Squilibrio di status e comportamenti a rischio. I giovani italiani al tempo della crisi

Il diffondersi e lo stabilizzarsi di comportamenti di consumo, abuso ed eccesso possono essere interpretati come spie del malessere vissuto da una parte delle nuove generazioni davanti alle sfide poste dal contesto socio-economico delle società postindustriali. In particolare, risulta complicato gestire lo squilibrio tra aspettative personali, socialmente indotte e costruite, e opportunità di crescita e spazi di realizzazione che vanno restringendosi.


I dati emersi dallo studio Ipsad® (Italian Population Survey on Alcohol and Other Drugs) – condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) – rivelano una crescita nel consumo di sostanze stupefacenti e alcol tra gli under 35. Rilevanti in particolare le cifre riferite al consumo di eroina, soprattutto tra i giovanissimi (Molinaro, Chiellini, 2013). In sostanza, la fascia di popolazione che si lascia coinvolgere sia nella sperimentazione che nel consumo più frequente è quella degli adolescenti e dei giovani adulti tra i 15 e i 34 anni. Allargando lo sguardo, tra il 2005 e il 2014 gli stili di consumo degli under 35 mostrano un andamento abbastanza simile a quelli delle popolazione generale rispetto agli indicatori di frequenza globale e danno riferiti all’uso di sostanze illecite. Tuttavia, la prevalenza di utilizzo dei giovani adulti risulta nettamente più alta per tutto il periodo di osservazione (Dipartimento Politiche Antidroga, 2015). Evidenze che possono essere interpretate come spie del malessere vissuto da una parte consistente delle generazioni più giovani, malessere che il deterioramento delle condizioni di vita ai tempi della crisi economico-finanziaria globale è suscettibile di esacerbare.

In effetti, con il declinare dei sistemi di welfare, l’onere della gestione di una serie di criticità e insicurezze torna come in passato a ricadere sulle spalle dei singoli individui. Questa privatizzazione del rischio vale in particolare per i settori della sanità, dell’istruzione e della previdenza, aree nelle quali le prestazioni del bilancio pubblico vanno restringendosi: la crescente instabilità dei mercati, i cambiamenti demografici e l’evoluzione dei sistemi produttivi contribuiscono a determinare una contrazione delle retribuzioni da lavoro e una diffusa instabilità dei rapporti contrattuali. In Italia, come in gran parte delle società cosiddette avanzate, l’indice di disuguaglianza dei redditi, dopo essere sceso dal 40% del 1971 a meno del 30% nel 1982, è risalito e oscilla fra il 33 e il 35%. (Brunetti et al., 2011: 209-233).

Il fatto che l’intensità delle disuguaglianze nella distribuzione dei redditi non sia sostanzialmente mutata nell’ultimo ventennio, mette in rilievo come le appartenenze generazionali inizino a costituire una linea oggettiva di profonda divisione sociale (Schizzerotto, 2010). Da un lato, buona parte degli ultracinquantenni, lavoratori qualificati o semi-qualificati dell’industria e del terziario che hanno goduto complessivamente di una discreta stabilità occupazionale, possono contare, anche in prospettiva, su una copertura pensionistica adeguata; dall’altro, le trasformazioni del mercato del lavoro, segnate sia da una ridotta occupazione dei giovani – in parte per il prolungamento degli studi – sia da modeste retribuzioni e scarse tutele contrattuali anche tra i laureati, aumenta il rischio di povertà tra gli under 30 (Benassi, Facchini, 2010). Per una quota consistente delle nuove generazioni il lavoro si è trasformato in un bene sempre più scarso, precario (o flessibile, secondo altre interpretazioni) e poco retribuito (Sennett, 1998). In Italia le persone tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non ricevono formazione (i cosiddetti Neet: not in education, employment or training) sono in espansione: secondo l’Istat si è passati dal 20,9% del 2005 al 27,3% del 2015. Restringendo il campo di osservazione ai giovani tra i 18 e i 29 anni, si superano i trenta punti percentuali (Istat, 2016).

Una circostanza particolarmente delicata poiché è ipotizzabile che molti giovani italiani, cresciuti in una condizione di relativa agiatezza, o quantomeno non segnata da gravi problemi di sussistenza, non siano pienamente attrezzati per le complicate sfide proposte dal mutato scenario socio-economico in cui si trovano a operare e rispetto al quale, pur nella consapevolezza delle ristrettezze attuali, nutrono comunque delle aspettative che rischiano di essere frustrate dal progressivo declino che investe da tempo le società postindustriali. Con quali conseguenze sulla propensione ai comportamenti a rischio?

