Scelti per voi

imm15Claudio Risè,  Paolo Ferliga
Curare l’anima.
Psicologia  dell’educazione La Scuola, Brescia 2015,
pp. 322,
€ 15,50.

“L’anima intesa come principio primo, inscritto nel corpo della propria identità personale” è  il tema centrale del libro uno dei tanti modi di intendere la psiche, un punto di riferimento per chi si occupa di educazione, di formazione, di cure psicologiche, chi è coinvolto nella relazione di aiuto. Già docenti di Psicologia dell’educazione e Sociologia dei processi culturali in due differenti Università dell’Italia del Nord, gli autori sono entrambi psicoterapeuti di formazione junghiana. In questo saggio affrontano in modo originale e stimolante le tematiche educative, con una scrittura molto chiara e accurata accompagnano il lettore in un viaggio dalla antica Grecia ai giorni nostri sollevando curiosità e approfondimenti sulle tematiche della cura e della relazione. C.G. Jung ha chiamato Archetipi, “i nuclei simbolici dell’inconscio collettivo che alimentano e danno continuità alla vita psichica attraverso le generazioni” e l’Anima, nel suo significato archetipico svolge “la principale funzione di mediazione con il mondo interno dell’inconscio e aiuta la coscienza ad entrare in contatto con il Sé il vero centro motore della nostra psiche”, si contestualizza la coppia Maestro-Allievo, nella dimensione passata e attuale dell’educare. In ogni epoca e in ogni cultura il processo di formazione di una persona implica la relazione e la modalità di evidenziare i nuclei tematici da approfondire nella pratica.  Questa pratica evidenzia come un punto di forza il confronto con gli studenti del corso di laurea di Psicologia dell’educazione. Questo confronto concretizza la dimensione archetipica Maestro/Allievo, Puer/Senex, e la dimensione relazionale che riguarda anche l’ambito della psicoterapia. La funzione educativa genitoriale e in particolare il ruolo del Padre oggi particolarmente problematico nella nostra società emerge in più parti del libro e rinvia ad approfondimenti in altri importanti scritti degli stessi autori. Nella pagina introduttiva si sottolinea che “un percorso educativo è tanto più efficace quanto più gli attori, genitori e figli, maestri e allievi, educatori e educandi, divengono consapevoli degli aspetti simbolici di tale percorso” e  saper storicizzare la funzione educativa dà consistenza ad un ruolo come quello dell’insegnare. Il libro si suddivide in più parti, un capitolo iniziale di inquadramento e in sequenza quattro capitoli di approfondimento sulla psicologia dell’educazione nell’antica Grecia, dai maestri Socrate, Platone e Aristotele; dal modello pedagogico ellenistico all’educazione nell’Impero Romano. Tre capitoli sono dedicati all’ebraismo e all’archetipo del padre, il valore dell’educazione nel Cristianesimo, una riflessione sulla terza importante religione monoteista nel capitolo “Islam la parola e l’educazione”, approfondimenti che analizzano come si concretizza l’idea di un “Dio che è nello stesso tempo Creatore e Maestro”. Gli aspetti archetipici “che accomunano le tre religioni del Libro possono contribuire al dialogo e alla reciproca comprensione tra ebrei, cristiani, musulmani. In questo confronto l’Occidente può mettere a disposizione l’idea di Umanitas, nata con i Greci”, educare al riconoscimento dell’altro da sé e al rispetto della vita e della dignità. Così trova un senso il ritornare alla centralità del bambino ed educare oggi. Nella parte conclusiva sono prese in considerazione le scuole attive e il diverso significato di educazione nella scuola pubblica europea, la differenza tra “educare” ed “educere” fornire competenze o trarre alla luce qualità dell’allievo. Il ricco “glossario” che conclude il libro è parte integrante dello scritto e completa la lettura. Al termine di ogni capitolo una scheda: “Insegnamenti per il presente”, è una pratica guida che consente di sintetizzare e memorizzare contenuti e pratiche utili nell’operare quotidiano. Parafrasando gli autori, l’educazione si nutre del rapporto simbolico con le immagini archetipiche che invitano ad allargare lo sguardo verso le origini della storia e a dilatare il campo di indagine oltre la scuola e la famiglia per scoprire il “gusto per la libertà personale e l’assunzione di responsabilità che ne consegue”

Emilia Canato

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Francesco Leoncini (a cura di)
L’Europa del disincanto. Dal ’68 praghese alla crisi del neoliberismo Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2011,
pp. 210,
€ 15,00

