di un “che fare?”, quel che è sollecitato è un saperci fare, un tatto, un’intelligenza. E, anche, una dose di… fortuna. Può darsi che, in taluni casi,  determinate risposte “funzionino”, spetto del tutto inaspettate. Gli esseri umani non sono così prevedibili come i robot. Può darsi che in altri, pressoché analoghi, no. Dunque, non c’è uno standard, il che sottopone ciascun operatore a un rischio: quello che presiede a ogni incontro. Un rischio tanto più forte ed esplicito, quanto l’incontro riguarda temi sensibili che attengono la vita emotiva, intima di una persona. In poche parole, il suo rapporto con la verità.

La questione che solleva Cristina, l’educatrice del nido, è di questa natura, ovviamente. Dico ovviamente non per banalizzare, ma perché tutte le problematiche che ineriscono l’ambito educativo o terapeutico lo sono. L’educatrice si chiede: dopo aver rilevato un certo comportamento del bambino, magari preoccupante, come si fa a dirlo alla famiglia?

In teoria, in linea di principio, la risposta suona quasi provocatoria, nella sua ovvietà: “con le parole”. Certo, come altrimenti? Non voglio essere superficiale, perché una frase del genere chiama in causa un insieme di problemi che, credo e spero, si potranno approfondire nei prossimi interventi. Mi limito, al momento, a sottolineare due punti. Ecco il primo: parlare o, meglio, dire è importante, necessario. Va tuttavia precisato che, intorno all’uso e all’abuso della parola, si sono costruiti montagne di retorica. Spesso si è veicolato e si continua a veicolare l’idea (o l’ingenuo idealismo buonista) che qualsiasi problema, grave o meno, possa essere risolto tramite una spiegazione, un racconto… Eserciti di psico-qualcosa, di imbonitori televisivi, di formatori d’ogni risma hanno veicolato e continuano a veicolare quest’illusione: basta parlare! E la realtà del mondo verrebbe a spalancarsi come il mar Rosso al passaggio degli ebrei nell’Esodo biblico! No, non è così, anzi così non lo è mai stato. Lo si deve chiarire: la parola non è magica, non è onnipotente. Non esorcizza la realtà, la sua durezza, la sua astiosità.

Detto questo, senza il timore di contraddirmi, ritorno sulla parola. Perché, gira che ti rigira, gli esseri umani non hanno che questo fragile, traballante “strumento” per confrontarsi, per spiegarsi, per capire… O, forse, anche per denunciare l’impotenza della parola stessa davanti alle sventure che assillano, quotidianamente e imprevedibilmente, la vita di tutti. Dunque, coraggio… Secondo punto: se parlare non è chiacchierare, spargere dei vocaboli a caso, questo significa che parlare o, insisto, dire non è un’azione priva di un suo costo. In altri termini, dire non è un’azione come tante, ma un atto. Ed è di fronte a un atto che ciascuno tocca con mano la solitudine che vi si associa. O, più ancora, il rischio che comporta. Si sbaglia? Si ferisce qualcuno? Si…? Esiste un atto che sia di per sé garantito? Evidentemente, no. Non sarebbe tale. Cristina, al contrario, sembra domandare una garanzia. Ma, ed è questo il problema, quando ci si espone, non c’è garanzia che tenga. È questa la verità. Né coi genitori di un bambino, né con gli insegnanti o i colleghi… D’altronde, ciascuno ha le proprie ragioni per non volerne sapere di difficoltà, sintomi e roba del genere. In particolare, quando riguardano la sfera privata. E allora occorre cedere al silenzio, tacere? Io credo che un’educatrice abbia il dovere (vocabolo alquanto desueto) di dire quello che pensa di un bambino, specie se lo coglie come in difficoltà. Assumendosi pure il rischio di incontrare le resistenze dei genitori o le difese di altri insegnanti. Peggio sarebbe se non dicesse nulla, se facesse finta di niente. L’indifferenza è il più terribile dei mali. Importante che l’educatrice non si muova solo sulla base di uno slancio emotivo, passionale. Non appare poi così decisivo che altri seguano le sue indicazioni o valutazioni, questo è un problema che non deve attenere più di tanto l’operatrice. La sua responsabilità riguarda il mettere a conoscenza l’interlocutore del suo punto di vista, con tatto e sensibilità. Spetta poi ai genitori o agli insegnanti trarre le loro conclusioni. Troverei, oltre che controproducente, deleteria un’insistenza affinché le suddette figure si adattino a quanto l’educatrice ha in mente… Che l’educatrice dica, si prenda sulle sue spalle il carico delle sue parole, poi il resto non gli appartiene… Il suo compito, fondamentale, si esaurisce in quell’atto! E non è poco! Aggiungo. Il bambino o, ancora, l’infante, cioè colui che non parla, è un test proiettivo, un Rorschach vivente, dove ciascuno trova il massimo di godimento nel proiettarvi i propri fantasmi inconsci. È bene non credere a troppe pretese di oggettività, più utile attenersi alla lucidità che può generarsi dal conoscere il bambino che si porta dentro di sé per scrutare con occhi e orecchie attente le impasse che nel processo evolutivo il minore incontra. La storia di qualsiasi bambino è anche la storia di chi lo accudisce. La punta di un iceberg di vicende che, nella maggior parte dei casi, faticano a riconoscersi e a identificarsi come tali. Dire è osare dire, cioè osare. La più triste delle accuse potrebbe essere quella di un genitore o di un insegnante che affermasse: ma come? Nessuno mi aveva mai detto niente…