Come in un quadro di Escher I giovani e la scelta

Come in un quadro di Escher le scelte sembrano riavvolgersi su se stesse, far ritornare sempre al punto di partenza, srotolare un percorso che non è veramente tale ma si rivela un’illusione; sembra davvero che il futuro non ci sia più; ma il futuro irrompe come sconfitta, disfatta, fallimento e lo fa in tempi così stretti che anche la scelta della gratificazione immediata non fa nemmeno in tempo ad essere goduta.


Ormai sei soggetto a una forza che ti è sconosciuta
ormai sei libero e schiavo,  ormai sei coinvolto 

E di colpo ti viene il sospetto che in tutta la vita
non hai mai scelto

Giorgio Gaber

“Quando lo vedi anche”

“I giovani non sanno scegliere”. Affiancata dall’immancabile “i giovani non hanno valori” questa frase viene ripetuta quotidianamente da chiunque abbia a che fare con la gioventù: e come tutti i luoghi comuni essa posa su un fondo di verità, annacquandolo nella inutile generalizzazione.

Scegliere è difficile: la parola deriva da “ex-legere” che significa “separare la parte migliore di una cosa”; c’è dunque sempre una idea di positività e piacere nella scelta. Ma quale tipo di piacere, e “migliore” in che senso? Scegliere significa assecondare un appetito momentaneo oppure pensare al futuro, e rinunciare a una soddisfazione immediata per una gratificazione da rinviare? Un intenso ma repentino piacere immediato è preferibile a un piacere futuro più certo ma meno travolgente? Iscriversi a filosofia sapendo di rischiare la disoccupazione o lavorare dallo zio geometra leggendo Platone la sera a letto?

Queste due alternative sono da sempre poste di fronte ai giovani, con le generazioni adulte che propendono per la seconda e i giovani che reclamano il piacere immediato anche a scapito del futuro: sembra però che negli ultimi decenni tutto si sia invertito. Una generazione adulta affogata nel proprio narcisismo ha letteralmente espropriato di futuro i giovani (basti pensare allo sconsiderato sperpero delle risorse del pianeta) mentre i giovani sembrano non reclamare più futuri diversi e vogliono operare scelte basate su una sorta di iper-realismo (si sceglie senza sognare ma sulla base di un pragmatismo da vecchi). Come diceva Altan in una geniale vignetta. “Oggi la scelta è: o niente e subito, o tutto e mai

Come in un quadro di Escher le scelte sembrano riavvolgersi su se stesse, far ritornare sempre al punto di partenza, srotolare un percorso che non è veramente tale ma si rivela un’illusione; sembra davvero che il futuro non ci sia più (“non c’è più il futuro di una volta” recitava uno striscione) e dunque che tutto vada valutto sull’immediato e dunque sul profitto; ma il futuro irrompe come sconfitta, disfatta, fallimento e lo fa in tempi così stretti che anche la scelta della gratificazione immediata non fa nemmeno in tempo ad essere goduta. Nel mondo del “tempo reale” si abbrevia drammaticamente lo iato tra scelta e conseguenza; e molto spesso la scelta di una mia gratificazione è legata alla possibilità concreta del fallimento di qualcun altro; come canta Roberto Vecchioni “questa banda di pazzi che gridano Io compro! Io vendo che il gioco è vinco o mi rovino a seconda di chi muore nel mondo”.

Essere giovani e dover scegliere oggi è dunque impresa quasi impossibile; che si debba scegliere il lavoro, il corso di studi o la tipologia di vita di coppia, il tutto avviene su una soglia tra presente e futuro che è sempre più fragile. Un tempo il presente per un ventenne era l’ampio balcone dal quale sognare lidi futuri, oggi è la sottilissima striscia argillosa subito erosa dai marosi.

Il noto romanzo Aden Arabia di Paul Nizan inizia con la pluricitata frase “Avevo vent’anni,. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita”; ma forse meno conosciuto è il seguito:

Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. É duro imparare la propria parte nel mondo. Ma a che rassomigliava il nostro mondo? Pareva il caos che i Greci collocano all’origine dell’universo fra le nebbie della creazione, con la sola differenza che noi credevamo di scorgervi il principio della fine, di una vera fine, e non di quella che prelude al principio di un principio[1]

La pressione sociale che grava sulle spalle del giovane è intrisa di contraddizioni: si continua a insistere perché il giovane pensi al suo futuro ma gli si preclude di fatto ogni possibilità e speranza di futuro; gli si fa pressione perché entri nel mercato del lavoro ma poi lo si tiene sempre ai suoi margini; gli si richiede di fare esperienza (“stai zitto tu che non hai esperienza”) e non lo si mette mai in condizione di farla realmente (basti pensare agli annunci di richiesta di lavoro nei quali è precisato che il candidato deve avere esperienza). La società adulta tratta i giovane da pari quando le fa comodo, ma poi lo esclude, rinfacciandogli quella dipendenza che essa stessa mette in atto.

Le pratiche di dissoluzione della gioventù come spazio di sogno e di speranza iniziano molto presto, nell’adolescenza, sia riempiendo la giornata del ragazzo di decine di impegni che non gli lasciano il tempo per la straordinaria esperienza del “far niente”, sia pretendendo da lui scelte finalizzate alla immediata spendibilità e monetizzazione (lo sa bene il ragazzo che si impegna in attività di volontariato e viene rimproverato perché non porta a casa soldi), sia  trasformando il ritiro dal mondo in una patologia,  come nel fenomeno degli hikikomori, i ragazzi giapponesi (ma non solo) che chiudendosi per mesi e mesi nelle loro stanze  connessi alla rete sono molto più nel mondo e del mondo di quanto potrebbe apparire.

