Scelti per voi

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Giuseppe Burgio

Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità

Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni (Mi) 2012, pp. 250, € 20,00

 

Il lavoro di Burgio si apre con il racconto di un adolescente omosessuale, Davide. Grazie alla sua storia, insieme a quella di altri ragazzi, l’autore smonta il fenomeno del bullismo e lo fa interagire con quelle dinamiche per la costruzione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale in adolescenza. Analizza inoltre il fenomeno del bullismo in genere e in particolare il processo di vittimizzazione, che porta i bulli a prendersela sempre con determinati soggetti considerati deboli, delineando così dei ruoli, quello di vittima e persecutore, che tendono a rimanere nel corso della vita. Missione della formazione maschile è la virilità e per questo Burgio afferma che il ‘subire è donna’; ciò che viene, dunque, punito dal bullo è l’effeminatezza, la passività che nello stereotipo comune, caratterizza l’omosessuale, da cui il maschio prende fortemente le distanze misurando la sua eterosessualità in relazione alla distanza dall’omosessualità. Nel secondo capitolo, l’autore prende le distanze da quelle teorie che vedono lo sviluppo delle identità sessuali in adolescenza come rigide e dicotomiche e pone l’attenzione sui processi di soggettività e di strutturazione dei desideri, e in particolare sul racconto, la narrazione di sé, e su quella che definisce educazione sentimentale (organizzazione di emozioni e passioni nella formazione del carattere e dell’identità). Il soggetto gay può anche celarsi però, essere detto dagli altri o dirsi autonomamente. Il coming out è fondamentale per un omosessuale, e questo è un processo, secondo Burgio, che va avanti quotidianamente e impegna tutta la vita del soggetto.  Gli omosessuali hanno un bisogno esistenziale di dirsi, e ciò spinge anche i coetanei eterosessuali a dirsi a loro volta. Gli adolescenti eterosessuali possono quindi o intraprendere un faticoso percorso riflessivo, o bloccare il cambiamento sociale assumendo un comportamento da bulli nei confronti dell’omosessuale. La scuola acquista quindi un posto di primo piano, essendo luogo di produzione e riproduzione delle identità sessuali e di genere. Nel terzo capitolo si parla quindi del conflitto scolastico costantemente presente tra gay ed eterosessuali. Qui troviamo le dinamiche del conflitto, e l’analisi si concentra sull’oppressione degli omosessuali a scuola che risulta strutturata in due linee direttive principali: la normalizzazione della violenza fisica, da un lato e di quella verbale, dall’altro. Se la prima risulta accettabile in quanto assume la forma retorica dello scherzo tra ragazzi, della bravata, la seconda occulta e misconosce le narrazioni e le storie degli omosessuali. A chi serve quindi l’omofobia, si chiede Burgio? Si può parlare di eterosessualità a prescindere dall’omosessualità e viceversa? L’eterosessualità ha bisogno dell’omosessualità (altrimenti non avrebbe né nome né definizione) e al contempo, per risultare preminente, ha bisogno che l’altro sia sottomesso, che l’omosessuale sia quindi negato e/o oppresso. Il quarto capitolo approfondisce i temi relativi alla genesi del maschile e alle dinamiche performative della virilità, legando i temi della maschilità alla produzione della violenza. La violenza, di cui parliamo, è dello stesso tipo di quella rintracciabile nei fenomeni del bullismo nelle scuole: l’essere maschio già di per sé predisporrebbe all’essere coinvolti in situazioni di violenza: come attori o come vittime. Ciò sembra essere strettamente collegato al bullismo omofobico, che, pur essendo intramaschile, assume quei caratteri complementari che ci aspetteremmo nel conflitto tra il genere maschile e il femminile. Il bullismo acquista finalità educative, di normalizzazione della violenza. Il modello unico maschile imposto a se stessi è omologo quindi alla virilità violenta imposta agli altri, anzi, la violenza sarebbe la conseguenza, l’onda lunga di una costruzione del sé che si impernia sulla negazione della complessità del maschile. L’ultimo capitolo infine, è imperniato su una disamina dei principali rapporti nazionali ed internazionali relativamente alla percezione della condizione omosessuale e vengono specificati gli ambiti di intervento e i metodi grazie ai quali è possibile intervenire.


Cecilia Gallelli

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Ludovica Iopolo, Francesca della Ratta-Rinaldi e Giuseppe Ricotta (a cura di)Francesca della Ratta, Ludovica Iopolo e Giuseppe Ricotta (a cura di)

Con i loro occhi. L’immaginario  mafioso tra i giovani Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012, pp. 143, € 8,00

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Vista dal Nord. Educazione antimafia e immaginario mafioso in Piemonte e Lombardia

Edizioni Gruppo Abele, Torino 2015, pp. 141, € 8,00

I due testi riportano i risultati di una ricerca di Libera, Associazione nomi e numeri contro le mafie, ricerca che ha coinvolto, in tempi diversi, studenti e studentesse di alcune regioni del centro nord; più precisamente il primo testo si riferisce a Liguria, Toscana e Lazio, il secondo a Piemonte e Lombardia.

