Le differenze tra noi, consentiamoci un pensiero critico

Uguaglianza nella differenza significa non stabilire gerarchie tra le diversità, qualunque diversità, ma comprendere che solo attraverso questo riconoscimento si può stabilire una situazione di possibile partecipazione al bene e alle scelte comuni tra uguali.


Negli anni della contemporaneità il tema della differenza o delle differenze, le teorizzazioni e le pratiche ad essa legate sono state centrali non solo nell’attenzione e nella riflessione di pensatori e pensatrici, ma cominciano a segnare anche un interesse nel cosiddetto senso comune.

Sul palcoscenico della cultura europea, infatti – e degli altri Paesi cresciuti sul suo modello – costruita da e in funzione di un soggetto unico – maschio, bianco, eterosessuale, in buona salute fisica, psichica ed economica – hanno fatto irruzione, dal secolo scorso, le necessità di interloquire con soggetti diversi dal riferimento univoco, assunto come modello neutrale e universale, e il confronto, i contrasti che ha imposto questa nuova realtà hanno segnato il cammino e l’evoluzione delle società nei nostri Paesi. Hanno dato un senso nuovo anche alle scelte politiche, ai valori attribuiti alle concezioni di cittadinanza e democrazia, interrogando a fondo le concezioni stesse di partecipazione sociale e civile. Quest’ultima, infatti, non può identificarsi semplicemente come un processo di assimilazione all’interno delle istituzioni o al godimento dei diritti, poiché ciò significherebbe un percorso di emancipazione e omologazione ai modelli dominanti: una vera uguaglianza può essere perseguita solo attraverso il rispetto di ogni differenza, collettiva e individuale, e se questo principio non viene ancora praticato fino in fondo e forse non appartiene ancora pienamente al sentire comune, mi sembra comunque che progredisca nella sensibilità diffusa, ne diventi una trama che si allarga e muta atteggiamenti e comportamenti. Uguaglianza nella differenza significa non stabilire gerarchie tra le diversità, qualunque diversità – gerarchie che sono interne al termine disuguaglianza – ma comprendere che solo attraverso questo riconoscimento si può stabilire una situazione di possibile partecipazione al bene e alle scelte comuni tra uguali. E queste riflessioni, per quanto ci riguarda e interessa come educatori ed educatrici, divengono, dovrebbero divenire patrimonio comune, centralità pedagogica e discorso condiviso nei luoghi della socialità e della formazione.

Ma voglio abbandonare il discorso generale sulla differenza per avvicinarmi maggiormente a ciò di cui ho diretta esperienza: le aree dei saperi e delle ricerche legate alle tematiche di genere, all’interno delle quali le elaborazioni sono state e sono molteplici e hanno spesso guidato e aperto varchi di comprensione anche rispetto ad altre differenze, generazionali, di etnia e culture, sociali, di orientamenti e identità sessuali.

Le riflessioni all’interno del Movimento delle donne in merito alla differenza sessuale e di genere[1] hanno significato la denuncia della falsa universalità o presunta neutralità del logos maschile, usato come strumento di dominio rispetto al sesso femminile, e la ricerca di narrazioni, tradizioni di sapere, forme dello stare nel mondo delle donne, differenti ma di uguale dignità e valore di quelle degli uomini.

Negli ultimi decenni si è costruito un patrimonio di conoscenza, largamente sconosciuto al passato, che ha declinato l’essere nel mondo nel passaggio cruciale da una visione unica, accreditata dal solo pensiero maschile, a un’interpretazione della realtà perlomeno duale, che ha consentito e avviato l’accesso alla molteplicità – è più arduo il passaggio dall’uno al due, che quello dal due al più di due – e che ha legittimato dunque la possibile, necessaria convivenza di molteplici visioni oltre che stili di vita, atti conoscitivi che possono adottare differenti punti di vista.

Si è trattato di una vera e propria rivoluzione epistemologica, che ha spostato l’attenzione dall’oggetto del conoscere, il che cosa, al soggetto che conosce, il chi, riconoscendo e autorizzando la parzialità, e quindi la pluralità, degli sguardi che si affacciano e interpretano il mondo e il nostro essere nel mondo.

Questa modalità del conoscere è caratteristica, e mi scuso per la genericità e l’approssimazione, del pensiero della postmodernità, cui la riflessione delle donne ha offerto un passaggio decisivo, poiché ha sessuato la pluralità di questi sguardi, sottolineando come decisiva e fondativa la differenza di genere che offre qualità e attenzioni diverse nel modo di guardare e interpretare la realtà, i soggetti e le loro relazioni, private e pubbliche.

Questo lo sfondo su cui credo possiamo facilmente concordare tutte e tutti, ma il quadro cui riferirsi per interpretare la realtà del contemporaneo credo sia senz’altro più complesso e il nostro sguardo che privilegia, anche nella riflessione tra donne e uomini, la prospettiva delle differenze, senza assolutamente negarle credo che debba prendere anche atto delle criticità che vi sono presenti e che le teorie della differenza non bastano ad affrontare.

Intendo qui soffermarmi in particolare su tre di esse.