Interessante in proposito il concetto di squilibrio di status (Lenski, 1954) che, partendo dal presupposto dell’esistenza di una pluralità di gerarchie sociali (di reddito, di potere, di istruzione, di prestigio), sostiene che coloro i quali, in contrasto con le aspettative personali e sociali, non si trovino al medesimo livello in tutte le gerarchie (es. un laureato disoccupato) vivono frustrazioni e tensioni tali da provocare isolamento sociale, patologie e comportamenti a rischio. Divisione che si sovrappone alla riconosciuta associazione (Wilkinson, Marmot, 2003) tra indicatori di posizione sociale e fenomeni connessi alla salute, quali speranza di vita, comorbilità e adozione di comportamenti a rischio, come emerge da svariate ricerche sulle disuguaglianze sociali nella salute (Mackenbach et al., 2008). Studi che mettono in evidenza che determinati stili di vita si scoprono influenzati da variabili di stampo strutturale, che fanno sì che soggetti appartenenti a gruppi svantaggiati abbiano maggiori probabilità di versare in condizioni esistenziali tali da favorire l’insorgere di patologie e di comportamenti insalubri a rischio (Lucchini, Tognetti Bordogna, 2010; Della Bella, Lucchini, 2015).

Ciò segnalerebbe il diffondersi di una vera e propria “cultura del rischio” (Lash, 2000:47), come pericolo da evitare ma, allo stesso tempo, come opportunità da cogliere. Una concezione propria dell’universo giovanile (ma non solo), che rimanda a una estrema presentificazione e reversibilità delle scelte: l’accettabilità del rischio è sostenuta da una proiezione dei vissuti centrata sul presente, entro la quale ogni scelta, ogni direzione intrapresa, per quanto rischiosa, appare negoziabile e suscettibile di correzione successiva (Bucchi, 2001: 181-198). Inoltre, da numerose ricerche (Beckett, 1992; Buzzi et al., 2007) emerge come sovente non sia possibile spiegare la messa in atto di comportamenti rischiosi sulla base di un livello di informazione inadeguato. In altre parole, molti individui, consapevoli di mettere a repentaglio la propria salute e incolumità nel persistere in certe condotte, non riescono a tradurre questa consapevolezza nella pratica, poiché l’informazione, se e quando disponibile, resta confinata in una dimensione astratta, condizionata da vincoli percepiti come insormontabili (problemi economici, familiari, relazionali).

Coloro che non riescono a fronteggiare con efficacia i condizionamenti che imbrigliano la vita di ogni giorno avvertono il bisogno di evadere e sfuggire, magari sperimentando consumi e comportamenti a rischio, che possono sfociare a  loro volta nella addiction, nella dipendenza come risultato indesiderato di una malintesa indipendenza assoluta. Sotto questo profilo, l’impotenza è una dimensione importante, associata com’è all’umiliazione provata dai tanti che non riescono a realizzarsi. Persone per cui risulta più semplice disimpegnarsi e cercare distrazione, divertimento e stordimento nelle sostanze o in comportamenti eccessivi (Bauman, 2011).

Se le tendenze descritte, operando a un livello macro, rimandano a cambiamenti strutturali difficilmente governabili ed emendabili nel loro produrre effetti deleteri sulla coesione sociale e sulle traiettorie individuali (consumo di stupefacenti, abuso di alcool e, più in generale, comportamenti a rischio), è proprio su tali effetti che è possibile intervenire per mitigarne la gravità, mediante il rafforzamento delle attività educative, delle campagne di sensibilizzazione e delle azioni di trattamento. Senza dimenticare le ricadute operative della ricerca scientifica sulle policy e le pratiche rivolte ai bisogni di salute della popolazione, che potrebbero esprimersi nella strutturazione di politiche socio-sanitarie, nella pianificazione di programmi di prevenzione e nella realizzazione di interventi di cura genuinamente evidence-based e non improvvisati sull’onda dell’emergenza e dell’allarme sociale (Bastiani et al., 2013).

Ricercatore e giornalista. Dottorando presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano Bicocca, è docente di Sociologia della Devianza presso le Scuole di Specializzazione in Neuropsicologia e Psicologia del Ciclo di Vita del medesimo Ateneo.

Bibliografia

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