I have a dream… Io ho un sogno…

Si era detto che i millennials sarebbero vissuti nell’età della conoscenza: fu detto in buona fede o eravamo così intrappolati nel mercato dei consumi da non prevedere le crisi che non permettono più di sapere come partecipare ai destini del mondo?


I millennials. Vorrei che fossero capaci di dire un nuovo I have a dream insieme con qualche sapiente coraggioso, capace in tempi perturbati di dare quella speranza che è aspettativa, anticipo di progetto. Proprio partendo dal “sapiente” che non si vede, dai presunti intellettuali che non sanno farsi maestri, forse tutti noi adulti dobbiamo fare attenzione almeno all’ultimissima generazione che ci cresce davanti e va ancora alle elementari: sono bambini destinati a farsi carico di situazioni ancora più nuove e stringenti che debbono diventare cittadini migliori dei loro genitori, figli che non sono diventati migliori dei padri e delle madri; e perfino dei loro fratelli, già dentro il millennio in difficoltà.

Gli adolescenti infatti – se partiamo dai veri giovani, non dai trentenni ormai assimilati – sentono direttamente sulla pelle l’avanzare di un tempo che loro percepiscono diverso da quello di cui gli stanno parlando i genitori, gli insegnanti e anche i ragazzi più grandi: non si rendono bene conto di che cosa li aspetti che, ancora ignoto, li scoraggia; intuiscono che non può essere solo negativo, perché sanno, almeno, anche se perfino questo lo sanno male, di essere vivi; ma non hanno parole per definire quello che nemmeno l’anima (ma dove sarà finita?) è orientata a volere. E sono sostanzialmente soli. Non tutti sanno che lo smartphone non basta.

Intanto da tempo in tutti i paesi si fanno continue inchieste sui giovani: il mondo degli adulti è giustamente preoccupato non solo per il loro futuro, quello che viene trasmesso generazionalmente, ma perché proprio i genitori faticano ad ammettere di “non conoscere” i figli: il bullo, il violento, il ribelle è sempre il figlio di altri, se sono demotivati, anaffettivi, narcisisti, depressi, perfino “sdraiati” va accusato un sistema che li sta condannando alla disoccupazione; che molti si droghino, bevano, diventino anoressici o bulimici è ormai una costatazione ambientale come l’abuso delle app regressive con gli animaletti consentite anche nei musei. Tutti pensano di sapere: tutti sono stati adolescenti, quindi apatici o reattivi, ubbidienti o ribelli, timidi o disperati, in lotta con i genitori o indolenti: l’adolescenza, dunque, sarà sempre come il morbillo, che poi vengono gli anticorpi, poi uno si arrangia e il mondo in qualche modo lo integra…

Solo che questa volta non è più così: troppi, con figli o senza figli, fanno definitivamente parte di una generazione che ha continuato a camminare senza accorgersi che andava a vuoto: casa, lavoro, un po’ di sociale, qualche volta a votare, come il criceto che probabilmente non sa che la ruota torna su se stessa. Non si sono accorti che la storia, a prescindere dalla scadenza di un altro millennio, è andata troppo oltre le tradizioni e non ha più tempo per aspettare chi non ha tenuto la strada.

Il disagio, prima di quello dei giovani, è di quanti accusano il vuoto che hanno dentro, convinti che niente funziona perché partono da sé, che nessuno è capace, nessuno si prende responsabilità, del prossimo non c’è da fidarsi, mi raccomando i miei soldi… dove sono andati a finire i princìpi, la cultura, le speranze, i sogni; i figli? I figli sono un po’ strani. Naturalmente nessuno fa riferimento a quelli “normali”, che sono studiosi, rispettosi e perfino parlano: sono preziosi, ma anche loro avrebbero bisogno di qualcuno che si interessasse a sapere se hanno sogni.

Con queste premesse forse è inutile pronunciarsi sui giovani, dato che, anche noi che ne parliamo, siamo responsabili della loro libertà e, diciamo la parola grossa, della loro felicità; ma, anche se abbiamo abbastanza coraggio e cuore per porci qualche interrogativo, ci è difficile  comunicare con interlocutori che, solo per essere più giovani, sanno di non volere essere come noi, che ci accettino o ci rifiutino. E hanno perfettamente ragione. La situazione in cui da tanto siamo avvolti e viviamo è ormai, con tutta evidenza, un kairòs, uno di quei tempi che i Greci antichi non vedevano scorrere sull’orologio o nei registri dell’anagrafe, ma incombe carico di aspettative, di incognite che potrebbero diventare minacce se fai conto di nulla e non cogli l’opportunità per farla diventare positiva, se davvero tu lo volessi. Quando non c’è occupazione – e non ci sarà nemmeno in futuro perché il lavoro ha cambiato natura – e un giovane chiede “ma perché mai dovrei lavorare? preferisco restare libero, un neet che non studia, non lavora e non cerca”, difficile trovare una risposta (per noi prima ancora che per lui): di solito ci si rassegna a mantenere uno che non sa di soffrire il peggio, cioè di temere che gli succeda quello che rifiutava da sempre, di finire come suo padre.

