Dove sono i lupi? In merito alla (non) discussione sul “gender”

Ogni società definisce cosa consiste essere uomo o donna, in termini relativi; l’obiettivo è di renderne manifeste le complessità, le sfumature e andando ad esplicitare e a decostruire gli stereotipi, le facili categorizzazioni, gli assunti binari che pretendono di affermare l’esistenza di essenze femminili e maschili.


Ormai da molto tempo le pagine dei quotidiani e delle riviste, i minuti dei telegiornali, gli innumerevoli web-link di cui internet è intessuto e si nutre, rimandano alla (non) discussione sul pericolo rappresentato dalla così definita “ideologia del gender”.

Il termine “ideologia (o teoria) del gender”, di fatto, rappresenta un’alterazione, un’impropria semplificazione ed una caricatura dei termini gender studies e gender theory[1]. Inventata da alcuni gruppi fondamentalisti, in particolare di matrice religiosa cristiana cattolica, l’“ideologia del gender” consisterebbe nell’azione che le persone LGBT*[2], nonché vere e proprie “lobby gay”, insinuate nel tessuto sociale, scolastico, economico e politico del paese, starebbero portando avanti per imporre: a) la negazione delle differenze (anche biologiche) tra maschi e femmine; b) la distruzione dei generi, quindi della cosiddetta “famiglia naturale”; c) la promozione dello “stile di vita omosessualista”; d) la discriminazione “alla rovescia” delle persone eterosessuali. Chi parla dell’esistenza di una “ideologia del gender”, pertanto, mette in guardia circa la presenza massicia e le devastanti influenze e conseguenze di tale “pensiero unico”[3].

Cercherò di spiegare come mai io ritenga questa una non-discussione, che, tuttavia, è essenziale portare avanti. Per fare questo partirò dall’incontro con un’altra realtà con cui proverò a dialogare, divisa dalle questioni sulle identità sessuali, forse in realtà da non così tanti gradi di separazione.

Negli anni sessanta del XX secolo, nel contesto dei movimenti associativi delle persone con disabilità, hanno preso corpo, solo inizialmente nel mondo anglosassone, una serie di studi, atti non all’invenzione, quanto al proseguimento del dibattito intorno alle “diversità” e alle “minoranze”. Il gruppo dei cultural studies ha compreso non solo gli studi sulla disabilità, ma anche i gender studies, oltre che le riflessioni sulle realtà della donna, degli immigrati e delle popolazioni colonizzate[4]. Nel gruppo dei cultural studies gli studi sulla disabilità sono stati di straordinaria importanza nel dibattito intorno alla condizione di disabilità e ai diritti delle persone disabili, poiché è stato affrontato il discorso circa il ruolo dei fattori sociali e contestuali nella formazione del costrutto e del vissuto di disabilità. Si afferma così l’idea che la disabilità non sia più da leggersi come frutto di una condizione peccaminosa dell’individuo o della sua famiglia[5], non sia una malattia – ma una patologia, come elemento di condizione fisica globale, può essere un fattore che contribuisce alla condizione di disabilità e non sia un problema con cui la persona si identifica totalmente nella sua globalità. Il modello sociale della disabilità, nelle sue diverse articolazioni e pur nei suoi limiti, ci dice che è il contesto, l’ambiente, la società ad avere un ruolo determinante nell’originare, strutturare e mantenere la condizione di disabilità6, poiché il mondo è stato costruito per i cosiddetti “normali” (o, usando altri termini a mio avviso ancora più infelici, per i “normodotati” o “normoabili”). I cultural studies hanno molto contribuito, ma non da soli: non senza fatica è stato prolifico adottare via via un principio di multidisciplinarietà e di integrazione tra discipline, studi e prospettive diverse: medica, sociologica, psicologica, pedagogica, financo spirituale, che è sfociato nella definizione di svariati modelli scientifici e di comprensione culturale e sociale della disabilità[6].