Ho conosciuto il prof. Francesco Leoncini, storico e slavista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ad un incontro dal titolo “La costruzione dell’Europa e il blocco sovietico”, incluso in un percorso di studi sull’Italia dopo la seconda guerra mondiale, e ne ho apprezzato la chiarezza espositiva, la competenza sulla storia dei paesi dell’ex blocco sovietico e sui movimenti di opposizione al regime totalitario sovietico. Ho inoltre trovato interessante  il suo punto di osservazione sulla storia dell’ultimo mezzo secolo dalla parte delle mancate occasioni di partecipazione democratica. Nello specifico mi è apparsa in un’ottica sicuramente più complessa, e rilevante per le ricadute che ci riguardano ancora oggi, la lettura della “Primavera di Praga”. Nel volume gli eventi del ‘68 sono analizzati dal punto di vista della partecipazione democratica della società civile in una continuità con il pensiero del fondatore della Cecoslovacchia Tomáš G. Masaryk. Gli interventi raccolti nel libro, che invito a leggere, sono stati scritti dallo stesso curatore e da studiosi e storici particolarmente esperti sugli ultimi quarant’anni di storia. Riferendo solo alcuni titoli ed autori si possono intuire le problematiche di quella che può essere ritenuta, come scrive Leoncini, la seconda sconfitta della primavera di Praga. Cito i titoli di alcuni saggi come: Un crudele rimpianto. Riflessioni dai territori della Ostalgia di Giuseppe Goisis, Stato e identità politica nella Lituania post comunista di Andrea Griffante, L’unificazione dimezzata di Gernot Wapler. I comunisti italiani e la rinascita di Dub?ek. Una reciproca opportunità di Valentine Lomellini. Dalla lettura di questi contributi si arriva ad una riflessione su quanto sta avvenendo in Europa non solo in quegli stati dell’Unione passati dal blocco sovietico ma nell’insieme della “Europa allargata”. L’integrazione tra stati di provenienza diversa fa però emergere una idea condivisa: “Questa Europa, specialmente nella sua componente giovanile, ormai non crede più nelle attuali classi dirigenti, che hanno ridotto la democrazia a una mera formalità, a un flatus vocis, e dal disincanto sta rapidamente passando alla rabbia e all’indignazione” Così l’elemento che integra oggi le popolazione di stati con storie differenti è il disincanto. In ordine sparso e confuso si affrontano tematiche disparate, da quelle economiche, a quelle sui “migranti”, sul lavoro, sulla democrazia partecipata e si vanno preparando nuovi muri dimenticando i vecchi e gli eventi dei primi anni novanta, la guerra dei Balcani e tanto altro. Da questo confronto-scontro emerge una ignoranza o inconsapevolezza della ricchezza della storia dei movimenti di opposizione nell’ex blocco sovietico e al tempo stesso della cultura dei paesi che ne facevano parte. Vale la pena di riflettere sulle motivazioni e le concause che hanno portato alla caduta del Muro, e come è stata avviata l’integrazione. Oggi sembra permanere un generale “crudele” rimpianto del passato, allora appare significativo il termine “disincanto” del titolo che rimanda ad una liberazione da un incantesimo. Indistintamente come popoli abbiamo condiviso e costruito assieme un’idea di “Europa” astratta e lontana dalla partecipazione effettiva dei cittadini. Francesco Leoncini nella presentazione del volume, rileva come esso voglia fornire “chiavi di lettura dell’insieme dei cambiamenti che hanno attraversato il continente a partire da quell’evento cardine della seconda metà del Novecento quale fu il movimento riformatore cecoslovacco guidato da Alexander Dub?ek, con le grandi potenzialità in esso contenute”. Cogliendo questo spunto avrebbe senso anche un confronto con gli scritti di un importante oppositore, quando afferma che occorre “riuscire a riabilitare l’esperienza personale degli uomini come misura prima delle cose, ponendo la moralità sopra la politica e la responsabilità al di sopra dei nostri desideri…” (da La politica dell’uomo di Václav Havel, del 1984). In questa nostra Europa non ci vogliono altri incantesimi ma una maggiore consapevolezza di noi stessi e della nostra storia.

