Bamboccioni?

Non c’è da meravigliarsi se, in Italia, moltissimi giovani laureati, una volta terminati gli studi, invece di riuscire a realizzare, dopo tanti sacrifici (ricordiamo che tanti lavorano e studiano), i propri progetti di vita, si ritrovano ad ingrossare le file dei disoccupati, continuando a vivere in casa con i genitori.


In questo particolare periodo storico costituito da interferenze culturali e religiose multietniche, da incertezze politiche e giuridiche condite da un alto tasso di disoccupazione, l’opinione generazionale dei giovani è particolarmente profusa di sfiducia ed incredulità circa la realizzazione del loro futuro.

Ma chi sono questi giovani? Tecnicamente vengono definiti cambio generazionale perché assicurano la “riproduzione della specie”[1] ma soprattutto una ventata di cambiamenti ed innovazioni a dispetto della vecchia generazione – cronicizzata nelle beghe egoistiche di sprechi ed interessi personali, di accordi e mazzette – infondendo l’entusiasmo verso il cambiamento e la rielaborazione della realtà, ricontestualizzando il proprio ruolo in ambito sociale.

Yuri Kazepov, professore di politiche sociali a Urbino, spiega che i ragazzi del Terzo millennio sono più flessibili, più attivi, più disponibili verso le diversità e mutamenti.[2]

Psicologicamente i giovani vivono la sfiducia e l’insicurezza: uno stato di precarietà esistenziale che é insito nella fase del ciclo vitale che vivono. L’Io è un prodotto desunto dall’esito dei propri tentativi messi in atto sia individualmente sia in ambito sociale. In Italia, dove i gerontologi li hanno isolati e tenuti in stand-by, questi ragazzi si temprano esistenzialmente.

Questo è uno dei tanti motivi per cui vivono più a lungo in famiglia ed accedono in ritardo al mondo del lavoro: lavoro che è sempre più esiguo e depersonalizzante. Definiti impropriamente dal Ministro Brunetta “bamboccioni italiani che a 18 anni andrebbero buttati fuori casa per legge”, ed in precedenza dall’ex ministro dell’economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, che inventò l’“epiteto” di bamboccioni per i ragazzi italiani troppo mammoni e reticenti davanti all’opportunità di uscire dalla famiglia, ipotizzando degli incentivi atti a stimolare il distacco dalla famiglia d’origine. Per i giovani secondo Fara nella Comunità Europea esistono “condizioni obiettivamente diverse e i ragazzi possono contare su un adeguato Welfare”. Come si può pensare di buttare fuori da casa dei giovani sprovvisti di ogni sostentamento o che si barcamenano con lavoretti precari. Diciamo che è deficitaria la politica della casa e/o la possibilità per i giovani di trovare un abitazione (anche monolocale) a prezzi contenuti. È giusta l’osservazione del Presidente di Eurispes “E credo purtroppo che siamo di fronte a un impedimento insormontabile da qui ai prossimi anni”.[3]

Quindi non c’è da meravigliarsi se, in Italia, moltissimi giovani laureati, una volta terminati gli studi, invece di riuscire a realizzare, dopo tanti sacrifici (ricordiamo che tanti lavorano e studiano), i propri progetti di vita, si ritrovano ad ingrossare le file dei disoccupati, continuando a vivere in casa con i genitori. Accanto ad una percentuale di giovani “parcheggiati” all’università, esistono anche tanti ragazzi che riescono a terminare gli studi nei tempi previsti e che vorrebbero, una volta ottenuta la preziosa pergamena, cominciare a “vivere”, non dovendo essere più “figli di famiglia”. La situazione non è per niente rosea: se sono fortunati riescono ad inserirsi in uno stage, quasi sempre non retribuito. Lo stage infatti, inizialmente doveva essere un periodo di tirocinio e di addestramento in vista di lavoro stabile, è ormai prassi, nella Comunità Europea, di un pedaggio obbligatorio fra la fine degli studi e l’avvio nel mondo del lavoro; il dramma è che questa “qualificazione specializzante” si prolunga spesso per alcuni mesi e, la cosa negativa, si trasforma in un vero e proprio sfruttamento da parte delle aziende, dal momento che l’assunzione, o anche solo un contratto a progetto è un miraggio per pochi fortunati stagisti.