Tutto ciò, che ancora con difficoltà e resistenze – ma anche con molti successi – si sta cercando di realizzare nell’operatività quotidiana, è anzitutto discorso culturale, di cambiamento e di destrutturazione degli stereotipi, dei pregiudizi, delle dinamiche di potere, dei punti di osservazione attraverso cui guardare al mondo, in nome del principio non negoziabile del lavoro per e del rispetto della autodeterminazione personale. Chi usa ancora impropriamente parole come “ritardato”, “mongolo”, “handicappato” (o, per altri temi, “frocio” e “culattone”), oltre ad essere incivile, non comprende il senso profondo di un lavoro scientifico, di riflessione e di attivismo sociale, che, con i limiti propri dei rispettivi campi, ha contribuito alla progressiva “liberazione” non solo delle persone disabili (o di quelle omo-bi-transsessuali), ma della società tutta. Un lavoro incessante che ha mantenuto vivo e fecondo un dibattito culturale e autenticamente democratico sul valore dell’individuo e sull’importanza di centrare il discorso sull’ascolto dei bisogni e sull’attenzione da riservare alle risorse e alle possibilità di realizzazione di sé e del Sé. Tanto da poter oggi discutere, con maggiore serenità di un tempo, anche della sessualità delle persone disabili e scrivere libri sulle opportunità e le criticità che tale discorso comporta[7]. Sfiorare, tentare di “annusare” l’inclusione e la sua bellezza non è così difficile. Quando svolgo incontri formativi sui temi connessi alla disabilità non manco mai di ricordare il caso dell’invenzione della macchina da scrivere: fu inventata da Giuseppe Ravizza, nel 1846, come strumento per permettere ai ciechi di scrivere. Et voilà, tutto si chiarisce, con disarmante evidenza: si capisce come lo universal design abbia radici lontane e come la libertà di opinione, in questi discorsi, non c’entri in alcun modo.

Al pari degli studi sulla disabilità, anche gli studi sul “genere”, variamente articolati e declinati in diverse branche e prospettive, rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali del “genere” e dell’identità sessuale. Derivati da un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, essi sono anzitutto una modalità di interpretazione (approccio gender sensitive), che può essere applicata a qualunque contesto disciplinare e che analizza il ruolo dei fattori sociali e culturali che intervengono nella costruzione delle categorie di genere. Sesso cromosomico, sesso biologico e “genere” non sono dimensioni contrapposte ma interdipendenti, mentre è sui caratteri biologici e sui vissuti corporei rappresentati che prende il via il processo psicologico di definizione delle identità di genere. Il “genere” è, infatti, quel processo che differenzia i generi e che genera le differenze, in modo che i primi (i generi) e le seconde (le differenze) possano essere assunti e assunte dagli individui in modi più o meno variabili e più o meno consentiti. Il “genere” è il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: esso viene prodotto e riprodotto quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra le categorie umane. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere anche attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale, ovvero secondo determinati ruoli di genere. Il rapporto tra sesso e genere non è fisso, ma varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza. Quanto vale per il concetto di disabilità, è valido anche per quelli di mascolinità e di femminilità: sono concetti dinamici, mai fissi, che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce cosa consiste essere uomo o donna, in termini relativi; si badi bene, l’obiettivo non è quello di eliminare i costrutti e le realtà di genere o la differenza maschio/ femmina, bensì di renderne manifeste le complessità, le sfumature e andando ad esplicitare e a decostruire gli stereotipi, le facili categorizzazioni, gli assunti binari che pretendono di affermare l’esistenza di essenze femminile e maschile[8]. Laddove oggi, invece, si cerca di guardare al “genere” in termini di spettro (come quello della luce) e di “varianza”, una sorta di continuum i cui estremi sono i termini “M e F” o “Uomini e Donne”, non più incomunicanti tra loro. Come se ad un estremo ci fosse “M alla emm-esima potenza” e all’altro “F alla eff-esima potenza”, senza che ciò implichi di per sé un giudizio di valore o di “salute”.

Come per la macchina da scrivere, anche in merito alla visualizzazione delle componenti sociali e  culturali del “genere” possiamo fare un esempio tratto dal nostro vivere quotidiano: se l’assunto è che il colore rosa è (per essenza) delle “femminucce” ed il colore blu è dei “maschietti”, come la mettiamo col fatto che, già da un bel po’ di tempo, gli uomini indossano le Lacoste rosa? Femminilizzazione del maschio? Dissoluzione dei generi sessuali? O forse gli uomini, come le donne, possono essere più liberi nell’esprimere ciò che a loro piace indossare, nella speranza (da me sempre auspicata) di un maggiore buon gusto per tutti? La decostruzione, l’ampliamento semantico, concettuale ed identitario della categoria del “genere” non ha indebolito o annullato i generi, ma ne ha rivelato le caratteristiche stereotipiche, alla base dei meccanismi di esclusione e discriminazione.