La finalità della ricerca è duplice “da un lato capire se e in che misura l’esposizione dei ragazzi ai  mezzi di informazione e alle attività scolastiche antimafia influenzi le conoscenze e le rappresentazioni del fenomeno mafioso; dall’altro esplorare l’immaginario mafioso dei più giovani, per evidenziare quanto le rappresentazioni siano più o meno stereotipate e condizionate da mitologie ed eroismi della mafia e dell’antimafia” (p. 29 – Con i loro occhi). Non è la prima ricerca che si indaga quello che, da più parti, continua ad essere definito fenomeno mafioso (e occorrerebbe per altro riflettere sulla diffusione di questa espressione, di fatto entrata nell’uso, ma che resta estremamente inadeguata a dare conto di un problema pervasivo, non certo riducibile a fenomeno). Si ripercorrono dunque, nel primo testo, in modo puntuale ricerche precedenti, a partire da quella condotta da Franco Ferrarotti negli anni sessanta del Novecento, espressamente voluta dalla Commissione parlamentare antimafia, fino ai più recenti lavori del Centro Studi “Pio La Torre” che dal 2007 svolge annualmente un’indagine conoscitiva nelle scuole siciliane, ultimamente allargata anche ad altre regioni. Tali ricerche costituiscono, almeno in parte, un riferimento essenziale per questo lavoro di Libera.

Ma l’obiettivo della ricerca non si esaurisce nell’atto conoscitivo. Si tratta infatti di una ricerca-azione e dunque l’intento è fortemente pedagogico. Né potrebbe essere diversamente per un’associazione che non si limita a sensibilizzare studenti e studentesse al tema della legalità, ma che opera concretamente con i giovani per educarli a comportamenti rispettosi delle regole. La metodologia utilizzata in tutta le regioni prevedeva l’uso di due strumenti: una narrazione libera, da parte di studenti e studentesse, relativa a un fatto di mafia e un questionario strutturato, che ha subito lievi variazioni da una regione all’altra. I due strumenti, considerati tra loro complementari, hanno consentito al gruppo di ricerca, da un lato di far emergere stereotipi e rappresentazioni del fenomeno mafioso in modo libero e ricco, dall’altro di indagare impressioni e percezioni in modo specifico e puntuale.

Il campione è composto da 2767 giovani delle scuole superiori di Toscana, Lazio e Liguria e 3136 di Piemonte e Lombardia. Proprio nell’ottica della ricerca-azione, ragazzi e ragazze sono stati coinvolti-e attraverso le loro scuole, dopo che era stato svolto un lavoro nelle classi.

Numerose e variegate le aree indagate: dalla conoscenza di avvenimenti e/o persone collegate a fatti di mafia o alla lotta antimafia alla partecipazione politica, dall’uso del denaro al rapporto con le istituzioni. Non si può dare conto in questa sede dei risultati, però è interessante mettere in evidenza ancora una volta che, come precisano gli stessi autori del lavoro, “l’educazione [..] ha un effetto più forte sia sulla conoscenza dei protagonisti antimafia, che dei personaggi mafiosi; gli studenti che conoscono meglio i protagonisti antimafia hanno svolto attività educative [..] parlano spesso o sempre di mafia in classe.” (pag. 126 – Vista dal Nord) Certo non si tratta di risultati che possono essere generalizzati a tutti gli studenti italiani, anzi, in Piemonte e Lombardia per esempio, nella consapevolezza dei fenomeni di corruzione da parte degli intervistati, permane ancora una discrepanza tra il dato più elevato che si rileva nei licei e quello più basso degli istituti tecnici e professionali. Per tutti coloro che si occupano di educazione un impulso a lavorare in modo più massiccio in questi ambiti che nel nostro paese rappresentano ancora un alveo per le classi socio-economiche meno previlegiate.