Emilia Canato

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Marica Tolomelli
L’Italia dei movimenti. Politica e società nella Prima repubblica
Carrocci editore, Roma 2015,
pp 256,
€ 17.00

L’obiettivo del lavoro di Marica Tolomelli è quello di ripercorrere e analizzare i diversi movimenti sorti in Italia dalla fine degli anni Cinquanta alla prima metà degli Ottanta. E questo con un occhio attento ai prodromi e ai dintorni del Sessantotto, momento certo centrale, ma spesso studiato entro un raggio di indagine più ristretto. Ne risulta una panoramica ampia che tocca la temperie culturale e sociale da cui emergono i movimenti pacifisti di varia matrice, le mobilitazioni contro la minaccia atomica, le consapevolezze terzomondiste, il nuovo agire dei lavoratori e delle donne come soggetti collettivi. Alla base della ricerca di Tolomelli sta una “concezione complessa delle forme della democrazia, fondata sì su solide basi istituzionali, ma costantemente alimentata, per essere mantenuta in vita, dalla attività democratica di individui, gruppi, associazioni operanti anche al di fuori dell’arena politico-istituzionale”. Se un sistema democratico non può limitarsi al momento della espressione del voto, ma deve sostanziarsi degli apporti della società civile, il compito dello storico nello studiare l’Italia dei movimenti è quello di capire “se e in quale misura i movimenti siano stati fattori integranti del consolidamento della democrazia nell’Italia repubblicana o se abbiano avuto piuttosto una funzione rivelatrice di alcune profonde debolezze del sistema politico postbellico”. Il miracolo economico, l’elezione di Giovanni XXIII, la sinistra dopo Kruscêv, la grande migrazione interna, le riviste degli anni sessanta, l’organizzazione del tempo libero e l’associazionismo femminile… e poi le dinamiche della radicalizzazione e la parabola del Sessantotto, fino al sorgere della cosiddetta Seconda Repubblica: sulla spinta di eventi e mutazioni, movimenti collettivi di segno svariato si affermano e si esauriscono nel corso degli anni, interagendo con le istituzioni e coi partiti politici, in un rapporto difficile e non sempre fecondo. La difficoltà da parte dei partiti a recepire le istanze delle azioni collettive sembra da ascriversi in parte alla rigidità del sistema politico italiano: entro il quale “i principali partiti, in posizioni difficilmente minabili, si sentivano scarsamente vincolati alle critiche a alle sollecitazioni”.  Da qui dunque la tendenza a svalutare e delegittimare quelle istanze che trovavano voce fuori dall’ambito istituzionale. Un altro fattore che ha contribuito alla parziale “sordità” dei partiti è stato forse il perpetuatosi, nell’Italia repubblicana del dopoguerra, del retaggio politicoculturale del fascismo, che vedeva il partito come guida e controllore delle masse. Ciononostante, le sollecitazioni della società civile portano a diversi risultati, dallo Statuto dei lavoratori alla riforma del diritto di famiglia. E ciò in anni definiti “di piombo” per via della visibilità politica della lotta armata, ma in effetti portatori di importanti evoluzioni democratiche a livello legislativo e nell’ambito del costume. Divorzio, aborto, diritto di famiglia: lo spazio dedicato ai movimenti delle donne che hanno spinto verso le conquiste civili è ricco e strutturato. A partire dalle organizzazioni dell’UDI e del CIF, attraverso il Manifesto di Rivolta femminile, passando per le riviste (Sottosopra, DWF, Effe) e l’esperienza di Radio Donna, la ricerca spazia tra opere teatrali, processi, manifestazioni, riflessioni e rielaborazioni, e registra il ruolo di stimolo dei movimenti verso la almeno parziale presa in carico, da parte delle istituzioni, delle istanze emerse con maggiore evidenza. Questo nonostante la propensione dei movimenti a tenersi fuori dalla logica maschile della politica istituzionale. Tra i molti pregi del contributo di Tolomelli sta quello di mettere puntualmente in relazione gli avvenimenti e le tendenze che, in un ampio panorama sociale e culturale, si intrecciano e si susseguono negli anni. Evidenziare e insieme dipanare la complessità dei vari fenomeni, valido strumento per le nuove generazioni, risulta prezioso per coloro che, per età, hanno vissuto gli accadimenti e il clima culturale indagati nelle pagine di Tolomelli, la cui ricostruzione consente una visione d’insieme ben lontana da facili semplificazioni.