Se tutto va bene e trovano il coraggio di lasciare l’Italia, in vista di un lavoro che possa garantire una vita tranquilla, tanti giovani valutano tra Europa o Stati Uniti. La realtà dei fatti è che pochi si soffermano a riflettere, salvo poi lamentarsi quando i notiziari televisivi enfatizzano sulla “fuga dei cervelli” dall’Italia o sul Nobel vinto da italiani all’estero.[4]

In Italia la percentuale di disoccupazione per i giovani tra i 15-24 anni si attesta al 44% mentre la media UE del 26%. Nella fascia d’età tra i 25-34 anni si attesta al 19% (media UE 13%), in ambito laurea tra i 25-34 anni dei laureati è disoccupato il 16%. Da ciò si evince che il dramma della disoccupazione/inoccupazione travolge anche i laureati.

Circa le aspettative giovanili nell’approccio del mondo lavorativo precario e privo di garanzie, ha cercato di formulare un quadro Chiara Binelli[5], Assistant Professor di Economia presso l’Università di Southampton, mediante la somministrazione di un questionario di 71 domande, articolato in tre sezioni: informazioni sociodemografiche, ricerca lavoro, aspettative occupazionali e di reddito.

Gli obiettivi del questionario sono stati due: quantificare l’effetto della condizione di disoccupazione sulla vita dei giovani e valutare l’efficacia del Jobs Act sulla stabilità del lavoro per i giovani. Il campione è composto da 1238 giovani senza lavoro tra i 25-34 anni, laureati tra il 2011 e il 2013 in una delle 64 università che aderiscono al consorzio Alma Laurea (rappresentativo del 79% della popolazione dei laureati italiani). L’indagine è stata condotta online tra gennaio e febbraio 2015 e il tasso di risposta è stato dell’85% (1238/1462).

Dallo studio emerge che il 20% si aspetta di guadagnare più di 1200 Euro netti al mese e di guadagnare più dei propri genitori. Il 50% spera di iniziare a lavorare nei prossimi 12 mesi e una bassa probabilità di trovare lavoro senza utilizzare contatti personali/famigliari. L’80% si aspetta una bassa probabilità di trovare un lavoro che offra tutela previdenziale e copertura pensionistica

adeguata e si predispone a dover posticipare decisioni importanti per mancanza cer-

tezze sul futuro, ed è demoralizzato/pessimista sulle prospettive professionali future.6

Anche dall’indagine Essere giovani oggi in Europa7 a cura di Eurostat ne deriva una serie di informazioni inerenti ai progressi della Strategia per i Giovani nella Unione Europea. Mariana Kotzeva8 enuncia nella prefazione della pubblicazione: “Questa pubblicazione punta sui bambini e i giovani, è incentrata sulle loro preoccupazioni e interessi, illustra anche gli sforzi di Eurostat per essere più vicini ai cittadini dell’UE affrontando temi specifici che sono molto importanti per il grande pubblico. Essa mira a fornire una panoramica del passato, attuale e futura situazione dei nostri giovani concittadini. L’obiettivo è far luce su ciò che significa ‘essere giovani nell’Europa di oggi’, frequentare la scuola, partecipare alle attività sportive e di svago, lasciare la casa dei genitori ed entrare nel mondo del lavoro”. Essere giovani oggi in Europa è articolato in sette argomenti: la demografia, la famiglia e la società, la salute, l’educazione, l’accesso e la partecipazione al mercato del lavoro, le condizioni di vita e il mondo digitale.

Esse riguardano quattro principali aree di interesse: famiglia, lavoro, tempo libero, studio e internet.