Le indagini sul mondo giovanile vanno lette, in realtà, come indagini prima di tutto su tutti noi. Per ora impotenti, perché convinti che i rapporti generazionali siano verticali e i genitori debbano provvedere alla prole (come dice anche il codice): gli anziani trasmettono ai giovani il proprio sapere e i giovani, anche se contestano, debbono a loro volta replicare l’ordine normale delle cose. Per la verità già Galileo pensava che erano più vecchi gli ultimi nati, perché destinati ad abitare una storia più recente in un mondo in via di rinnovamento. Oggi siamo sicuri che non è colpa o merito delle nuove tecnologie, che sono lì da un pezzo e sono meglio praticate dai giovani che da noi: è proprio il computo delle età e delle esperienze di chiunque sia nell’infanzia o nella vecchiezza che ha cambiato senso. La storia ha voltato pagina. Ed è storia globale, che vale per tutti, potenzialmente pronti per l’uguaglianza rispettosa delle differenze. Ecco perché dobbiamo esercitarci a pensare al bambino delle elementari: dobbiamo assolutamente farcela senza produrre danni almeno con lui.

Ecco allora, che, per questo obiettivo, diventano necessarie le verifiche su che cosa si sta muovendo intorno a noi per non diventare vittime di noi stessi, confusi – come i nostri figli già grandi – tra ciò che la modernità ci sta donando di positivo e i rischi dei mutamenti fin qui imprevisti. Se si pensa alle conquiste della chirurgia e della medicina, i nuovi avanzamenti sono certo positivi, dato che viviamo meglio e più a lungo; ma sono anche problematici se la genomica e le biotecnologie prospettano trasformazioni antropologiche alle cui scelte non siamo preparati; sappiamo solo che saranno decisive per chi oggi è ancora bambino. Se l’informazione si mantiene superficiale e, per i fatti più gravi, sta diventando solo ansiogena, è necessario capire quali sono i problemi che vanno portati a soluzione dopo ritardi pericolosi: le migrazioni sono un dato di realtà da oltre vent’anni, la disuguaglianza che ha allargato la forbice in Italia è la stessa che ha prodotto squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri evitabili se si fosse accettato un po’ di austerità quarant’anni fa cooperando con il cosiddetto terzo mondo; se ci fa ancora comodo vendere armi e le armi si impiegano per fare guerra, potrà toccare anche a noi. Quindi se ci facciamo prendere dalla paura e dall’odio, non solo non ci salveremo, ma trasmetteremo paura e odio ai più piccoli che invece dovranno assolutamente volere la pace per non restare stritolati.

E allora ben vengano le inchieste, i rapporti, le statistiche per capire che immagine rimanda lo specchio dei giovani con cui dobbiamo decidere del futuro, che è loro come prospettiva, nostro per condivisione responsabile. Si era detto che i millennials sarebbero vissuti nell’età della conoscenza: fu detto in buona fede o eravamo così intrappolati nel mercato dei consumi da non prevedere  le crisi che non permettono più di sapere come partecipare ai destini del mondo? I polacchi, ricevuti i miliardi degli aiuti europei, hanno chiuso le frontiere; gli inglesi hanno votato Brexit e il giorno dopo in quattro milioni che “si erano sbagliati” hanno firmato per tornare a votare; gli italiani si predispongono ad un sì o un no da tifoseria calcistica senza conoscere i termini di riforme da votare nel prossimo referendum!

In molti report leggo il timore di una lost generation: bisogna affrettarsi a trarre conclusioni per vedere se siamo ancora in tempo per dare senso a misure urgenti di prevenzione del danno. I neet italiani, secondo l’Istat 2015, sono più numerosi, sembra siano il 26%, dei coetanei europei; il 15% si ferma alla terza media; i laureati sono il 22% sul 36% europeo. Vivono nella famiglia d’origine più degli altri – anche se si nota un aumento anche in altri paesi dopo la crisi – tra i 16 e i 29 anni solo il 12% ha una relazione di coppia stabile (circa la metà degli altri) e siamo in fondo alla classifica per nuove nascite. Detti così i dati statistici sono generici, se si vuole anche allarmistici. Forse sono parziali.

Ma non si trovano sondaggi dei desideri e dei progetti. Forse davvero anche a vent’anni molti non arrivano a cogliere la dimensione di quella necessità che è il sogno.