Maria Cristina Fedrigotti

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Fabrice Virgili, Danièle Voldman
La garc?onne e l’assassino.
Storia di Louise e di Paul, disertore travestito, nella Parigi degli anni folli Viella, Roma 2016,
pp.144,
€ 19.00

La storia di Paul e Louise potrebbe essere riassunta in tre parole: una tragedia familiare banale. Una donna picchiata dal marito alcolista e violento reagisce per salvare il suo bambino. La cronaca nera ci racconta tutti i giorni vicende di questo genere, da sempre, e di solito finisce con un giudizio favorevole alla donna, considerata vittima più che criminale. Sembra uno stereotipo, un dramma della miseria come quelli che raccontava Emile Zola. Invece, F. Virgili e D. Voldman hanno fiutato qualcosa di più, hanno intravisto elementi che mettono alla luce un’altra storia nella quale il banalissimo quotidiano si alterna con la trasgressione più inaudita. Essi sono storici, appunto, e hanno ricucito minuziosamente il percorso di questa giovane coppia nella bufera. Prima l’incontro, poco prima della prima Guerra mondiale, di questi due ragazzi di estrazione popolare, come ne esistono tanti. Lo shock della guerra, poi, che travolgerà l’Europa e le loro vite. Per scappare dalla guerra, Paul diserta e decide di travestirsi da donna. Durante gli anni di guerra, si forgerà una nuova identità che rapidamente diventa più di una copertura : Paul diventato Suzanne assume totalmente questo cambiamento e incarna il proprio ruolo. Le modifiche fisiche si accompagnano ad una trasformazione dell’atteggiamento. Paul adotta tutte le caratteristiche tipiche del suo nuovo sesso /ruolo sociale, come i lavori di cucito per i quali si rivela bravissimo. E una nuova vita si organizza, con la benedizione muta dei vicini e familiari, la calma dopo la tempesta. Oppure la calma foriera? Infatti questa sua evoluzione gli apre nuove prospettive, in particolare sul piano sessuale. Tra travestito, trasformista o trans, secondo la terminologia di oggi, Paul/Suzanne perlustrerà ogni angolo della libido umana. Sesso di gruppo, scambismo, pornografia, in questo periodo del dopo-guerra abbastanza libero – les Années Folles – sono tutti divieti che si impiegherà a calpestare senza apparente esitazione. Tornato ad essere Paul, dopo l’amnistia del 1925, non ritrova comunque la “normalità” e tituba tra un’identità e l’altra, e in questa nuova bufera, Paul si dà sempre di più al bere. Fino alla tragedia finale. La domanda che si pone è capire se sia stata la guerra a trasformare Paul o se invece egli abbia colto l’occasione per questa sua metamorfosi ineluttabile. In effetti, il ritratto che viene elaborato nel libro è costituito da due caratteristiche principali. La prima è l’ambiguità: uomo e femmina a vicenda, sposo geloso ma adepto dello scambismo, bravissimo operaio però nell’incapacità di tenersi il lavoro. La seconda è l’intemperanza: quando non si ubriaca, seduce uomini e donne, sempre impaziente e avido. Sarà la sua ambiguità, la sua impazienza, ad impedirgli di portare a termine qualsiasi progetto? Sarà Paul soltanto un vigliacco, un viveur, un egoista, come viene descritto durante il processo? O sarà l’epoca ad essere ambigua e cinica, permettendo alle persone di esporre lo spettacolo della diversità, ma lasciando all’oscuro le difficoltà del loro quotidiano ed impendendo la realizzazione dei loro desideri? Iniziato come un romanzo, il racconto viene interrotto subito dopo l’assassinio per lasciare spazio all’esposizione del metodo storico che ha portato a ricostruire il caso. Nell’esporre il loro metodo di ricerca storica, gli autori fanno vedere i limiti del loro lavoro e il ricorso all’interpretazione indica come la psicologia dei personaggi rappresenti sempre una difficoltà in uno studio storico. E così capiamo che la storia si scrive a incavo, nelle pieghe, nei particolari che mancano, in tutte le piccole cose non dette, implicite, che ci danno più spiegazioni che alcuni resoconti troppo burocratici (movimenti dell’esercito all’inizio della guerra, per esempio). La garçonne e l’assassino è un’opera (troppo?) densa, a volte esitante tra il roman noir, il lavoro storico e lo studio psicologico, ma che mette alla luce un’immagine nuova di questo periodo apparentemente gioioso e liberato, in realtà molto più buio e tormentato di quello che sembra, così come il carattere di Paul/Suzanne.