Questa breve digressione ha un qualche legame con la questione relativa alla presunta esistenza di una “ideologia del gender”, che, a detta di alcuni integralisti del pensiero e del linguaggio, pochi per la verità e per fortuna, sta pericolosamente minacciando la nostra società ed il nostro paese? Perché affiancare due temi, la disabilità e le identità sessuali, che attengono a diverse condizioni di diversità socialmente significative , ognuna con le proprie specificità[9]? Anzitutto perché non tutte le persone con disabilità sono eterosessuali. Esistono persone disabili eterosessuali, bisessuali, omosessuali, intersessuali, transgender e transessuali, che, come si può leggere anche nei più recenti fatti di cronaca, spesso si trovano a vivere realtà di stigmatizzazione e di discriminazione multiple. In secondo luogo perché chi ha inventato e introdotto l’idea dell’esistenza di una “teoria del gender”, sebbene voglia far credere il contrario, è lo stesso insieme di persone che lottano contro il diritto all’autodeterminazione delle persone omosessuali, delle donne, dei malati terminali. La loro battaglia, in primis culturale, è contro ogni autentica e libera espressione di diversità. Non vogliono un ambiente inclusivo, quindi complesso, ovvero un contesto che preveda possibilità, regolamentate, per tutti: per cui una persona, qualunque persona, possa essere messa in condizione di scegliere, secondo coscienza, equità ed eguaglianza[10]. E, soprattutto, indipendentemente da chi la pensa in altro modo, che pure può dire la sua, ma che non può porsi nell’atteggiamento mentale e fattuale di voler imporre un modello unico, univoco e non falsificabile, in quanto fondamentalmente basato su verità di fede, a-scientifiche per definizione, ma che con la scienza, nel dovuto modo, possono, anzi devono dialogare[11]. Mentre, invece, non si capisce che il nostro sapere è più simile ad un formaggio svizzero pieno di buchi[12]. Questo è l’inganno, il banale equivoco della mala-fede: confondere e mascherare intenzionalmente con il richiamo alla difesa della libertà di espressione l’attacco subdolo, silenziosamente violento, alle possibilità di autodeterminazione personali[13].

Chi propone il pensiero unico, ovvero i reali ideologi della “teoria del gender”, si guarda bene dall’attaccare i diritti umani specificamente declinati per le persone disabili (ONU, 2006), mentre attacca le più recenti risoluzioni in merito ai diritti umani delle persone con identità non-eterosessuali (ONU, 2014). I diritti delle persone disabili sono diritti umani, gli altri no. La storia dei primi è forte, consolidata, più condivisa e, appunto, già più assunta nel tessuto sociale, culturale, economico, scolastico e perfino religioso del paese. Non tutto – è evidente – è risolto: la sfida attuale sta proprio nell’esplorare e nel rintracciare le nuove forme che possono assumere l’esclusione, la non integrazione, la franca discriminazione.