La crisi economica attuale ha ampliato il fenomeno. Da un indagine su “Famiglie Marchigiane e Mercato del Lavoro” svolte fra il 2008 e il 2010 risulta che la crisi ha indotto il rientro in famiglia di giovani che vivevano da soli, con un incremento degli under 30 in famiglia che si acuisce in soli tre anni dal 72% all’88%. Solo il 6% degli under 30 marchigiani è sposato o convivente. Ne scaturisce una notevole sofferenza economica per le famiglie d’origine, che constatano un reddito più o meno invariato a fronte di una crescita degli inoccupati.

Sofferenza economica dovuta anche all’aumento delle separazioni, divorzi e figli nati fuori dal matrimonio, diminuzione dei matrimoni e aumento delle famiglie di fatto anche con uno dei partner straniero sono dinamiche che caratterizzano la gran parte dei Paesi europei e che i demografi l’hanno denominata transizione demografica. È una metamorfosi che complica il mondo relazionale familiare che risulta qualitativamente diverso da quello delle generazioni precedenti. Rispetto le altre Nazioni il ritmo del cambiamento è più lento basta osservare che il tasso di divorzio in Italia (e Irlanda) sono i più bassi d’Europa: 1/3 del Belgio e circa il 50% del resto della UE, analogamente dicesi per le nascite esterne al contratto matrimoniale solo il 20%. Il Welfare italiano illustra una tipologia di famiglia non più corrispondente alla realtà sociale. Welfare che ancora si adagia sulla figura femminile come mater familias a cui ricorrere (culturalmente, socialmente, psicologicamente…) e non socializza i costi. Al contrario di tanti Paesi europei dove il welfare mira a defamiliarizzare le responsabilità di cura (anziani minori/adolescenti) mantenendo le responsabilità nei confronti dei componenti della famiglia, investendo ingenti risorse sui servizi.

La complessa realtà italiana: aumento dell’attività lavorativa femminile e la difficile situazione occupazionale dei giovani creano una situazione critica per prendersi cura in maniera adeguata di minori/adolescenti e degli anziani (es. tipico la figura della “badante” e/o baby-sitting).

Ne consegue il condizionamento lavorativo dei giovani che tendono a staccarsi dal nucleo familiare d’origine pur rimanendo nelle vicinanze dei genitori al fine di poter sopperire ad eventuali difficoltà reciproche. Anche il ruolo dei nonni, in qualità di baby-parking (0-3 anni), riveste un importanza sociale che consente alle neo-mamme di poter svolgere un’attività lavorativa necessaria al sostentamento del proprio nucleo familiare. Non meno importante è l’ammortizzatore sociale “integenerazionale”[6] del sistema pensionistico che sopperisce alla disoccupazione giovanile contribuendo al bilancio della famiglia. Tale sistema è destinato a creare degli attuali giovani – in futuro -, una “nuova classe di poveri” quando gli attuali “lavoratori” lasceranno l’attività e la loro situazione economica/reddituale non consentirà il trasferimento di servizi e risorse.