Yann Jubier

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Maria Antonietta Selvaggio (a cura di)
Educatrici di società. Racconti di donne e di cura
E.S.A. – Edizioni Scientifiche e Artistiche, Torre del Greco (NA)2014,
pp. 256,
€ 13.00

In questo volume Maria Antonietta Selvaggio sceglie di raccogliere variegate esperienze di donne in campo socio-educativo con l’intento di “dare voce a vissuti di donne particolarmente significativi dal punto di vista della responsabilità dinnanzi a se stesse e al mondo” (p.. 9). Si tratta, come precisa la curatrice stessa nell’introduzione, di esperienze nelle quali la cura, intesa come “comportamento umano, e ancora più femminile, volto ad aiutare, comprendere, valorizzare le persone e le cose” è l’elemento costituente. La dimensione della cura, lungi dall’essere sacrificio-rinunciaoblatività, si presenta come libertà di identificare e praticare il proprio desiderio, di correre rischi per trovare nelle pratiche di vita una auto-realizzazione che diviene al contempo possibilità di miglioramento per la società stessa. Le narrazioni, alcune scritte direttamente dalle protagoniste, altre raccolte attraverso interviste rielaborate successivamente dalla curatrice stessa o dalle altre co-autrici insieme alle protagoniste, si presentano spesso sotto forma di racconto autobiografico e consentono a chi legge di cogliere quei momenti di svolta che rappresentano la chiave per comprenderle e/o interpretarle. Una metodologia dunque assai vicina alla pratica femminista del partire da sé, capace di aprire un confronto e un dialogo con altre e con altri che, in quelle narrazioni, possono identificare elementi paralleli con la proprie vicende di vita e coglierne nessi imprevisti. Si rincorrono nel testo storie di donne che, muovendosi in campi diversi, fanno proprio l’impegno sociale e lo assumono come bussola del proprio agire. Giuseppina Zandigiacomi è una maestra trevigiana che, dopo aver partecipato a alla Resistenza, non accetta di chiudersi nel privato, ma continua ad essere attiva anche nella fase della ricostruzione. Particolarmente sensibile alle tematiche della pace, impegnata nell’Unione Donne Italiane in iniziative a favore dell’infanzia, sarà  conduttrice della colonia estiva “Anita Garibaldi”  e ne farà un laboratorio culturale offrendo ai ragazzi stimoli e proposte di ampio respiro. Valeria Ajovalasit appartiene ad una generazione più giovane. Palermitana, attiva nei movimenti del ’68, femminista con uno sguardo mai conformista, ha lavorato e lavora ancora oggi su temi quali il sessismo o quello della violenza contro le donne, convinta che sia necessario innanzitutto una nuova capacità educativa nei confronti delle le giovani generazioni per avviare una vera trasformazione sociale. Come lei anche Santa Rossi, pittrice salernitana, lavora sui temi della violenza contro le donne, oltre che in un’associazione impegnata a combattere le organizzazioni criminali che prosperano sul traffico d’organi. Giorgia Palombi e Titti Mangrella, attrici e registe, usano le proprie competenze teatrali come strumento educativo, la prima con le detenute del carcere di Pozzuoli, la seconda dando vita a laboratori con ragazzi e ragazze con l’obiettivo di “tirar fuori ciò che in loro c’è di buono, di artistico” (p.177) . Simona Avolio e Diana Avallone seguono il proprio desiderio che le conduce in Africa, l’una in una missione di suore salesiane si occupa di donne sieropositive, l’altra denuncia, attraverso l’associazione ASPER da lei fondata, la violazione dei diritti che il popolo eritreo continua a subire. Alessandra Clemente è spinta dalla perdita della madre, uccisa in una sparatoria tra clan camorristici, a dedicare le sue energie all’associazione “Libera” convinta che ciò possa contribuire a una trasformazione delle coscienze. Non meno significative le vicende di Anna Bambino (insegnante di liceo, che ha avviato allievi e allieve alla conoscenza di pratiche della non violenza), Ida Fornario (tra mille difficoltà ha cercato di rilanciare la Fondazione Mondragone nell’ottica di valorizzare la formazione professionale e combattere così l’abbandono scolastico), Irene Ammaturo (impegnata nell’amministrazione locale che poi, per dignità, sarà costretta ad abbandonare), Lucia Valenzi (autrice di progetti per l’infanzia napoletana a rischio), Michela Gusmeroli (per la quale l’uso della scrittura diviene strumento di cura).