L’orizzonte dell’inclusione, per definizione, è pluralista, ma non è ingenuo. Non è comprensibile il fatto di porsi come strenui, crociati difensori dei diritti umani, e contemporaneamente mettere in atto l’aggressione e la mortificazione dell’altro, se non ammettendo l’esistenza di un fondo di ipocrisia e, più in profondità, di un meccanismo, questo sì perverso e totalitarista, di separazione del mondo in buoni e cattivi; per questo, incapaci di guardare con onestà e spirito di solidarietà alla propria angoscia personale e collettiva di fronte alle crisi, nonché al proprio bisogno, questa viene scissa da sé e dal proprio gruppo (the good guys), quindi proiettata sull’altro (the bad guys), che deve necessariamente diventare o invasore violento, o sodomita, o individuo deforme e difforme, o modello famigliare, in ogni modo causa ultima del male che viene fatto alla famiglia e alla società[14]. Se, appunto come dice lo psicoanalista Antonino Ferro, il nostro sapere è un formaggio svizzero pieno di buchi, la paura e la vergogna di mostrare quanti buchi abbiamo ci spinge a passare il nostro tempo a fingere o convicere/ci di riempire questi buchi, principalmente attraverso “riempitivi” come i fanatismi, le ideologie e le religioni. L’uomo è costantemente preoccupato dal dover “mettere ordine”, dall’assegnare un posto a ciò che è deforme e difforme. Per far questo in origine è intervenuto il mito, poi la religione, infine la scienza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2001, ha pubblicato il prodotto concreto di una nuova visione inclusiva, fondato sull’evoluzione del modello biopsico-sociale: l’ICF, ovvero la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. Non è un manuale diagnostico, bensì un sistema descrittivo che, sconvolgendo le carte sul tavolo verde, si rivolge potenzialmente a tutti gli esseri umani, in quanto permette di individuare le caratteristiche di funzionamento personale, quindi anche di disabilità. Il concetto di disabilità viene così rivoluzionato: esso diventa termine che racchiude tutte quelle situazioni in cui prevalgono le barriere (fisiche, psicologiche, sociali, culturali, ambientali) rispetto ai facilitatori, così da generare un handicap, cioè uno svantaggio. In ottica ICF, quindi, non è detto che una persona in carrozzella sia “più disabile” di, che so, un disoccupato che ha perso il lavoro a causa della crisi economica attuale, per il semplice fatto di essere in carrozzella. Così come non tutte le persone con disabilità sono eterosessuali, allo stesso modo, secondo questo orizzonte di senso, le persone non-eterosessuali possono incontrare, nella loro vita, specifiche barriere, che possono minare globalmente il loro funzionamento personale, sociale, relazionale, ambientale e farle sentire “portatori di handicap” e poco integrate, come ben ci mostrano tutte le modellizzazioni e gli studi sul minority stress.

Il discorso, quindi, non è legato solo ad una questione “meramente” diagnostica e/o ad un dibattito sulle psico-terapie, pur importante e necessario, quanto all’influenza che il perpetuare l’idea dell’esistenza di una “teoria del gender” – che altro non è che sia una forma sia un bacino di forme di esclusione – può avere nei confronti del benessere della società tutta e di tutte le sue declinazioni, pure quello di chi contribuisce attivamente a fomentare discorsi tesi alla disconferma e alla svalutazione delle diversità. Assumere impropriamente i concetti ed i valori di chi effettivamente vive sulla propria pelle la discriminazione e l’esclusione, parlando di discriminazione “alla rovescia”, di per sé tradisce l’apparente bontà delle intenzioni, anche se queste vengono ammantate da glamour, humour e da quell’ironia spicciola, che facilmente scivola verso il sarcasmo più becero e volgare.

Siamo già stati testimoni della “banalità del male”[15], di quei sistemi di pensiero istituzionalizzati basati sulla propaganda, per cui, in modo fraudolento, sono state portate prove a favore dell’esistenza di una razza superiore e, contemporaneamente, si è fatto leva sulla situazione di indigenza del “popolo eletto”, che in tal modo ha potuto trovare il suo colpevole: in apparenza e per via giustificazionista, il fisco, i debiti, la mancanza di crescita, in sostanza i “diversi”, inizialmente quelli percepiti come più potenti e con maggiori possibilità di sperimentazione, economica e non. Si badi bene: percepiti, non effettivamente tali[16].

Per questo la discussione sul pericolo rappresentato dalla cosiddetta “ideologia del gender” è, a mio parere, una non-discussione: in primo luogo perché la “teoria del gender”, così come presentata dal fondamentalismo cattolico, dai movimenti pro-life e, purtroppo, dai documenti vaticani, non esiste, ma è un fantasma autogenerato, scisso e proiettato, con l’obiettivo di mantenere una visione rigida, maschilista, eteronormativa, della società, della famiglia e della teologia; in secondo luogo (e legato al primo) perché non c’è un’ammissione di responsabilità, non c’è (auto) critica, quindi non ci può essere confronto. In altri termini, ciò avviene quando l’identificazione con le proiezioni dell’ “altro gruppo” è massiccia e la risposta corre sempre sul filo del rischio: l’altro mi fa comportare esattamente come lui vorrebbe che io facessi, trasformandomi in vittima. Mentre la critica è possibile solo in una “terra di mezzo”, su di un limens, uscendo dal circolo così ben definito da Giglioli (2014): a) non è come dite voi; b) è come dico io; c) perché si; d) e se non siete d’accordo, ce l’avete con me.