Claudia Alemani

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Valentina Longo

Lusso low cost. Vita in crociera sopra e sotto la linea di galleggiamento

Jaca Book, Milano, 2015, pp. 240, € 16,00

L’industria crocieristica contemporanea è il segmento del mercato turistico attualmente in più rapida espansione. Il numero di passeggeri è passato da 1,4 milioni nel 1980 a 23 milioni nel 2015. Tra i vari segmenti del settore, le crociere di massa imbarcano più della metà dei passeggeri. Si tratta di vere e proprie città galleggianti che ospitano 6-7 mila persone, di cui tre quarti sono costituiti da passeggeri e un quarto dall’equipaggio. É proprio a bordo di queste navi che Valentina Longo ci accompagna per analizzare quell’attività che nei luoghi del loisir si cerca di rendere invisibile, ovvero il lavoro vivo. Come scrive l’autrice, a bordo “non si deve vedere sforzo, fatica, stress, ma al contrario lavoratori e lavoratrici felici di quello che fanno” (p. 143). Per questo la nave è attraversata da un confine rigido che divide il regno del divertimento – lussuoso, luccicante, pulito e accogliente – dove i passeggeri hanno piena cittadinanza, mentre l’equipaggio può entrare solamente se la loro mansione lo richiede, dal regno del lavoro e della sua riproduzione – buio, rumoroso, sporco e ostile – dove i passeggeri non possono entrare. Il volume è il risultato di un’attenta e approfondita ricerca etnografica condotta da Longo sopra e sotto la linea di galleggiamento, sia come passeggera sia come lavoratrice. Grazie a questo doppio sguardo l’autrice è in grado di cogliere l’immenso lavoro svolto dall’equipaggio per consentire ai passeggeri di godere a pieno della bolla di felicità artificiale che hanno acquistato. Per mettere in scena lo spettocolo-crociera l’organizzazione spaziale della città galleggiante e in particolare del lavoro all’interno della nave deve innanzitutto rispecchiare una società ideale, pacificata e rassicurante, in cui le aspettative dei passeggeri vengono confermate anche attraverso la posizione lavorativa che occupano i diversi membri dell’equipaggio in base alle linee del colore, della nazionalità e del genere. A partire dai ponti più bassi sotto la linea di galleggiamento dove la forza comune, proveniente dai paesi del sud globale come India, Filippine, Indonesia, lavora nelle cucine, nelle lavanderie e nei magazzini, fino ai ponti più alti sopra la linea di galleggiamento dove oltre ai servitori, anch’essi di pelle scura, la forza lavoro si sbianca e i salari si alzano. Nel dipartimento intrattenimento il personale proviene prevalentemente dai paesi dell’Europa occidentale e orientale, nonché da alcuni paesi dell’America Latina; mentre gli ufficiali sono prevalentemente occidentali. Inoltre, la divisione del lavoro è fortemente genderizzata: le donne sono impiegate in posizioni che prevedono lavoro relazionale e di cura, come cameriere, cabiniste, animatrici, hostess e infermiere; gli uomini invece svolgono spesso mansioni di comando e di controllo, come ufficiali, addetti alla sicurezza, macchinisti, cuochi e maître. Longo, però, non si limita a raccontarci come è strutturato il lavoro nelle navi da crociera, ma a partire dal suo punto privilegiato d’osservazione come passeggera e social hostess, indaga i rituali principali e le attività del dipartimento intrattenimento che danno vita all’esperienza turistica della crociera. Ogni aspetto della vita a bordo contribuisce a costruire lo spettacolo-crociera in cui il mare scompare per mettere al centro i passeggeri e il loro viaggio da sogno: i cabinisti sempre pronti a rassettare le cabine, i rituali borghesi delle cene di bordo, le attività di animazione che riempiono loro mente e i cuori dei crocieristi e, per finire, il rito per eccellenza del gran gala del comandante. Come sottolinea l’autrice, indispensabile perché lo spettacolo prenda vita e il passeggero si senta veramente protagonista è il lavoro emotivo svolto dall’equipe di animazione. Un tipo di lavoro indagato per la prima volta da Arlie Russell Hochschild nel 1983, che richiede di mettere in scena un sentimento al fine di produrre uno stato mentale in un’altra persona. Ecco dunque che si comprende la centralità del sorriso per la realizzazione della promessa che le compagnie di navigazione fanno ai passeggeri, ossia la personalizzazione del servizio: “il sorriso stampato sulle labbra del personale è un invito a chiedere, a chiacchierare, a ottenere, e al contempo è una promessa di dedizione, amichevolezza, socievolezza, apertura alle richieste” (p. 129).

In conclusione, si consiglia la lettura di questo bel libro perché quanto avviene sulle città galleggianti rispecchia, anche se in forma amplificata e stereotipizzata, il mondo sociale della terra ferma. La stratificazione sociale e la segmentazione del mercato del lavoro sulla base del colore della pelle, della nazionalità e del genere, l’erosione dei diritti del lavoro, la spettacolarizzazione e l’esaltazione del consumo low cost, la solitudine e l’isolamento, la svalutazione del lavoro di cura e relazionale, sono infatti tutti caratteri della società contemporanea.

Francesca Alice Vianello

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Maria Rosa Cutrufelli

Il giudice delle donne

Frassinelli, Milano, 2016, p. 252, € 18,00

Scrive Maria Rosa, nel postscritto al suo romanzo: “Questo romanzo è, per l’appunto, un ‘romanzo’, opera di finzione, e tuttavia è anche un intreccio, una tessitura di storie e spunti narrativi pescati durante il lavoro di documentazione: gli scrittori, ha detto qualcuno, sono come gazze ladre che rubano tutto ciò che luccica…E la realtà, i fatti, le cose realmente accadute, sono molto luccicanti” (p.250).