Claudia Alemani

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Micaela Castiglioni
La parola che cura
Raffaello Cortina Editore, Milano 2016,
pp 184,
€ 18.00

Il testo ripercorre un percorso di formazione, condotto dall’autrice stessa, che si è svolto tra il 2007 e il 2011. Rivolto inizialmente a volontari e ad alcuni operatori e operatrici dell’associazione “Il Triangolo” di Lugano, associazione che opera a fianco di malati oncologici, ha coinvolto successivamente altri volontari, alcune infermiere e l’assistente sociale della clinica Sant’Anna, trasformandosi nel tempo in un vero e proprio percorso di ricercaformazione. La conduttrice del gruppo si è avvalsa del metodo narrativo-autobiografico. Se lo scheletro del testo può essere contenuto in queste poche righe, non altrettanto facilmente si può dare conto dell’articolazione  degli argomenti trattati che vanno a comporre un disegno assai sfaccettato. Innanzitutto il tema del volontariato. Si va dagli aspetti quantitativi del fenomeno a una lettura più qualitativa che prende in esame le motivazioni che spingono uomini e donne, ancora in una fase di vita lavorativa oppure in quella della fuoruscita dall’attività professionale, a dedicare tempo all’ impegno nel volontariato. È questa nuova esperienza che genera un bisogno di formazione che sempre più va a configurarsi come un processo di auto-educazione che non riguarda soltanto lo specifico contenuto dell’attività che si sceglie di svolgere, quanto piuttosto il senso di fare volontariato (p.5). Allora l’approccio autobiografico trova la sua applicazione più adeguata, anzi ne diventa strumento essenziale, perché permette a ciascuno e a ciascuna di scrivere, leggere e confrontare le parole e le forme del proprio divenire nel mutare dei tempi della vita. Il tema della scrittura autobiografica occupa ovviamente uno spazio significativo nel corpo del testo. Ne vengono ricostruiti con rigore e precisione i presupposti teorici, vengono evidenziate e analizzate le differenze tra scrittura e racconto orale. È con la scrittura che si può mettere in atto una sorta di distanziamento dall’esperienza stessa, distanziamento che permette di intravedere nessi e rapporti diversi da quelli che abitualmente, e routinariamente, (p.49) si stabiliscono. La scrittura diviene così cura di sé, un passo oltre la pratica auto-formativa, proprio perché consente di mettere in atto modalità di pensare, sentire, agire diverse da quelle usuali. E può così aprire la strada a una nuova interpretazione di sé, o di parti di sé, favorendo processi di cambiamento. Quali valenze assume dunque la pratica della scrittura in un percorso di ricercaformazione pensato e proposto a personale che opera in campo sanitario-oncologico? È questo un altro dei fondamentali tasselli che compongono il testo. Le questioni che si aprono sono numerose. Per esempio, se da un lato è necessario dare parola alla fatica emotiva che deriva dall’essere prossimi a situazioni di malattia, dall’altro occorre ampliare le capacità/competenze narrative tanto da poterle utilizzare e proporre anche nella relazione di cura nei confronti dei e delle pazienti e nei momenti di supervisione e/o d’équipe. Una sorta di percorso circolare, dunque, che partendo da chi cura, in modo volontario o professionale, si sbilancia verso chi si trova in situazione di essere curato o curata per ritornare potenziato e carico di risvolti altri. E che nuovamente hanno bisogno di essere letti, decostruiti, assunti e riproposti. Nel testo viene dato spazio alla ricostruzione delle diverse fasi in cui si è articolato il percorso e vengono riportati alcuni dei testi prodotti che consentono a chi legge di collocare l’impianto teorico nella pratica del lavoro che è stato svolto. Ma mai si riesce a dimenticare che si tratta di testimonianze, di racconti di vita. E come tuti i racconti di vita conservano spunti capaci di commuovere, di aprire interrogativi. Dopo la morte della paziente la sua scrittura rimane testimonianza: “Di sé per sé? Di sé per gli altri? – si chiede Barbara – non importa per chi, semplicemente aveva scritto e aveva dato, a se stessa e agli altri” (p. 127).  “Ho scritto questo libro per me, perché nulla quanto lo scrivere chiarisce i propri pensieri, sentimenti ed emozioni. Ho scritto questo libro per gli altri, perché confido che le mie riflessioni possano essere utili anche ad altre persone” (p. 136). La parola scritta può dunque divenire strumento di cura.

Claudia Alemani