Invece la frustrazione derivata da condizioni di incertezza e insicurezza può produrre reazioni imprevedibili – perché comunque uno giovane è vitale – al progressivo disagio sociale, dovute alle nuove povertà, agli stimoli di un mercato che sfrutta i bisogni dei più giovani inducendo aspirazioni di denaro e successo, alla perdita di quella fiducia nella vita che, bene o male, veniva data dalla religione (sempre l’Istat ha avvertito che tra 15 anni non ci saranno più celebrazioni di matrimoni nelle chiese). Con conseguenze antropologiche in società che già sono frammentate e non più solidali. Il benessere, che dalla fine della seconda guerra mondiale ha fatto dell’Italia un paese ricco e, pur venendo da distruzioni e miserie, aveva conservato la solidarietà sociale (anche se non quella politica), nel rivelarsi fallimentare sia per le corruzioni interne, sia per la strategia implacabile della finanza internazionale, si rivela fragile e incapace di frenare le spinte egoistiche dell’avere e dell’ignoranza. I giovani sono indotti a scelte regressive e, mentre quelli che non abbandonano la vita religiosa sono laici movimentisti e ciellini o preti preconciliari, i “politici” (o gli “antipolitici” che sono quasi uguali) sono tornati a parlare di “sinistra radicale” e di rifiuto del sistema (i rappresentanti degli universitari bolognesi ha votato contro la proposta del Senato accademico della laurea honoris causa a Mario Draghi, non per la persona, ma per rifiuto del simbolo bancario).

Non è detto che possedere un’identità sia rassicurante in un tempo di nazionalismi esasperati, ma, qualunque ne sia il carattere, manca assolutamente un’identità generazionale, almeno visibile nelle relazioni più concrete. Se gli Erasmus sono stati un successo, il Jobs Act ha dato ordine al proliferare delle occupazioni precarie mentre la “Garanzia Giovani”, l’Agenzia per le politiche del lavoro, i finanziamenti europei restano poco incoraggianti e anche il sussidio di cittadinanza evocato è rimasto in Italia di non facile finanziamento, sullo sfondo resta l’inerzia dei sindacati che, sapendo da oltre vent’anni che il lavoro non sarebbe più stato come prima, non hanno capito che avevano una carta da giocare per dare una definizione giuridica e incardinare diritti e doveri di  professionalità che venivano sostituendo senza regole gran parte dei settori operaio-impiegatizi. Non era previsto che la robotizzazione eliminasse la fatica, ma anche l’occupazione, così come le nuove tecnologie rendessero superflue professionalità che ancora sopravvivono perché la potenzialità delle macchine non è spinta al massimo.

Il bisogno allora è quello di avviarci ad un nuovo sistema produttivo: dalla produzione di merci alla produzione di benessere umano. Gli uomini, ma soprattutto le donne, sanno bene che il denaro lo si stampa comunque sia finalizzato, purché produca profitto e occupazione. Se ci apriamo a una conoscenza un po’ più staccata dai condizionamenti tradizionali e meglio orientata al bene comune, e siamo in grado di privilegiare la salute, la cultura, lo studio, l’arte, il restauro e l’organizzazione della vita urbana, l’ambiente e la sua tutela, il confronto con le progettazioni in corso nel mondo può darsi che nasca una civiltà dei servizi che riorienti il lavoro in primo luogo, ma anche le politiche internazionali di competitività, sfide e conflitti che annientano ogni ricerca di pace.

Non dovrebbe essere difficile parlarne con quei giovani che noi abbiamo spinto ad inventare l’antipolitica e a sprecare risorse a vuoto: in giro ci sono troppi furbi pronti alle speculazioni – cosa non nuova nella storia umana – ma la gente di una nuova generazione non può continuare ad andare dietro al primo pifferaio che passa o disinteressarsi della società di cui è membro. Gente così potrebbe perfino essere in buona fede (don Milani era solito insegnare ai giovani che la buona fede è, semmai, un’aggravante), ma non può essere così ignorante da condannare istituzioni e politici – “tutti uguali”(ma quando mai?) – senza fare due conti e chiedere spiegazioni a chi promette cambiamenti, miracoli e catastrofi. Anche i giovani, a questo punto di implicita disperazione, possono riscoprire la violenza delle reazioni. Teatro già visto con il terrorismo rosso e nero. Oggi nel contesto reso più pericoloso di un mondo sempre più sconvolto dal trovarsi tutto insieme nello stesso tempo, in presenza di contraddizioni e sfasature inaudite in cui comuni sono solo i mezzi, tutti con uguali cellulari, tutti con le stesse musiche, le stesse mode, la stessa rete. Senza riparo davanti a repressioni di diritti e perdita di sicurezza.

Faremo insieme quel che si può. Ma per i più piccoli anche quel che non si può. Facciamo che almeno in loro crescano fantasia libera, inventiva, immaginazione perché poesia, gentilezza, generosità, armonia, senso di uguaglianza e di rispetto per tutto il vivente sono elementi forti per transitare indenni il kairòs di nuova civiltà che ormai si gioca sulla pace o sulla guerra, metaforiche e reali. Se l’egoismo cieco fa ancora ritenere potenti le armi e i muscoli dell’ignoranza, preserviamo gli interessi di bambini e bambine che senza pace non avranno futuro. Ci vorrà molto coraggio, non dei bimbi, ma di noi, per staccarci dalle nostre abitudini e dai nostri pre-giudizi: ma è il futuro e vale la pena di giocarselo tutto.

Nota a margine: secondo il solito stereotipo, il termine “giovani” non ha genere nelle inchieste: le ragazze senza problemi e senza sogni da mettere a confronto.

Politologa, giornalista, ex-parlamentare e femminista