Spero e penso che questo sia un circolo destinato a cadere, ma non so dire entro quanto tempo, perché, se è vero che siamo nell’epoca in cui è la vittima ad essere l’eroe del nostro tempo, il rischio pare quello di consacrarsi a tale identità, optando per soluzioni di compromesso, perdendo l’occasione di fare del pensiero, della riflessione e dello studio le nostre guide. L’identità corre sempre il rischio di riempire lo spazio di un “vuoto” e di un’incertezza: culturale, economica, sociale, valoriale. Invece di guardare all’Altro come ad un “colonizzatore” e a un manipolatore o, rovesciando la medaglia, a un “misero” e a un “povero bisognoso”, forse sarebbe una scelta più sopravvivenziale il recupero dello spazio e del senso di un’appartenenza comune, nelle sue molte sfumature. Ciascuno come possibile attore del bene comune. Cionostante e grazie a questa comprensione è essenziale che questa non-discussione prosegua, seppur con dolore: necessariamente, e su di un piano concreto, coinvolgendo tutti i “diversi”, ovvero, per come la vedo io, tutte le persone, che non possono non sentirsi chiamate in causa in questo consesso di anime umane, in viaggio verso la libertà e la plurale, accogliente “normalità”[17]. Non vale la pena di dimenticare tutto con un Amen.

Psicologo, si occupa di Psicologia Clinica e di Psicopedagogia dell’Integrazione e dell’Inclusione in Università ed in diversi contesti associativi

Note:

[1] Gender studies sta per “studi di genere”, mentre gender theory sta per “teorie di genere”. Rappresentano un corpus di studi che hanno analizzato il processo socio-culturale del “genere” da un punto di vista più teorico/teoretico (ad es. in filosofia politica) o più sperimentale (ad es. psicologia delle differenze di genere) o clinico/teorico (ad es. teorie psicoanalitiche di genere).

[2] Ovvero Lesbiche, Gay, Transgender, Intersessuali (l’asterisco sta per possibili altre aggiunte, tra cui la stessa E di Eterosessuali). L’acronimo è ormai riconosciuto come rimando sia alle persone con identità sessuali definite “non-etero” (not-straight), sia al movimento associazionistico e di lotta per i diritti degli stessi e dei loro sostenitori.

[3] Ferrari, Ragaglia, Rigliano, 2015; Ragaglia, 2015.

[4] Schianchi, 2012

[5] Alison, 2007; Rigliano, 2014; Schianchi, 2012 6 Marcantoni, 2014; Schianchi, 2012.

[6] Masala, Petretto, 2008.

[7] Ulivieri, 2014

[8]  Bertone, 2009; Lingiardi, Luci, 2006 in Rigliano, Graglia, 2006; Lingiardi, Nardelli, 2014; Ruspini, 2003; Vassallo, 2015.

[9]  Rigliano, Ciliberto, Ferrari, 2012.

[10] Vassallo, 2015.

[11] Brogliato, Migliorini, 2014.

[12]  Ferro, 2014.

[13] La costruzione del sintagma “teoria del gender”, infatti, rappresenta un “minestrone epistemologico”, in cui vengono incollati e saldati insieme, con furba ignoranza, concetti attinenti ad ambiti della conoscenza anche lontanissimi: filosofia, psicologia, pedagogia, biologia, sociologia, mischiate in maniera tale da diventare “ancelle” di una teologia ispirata ad un pensiero religioso fondamentalista, per il quale, per definizione, la “dottrina” dell’Ordine Naturale non va messa mai in discussione (cfr. Bernini, 2014; Ferrari, Ragaglia, Rigliano, 2015).

[14] Giglioli, 2014; Ragaglia, 2015.

[15] Arendt, 1964; Bocchiaro, 2013

[16] Si pensi, a tal proposito, a come spesso viene svolto e degradato il discorso intorno all’omogenitorialità e alle vie della procreazione assistita.

[17] Ovvero, per dirla con Marcantoni (2014), “la soggettiva possibilità di vivere la propria esistenza con dignità e senza doversi confrontare con modelli preconfezionati, standardizzati o socialmente riconosciuti”.

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