Prima criticità

Da alcuni anni l’osservazione della realtà del contemporaneo mi sembra sfugga, almeno in parte, alle interpretazioni che anche le più raffinate teorie della differenza hanno fin qui elaborato. Donne e uomini vivono ormai, ed è un fenomeno sconosciuto al passato, in tempi e spazi molto vicini, sul lavoro, nella sfera pubblica, nell’intimità dei rapporti affettivi e, per quanto riguarda i e le più giovani, le differenze di genere si intrecciano con differenze generazionali così marcate, da scavalcare e superare le diversità di sesso e creare piuttosto delle forti identificazioni e solidarietà tra pari di età. Somiglianze nelle abitudini e stili di vita, nel linguaggio, nell’abbigliamento, nelle attitudini ad affrontare un mondo che si presenta problematico, senza riferimenti precisi o modelli per ambedue i generi. A questo punto mi appare che il pensiero delle differenze, in particolare tra i due sessi non solo debba intrecciarsi con le differenze generazionali, ma ne venga fortemente mutato, divenendo non sempre funzionale ai bisogni e alle ricerche di identità dei/ delle più giovani. Occorre pensiero nuovo. Che inoltre consideri come la binarietà donne/uomini non soddisfi più le necessità di riconoscimento di soggetti che in questa binarietà non si sentono/vogliono essere collocati. Non solo omosessuali, donne e uomini, ma trans, queer, bi e intersessuali. Le domande di riconoscimento di orientamenti affettivi e sessuali che rifiutano la binarietà etero ci interrogano e disorientano, ci dislocano rispetto alla nostra stessa identità sessuata, ci costringono di nuovo a mettere in movimento il pensiero. E tutto questo credo sia un bene, perché pensare contro obbliga a pensare fino in fondo, rimuovendo almeno parzialmente la solidità delle radici su cui abbiamo costruito riflessioni, ricerche e pratiche, la solidità delle convinzioni che ci hanno guidato[2].

Seconda criticità

Ma anche il mondo delle donne e degli uomini è sempre più variegato, al di là della semplice differenza generazionale, credo che l’osservazione sia ovvia. Definire il soggetto donna o uomo diviene lavoro di molteplici e complessi intrecci, peraltro in continuo mutamento. Lo stesso assunto delle differenze garanzie di uguaglianza va continuamente reinterrogato, aggiornato, messo alla prova, confrontato coi soggetti stessi. Viviamo in un frattempo che può mutare le concezioni di identità e cittadinanza o correre il rischio di svuotarne il senso. È evidente che qui il discorso va ampliato, approfondito e forse occorrono anche plurali competenze per farlo. D’altra parte noi non vogliamo che i nostri assunti belli e buoni e giusti si trasformino in gabbie interpretative, in sistemi che tutto spiegano, come è stato spesso uso del pensiero maschile e non solo.

Terza criticità

Penso che talvolta sottolineare le differenze – e mi riferisco sempre a quelle tra donne e uomini, le uniche di cui mi sento di parlare con una certa competenza – possa risultare insufficiente, se non fuorviante, inefficace e ci distolga da alcuni obiettivi politici che ci ripromettiamo. Faccio un esempio per essere più chiara.

La genitorialità, e uso volutamente questo termine che comprende donne e uomini poiché penso che non si possa (e non si debba) più ragionare sulla maternità, perlomeno in termini politici e di pensiero sociale ed educativo, slegandola dalla paternità. Altrimenti si creano delle contraddizioni irrisolvibili, sia sul piano dei soggetti che su quello dei diritti più in generale. Pensiamo alla nostra Costituzione: prevede la tutela della maternità e l’uguaglianza nel diritto all’accesso al lavoro. Le due cose, lo sappiamo, sono in realtà in contraddizione e hanno creato innumerevoli problemi alle donne. Inutile soffermarsi, voglio solo sottolineare che non solo si è trattato di diritti che contrastavano tra loro, ma della creazione di culture e mentalità che sono entrate in contrasto anche nell’interiorità di ciascun soggetto, buona madre o buona lavoratrice.

In questo come in altri casi la problematica dovrebbe essere affrontata non sottolineando le differenze ma attenuandole e lavorando sui diritti maschili alla paternità. Solo se i permessi – e mi permetto di banalizzare, ma non più di tanto – di maternità e paternità arriveranno ad equivalersi, tendenzialmente si arriverà a una maggiore eguaglianza sul lavoro, garantendo quindi alle donne un diritto fondamentale di cittadinanza e di realizzazione personale, ma anche una maggiore eguaglianza nella condivisione dei lavori di cura e una liberazione di tempo. Per gli uomini la praticabilità reale di un’opportunità che sempre più numerosi desiderano. Lavoro complessissimo, che deve combattere non solo battaglie di diritti, ma anche mentalità consolidate tra donne e uomini. Lavoro squisitamente educativo dunque. E’ un esempio, ma io credo che le profonde trasformazioni del contemporaneo possano offrircene altri che ci interrogano e ci chiedono non di mettere in discussione l’assunto dell’uguaglianza nelle differenze, ma di problematizzarlo e adeguarlo al grande frattempo che viviamo.

Docente di Pedagogia delle differenze di genere presso l’Università di Milano Bicocca

Note:

[1] Comunemente si intende sottolineare con il termine differenza sessuale l’originarietà della differenza tra i sessi, in una prospettiva più o meno essenzialista secondo le diverse teorie, mentre genere e differenza di genere tende a definire come costruzione culturale tale differenza e a storicizzarne quindi il divenire. Sulla base di queste posizioni, nelle loro varie sfumature, si è sviluppato nel tempo un vivace dibattito all’interno dei Movimenti delle donne, con momenti anche di esplicita conflittualità. Userò in questo testo la dizione differenza di genere, cui mi sento più vicina, anche se l’intenzione del mio scritto è quella di relativizzarla.

[2]  Trovo i rifermenti a questo pensare contro e pensare fino in fondo in Galimberti, che lo adotta però per altri temi (cfr. Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano 2000, p.11).