Sarebbe auspicabile che, in un futuro immediato, l’attività lavorativa dei giovani italiani scaturisse da un più sollecito raccordo e dalla interazione tra istruzione e formazione/innovazione e il settore del lavorativo. Predisporre i giovani di oggi ai mercati del lavoro futuro. Nel confronto con i coetanei di altre Nazioni si riscontra che i nostri giovani si avvicinano al settore lavorativo in età troppo avanzata e, per di più, con conoscenze poco spendibili anche per la mancanza di esperienza nel mondo del lavoro perché: chi studia non lavora e chi lavora non studia. Risultano quasi inesistenti, nonostante i vari tentativi, i servizi di collocamento e orientamento al lavoro che facilitano il passaggio verso il mercato del lavoro favorendo, nel contempo, le istituzioni scolastiche e le università, per la rielaborazione della offerta formativa e un contatto continuo con l’habitat che li circonda. La mancata comunicazione tra sistema istruzione/formazione e mondo del lavoro influisce in maniera negativa sulle prospettive occupazionali dei giovani. Questa cerniera mancante è la trappola che margina il mercato del lavoro, con tipologie occupazionali e professioni di basso profilo, spesso senza corrispondenza tra carriera scolastica e carriera lavorativa. Creare una competizione culturale finalizzata a premiare e sostenere i migliori atenei, per ottimizzare le risorse esistenti, ed incentivare fino a spingerli alla eccellenza i centri più deboli e in difficoltà, con appositi programmi di recupero e di sostegno. Nell’ottica della maggiore cooperazione tra sistema formativo e mondo del lavoro si impone un dualismo inderogabile: la mobilità degli studenti universitari e dell’alta formazione professionale, da un lato, e il valore legale del titolo di studio. Nel considerare la mobilità degli studenti si evidenziano problematiche di natura culturale ma anche notevoli ostacoli logistici ed economici. E’ necessario investire sulla mobilità riuscendo ad abbattere la logica della moltiplicazione delle sedi offrendo una reale possibilità di scelta. In primis, aumentare la disponibilità di borse di studio e abitazioni per studenti vincolate al merito. Facilitare sistemi di finanziamento agli studenti che vogliono e credono sul proprio futuro. In Italia, gli studi superiori non sono solo un costo – sotto tutti i profili: economici, energie, sociali, psicologici -, ma un vero e proprio investimento, come si evidenzia tra la differenza di reddito che la laurea e i diplomi professionali superiori garantiscono anche nel nostro Paese.

Dottoressa in Scienza dell’Educazione, Consulente dell’Educazione Familiare,

Mediatrice Familiare, Master DITALS2 ( Didattica per l’insegnamento della Lingua Italiana per Stranieri)

Note:

[1] Arthur Schopenhauer

[2] Professor Yuri Kazepov, da studioso di politiche sociali all’Università di Urbino, nonché tra i fondatori della“rete” interdisciplinare ESPAnet Europa.

[3] http://www.laprevidenza.it/documenti/lavoro/bamboccioni-no-grazie-pratici-e-realistia-cura-dssa-mariagabriella-corbi

[4] http://www.ovephrlex.com/leggiarticolo.asp?id=2254

[5] Chiara Binelli È Assistant Professor di Economia presso l’Università di Southampton, membro associato della European Development Research Network e Research Fellow presso il Rimini Centre for Economic Analysis. La sua ricerca si incentra sull’economia del lavoro e dello sviluppo, sull’economia dell’istruzione e sulla microeconometria applicata. Si è occupata molto di scelte scolastiche, qualità dell’istruzione, mercati informali del lavoro e i vantaggi dell’istruzione in America Latina. Ha anche lavorato alla valutazione di un intervento volto a promuovere la ricerca e lo sviluppo in Argentina e alla progettazione e attuazione di un innovativo strumento d’indagine volto a valutare l’efficacia di un programma di microfinanza nel Malawi. Attualmente si sta occupando di ricerca in tema di diseguaglianze economiche e sociali e di disoccupazione giovanile in Italia.

[6]  http://www.economia.rai.it/articoli/giovani-laureati-e-disoccupati-italia-qualefuturo/30640/default.aspx

[7] La pubblicazione Eurostat “Being young in Europe today” è disponibile in versione PDF sul sito eurostat: http://ec.europa.eu/eurostat/product?code=KS-05-14-031. È anche possibile trovarla nella sezione statistica: http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/ index.php/Being_young_in_Europe_today

[8] Vice Direttore Generale e Caporedattore di Eurostat

[9] Una selezione di infografiche interattive, sviluppate soprattutto per i giovani, ma anche per i genitori e gli insegnanti, è disponibile sul sito Eurostat: http://ec.europa.eu/eurostat/ cache/infographs/youth/index_en.html

[10] http://www.ciessevi.org/approfondimenti/chi-sono-i-giovani-doggi-una-generazioneliquida-con-unidentit%C3%A0-plurima