L’autrice dunque intreccia nella sua opera i diversi registri della conteuse, la narratrice di storie, e della ricercatrice dentro LA storia, mantiene assieme rigore e leggerezza, la curiosità di chi legge per ciò che è accaduto e l’emozione empatica nei confronti dei personaggi, che si alternano nelle pagine come voci narranti.

Innanzitutto Alessandra, la “maestrina” – un diminutivo che si fa spesso spregiativo – maestrina, maestrine, viene ripetuto spesso nel romanzo, e quasi mai con tono benevolo o neutro. Maestrine sono state invece quelle donne, perlopiù giovani, che all’inizio del Novecento si sono mosse verso luoghi lontani da casa, spesso impervi, per lavorare, circondate dalla riprovazione generale e dai giudizi di scarsa moralità. La storia ha raccontato di molte di loro, molestate, isolate, rese disperate dall’isolamento sociale. Non sono stati pochi i casi di suicidio.

Anche Alessandra non si sottrae al pregiudizio, pronunciato ancor prima che si insedi nel suo luogo di lavoro. In compenso però parteciperà all’avventura straordinaria che dieci maestre, un po’ più grandi di lei, avviano, ottenendo, e superando vari gradi di giudizio, il diritto al voto, “secondo la vigente legge elettorale politica, le donne che possiedono gli altri requisiti di capacità, hanno diritto di essere iscritte nelle liste elettorali. Hanno diritto…(…) ‘Dio mio!, ho detto, Hai attraversato l’arcobaleno” (pp.153-54).

Ma dopo l’ennesimo ricorso, il ‘diritto’ viene cancellato. “Abbiamo perso. Il tempo dei miracoli è finito. Ero appena arrivata  a questa conclusione, quando un signore in sala ha gridato: ‘Bene, bravo!’ e una delle signore col cappello fiorito gli ha fatto eco. Ha ripetuto anche lei bene! Bravo! E, mentre io mi irrigidivo dal collo alla pianta dei piedi, Olga ha sbuffato: Eccola qua! Ecco la serva sciocca” (p. 244).

La vicenda delle “maestrine” disegna il quadro dei contrasti dell’Italia inizio Novecento. Donne che reclamano i loro diritti e ‘serve sciocche’, gli incontri del ‘Comitato permanente per il suffragio’ in contrasto con la necessità della firma del marito che autorizzi l’inziativa della moglie, “ha preparato i documenti da far firmare a suo marito? Senza l’autorizzazione del marito, nessuna di voi potrà presentarsi in tribunale” (p.120). E vittima dei contrasti, spesso drammatici, che vivono le donne all’inizio del secolo scorso, è l’altra protagonista, la piccola Teresa, la cui madre è morta cercando di procurarsi un aborto. Teresa è muta a causa del trauma, ma l’ospitalità a casa del nonno che danno alla “maestrina” le apre un nuovo mondo di affetti e di esperienze, che a poco a poco apprende a vivere e comprendere. Le figure maschili sono spesso tratteggiate come negative, o perlomeno a loro volta prigioniere di pregiudizi. La narratrice affida ai diversi personaggi il quadro plurale della mascolinità dell’epoca: da Don Peppo, campione di pregiudizio, a Raniero il ‘falco’, il tombeur che mette incinta l’ingenua Lisetta, al professore che ignaro la sposa, occupato solo dai suoi irrilevanti studi storici, al direttore del giornale, abile equilibrista tra i contrasti sociali e politici che sa sfruttare per le sue pagine e che deve però sottoporsi a continui duelli a causa di quanto sul giornale si scrive.

Figura machile è anche l’altro protagonista, Adelmo, giornalista che segue tutta la vicenda delle ‘maestrine’ e si innamora di Alessandra. È un uomo intelligente e curioso, che a poco a poco comprende il senso dell’iniziativa femminile. L’amore tra Alessandra e Adelmo contribuisce a completare l’affresco del romanzo e non intralcia, né banalizza la complessità dell’architettura e, al contempo, la leggerezza della narrazione, l’apparente semplicità del linguaggio. L’ultima scena è dedicata a Teresa, che aspetta la nave che la porterà al di là dell’oceano, dal padre. Anche in questa caso la simbologia non appesantisce il racconto, gli offre anzi la levità di un commiato da chi legge. Ma quel mare è lo stesso che il padre di Teresa ha attraversato prima di lei come emigrato, è il mare che ha visto innumerevoli partenze e molte morti cui l’autrice dedica una pagina e crea un legame con morti simili che avvengono ai giorni nostri.

Barbara Mapelli