Il precariato lavorativo è oggi l’emblema di questa situazione. Non sono molte le ricerche pedagogiche specifiche sull’impatto del precariato sulla coscienza e sull’auto-rappresentazione dei giovani, ma quello che è certo, almeno a livello fenomenologico, è che essi si trovano nell’impossibilità di progettare una vita autonoma, una vita di coppia, una vita famigliare, anche solamente una vita da single emancipato dai genitori: il che significa impossibilità di pensarsi realmente adulto e dunque il rappresentarsi eternamente dipendente da altri. Il precariato è la vera legittimazione della gerontocrazia: lascia il giovane e la giovane per anni nel limbo dell’adolescenza protratta e prolungata perchè quel limbo è la terra della dipendenza, e abbandonarlo significherebbe essere adulti compiuti e dunque poter scalzare la generazione precedente dai posti e dai ruoli di potere. Si parla a questo proposito di “adolescenza interminabile” una locuzione di chiaro richiamo freudiano che si riferisce alla difficoltà, o all’impossibilità, per l’adolescente di elaborare la perdita della condizione infantile per potersi avventurare verso la conquista di una identità adulta compiuta e sufficientemente autonoma. Riteniamo che troppe analisi della condizione giovanile attribuiscano l’angoscia giovanile a motivazioni intrapsichiche o estetiche, come se si fosse di fronte unicamente a una riedizione dello spleen baudelairiano, e non approfondiscono invece il vero dramma epocale e generazionale costituito dall’attuale congiuntura (ma ormai con tratti che la rendono strutturale) del mercato del lavoro.

Di fronte a questa erosione del carattere esistenziale e sociale della scelta, che lascia nell’impotenza e nella ripetitività dei destini, i giovani sono bombardati da una industria culturale che clona letteralmente l’identico spacciando tutto ciò per libertà di scelta. Così appare come “libera scelta” scrivere su uno dei diecimila social network un “post” che non avrà assolutamente  nessun effetto sulla realtà o mettere il milionesimo “I like” su un filmato di Youtube che non si è nemmeno visto per intero; così il digitale terrestre moltiplica canali televisivi che trasmettono gli stessi format venduti da due o tre agenzie internazionali; così di fronte alla eclissi del futuro si propone la pseudo-differenziazione delle opzioni per riempire un presente asfittivo: “Ci sono troppe automobili, troppe case, troppi canali televisivi, troppe radio, troppi giornali, troppi garage, troppi appuntamenti […] Tu dimmi una cosa qualunque e io ti dimostrerò che ce n’è troppa.[2]

Non solo ci sono troppe automobili ma sono tutte uguali, restituendo semmai l’idea di una pseudo-differenziazione nel colore delle righe sulla leva del cambio. Così la clonazione dell’identico, che chiude le porte all’autentica novità che consisterebbe nel contestare l’oggetto (“siamo sicuri di avere bisogno di una automobile?”) restituisce al giovane una illusoria capacità di scegliere nel rutilante grande magazzino dell’effimero e lo consola per la perdita del futuro.

Questa apparente proliferazione delle scelte evidente in qualsiasi centro commerciale educa alla eliminazione dei criteri di scelta che siano esterni all’oggetto, che prevedano cioè la possibilità di rifiutare l’oggetto e di immaginare alternative. Ma se non ho futuro non posso pensare a un mondo libero da questi oggetti, non posso nemmeno pensarli come mortali e finiti: il delirio del mercato che non si concede limiti è anche delirio dell’immortalità delle merci, che paradossalmente più si pensano come immortali (“non si può più vivere senza i-phone”) più si rompono presto e vanno sostituite. Il fatto di cambiare tablet quando esce una versione più aggiornata piuttosto che pensare al fatto che si possa vivere senza tablet è il trionfo di un capitalismo che è riuscito nell’impresa di rendere immortale l’effimero lasciandolo però effimero (per poter vendere di pià) e per fare ciò ha dovuto assassinare il futuro.

E così facendo ha anche evitato ogni reale confronto con il tema della morte; perché l’unico vero motivo per il quale noi scegliamo è la consapevolezza che dovremo morire e che le nostre scelte sono fondamentali non “nonostante” la nostra mortalità ma “a causa” di essa e “di fronte” ad essa. Il popolo ebraico sceglie anzitutto tra la vita e la morte ma non eliminando la seconda alternativa ma tenendola ben presente come base e causa per la scelta; per questo si mette in viaggio verso la Terra Promessa, un futuro da fare insieme e lungo la strada, un futuro che le generazioni che si sono messe in viaggio (tranne Giosuè) nemmeno vedranno.

Ma se ai giovani togliamo il domani, rubiamo il futuro, sottraiamo loro anche il senso della morte, della creaturalità, della precarietà, che dà senso alla alternativa con la quale abbiamo aperto questo articolo: “qualcosa adesso o tutto domani?”; e quel “domani” era sempre pensato a un passo dalla morte ma nella prospettiva del morire, era sempre il “del doman non v’è certezza” che è un verso che può scrivere solamente chi ha assimilato l’unica vera certezza del domani: il fatto di dover morire. È allora un caso che, nel mondo in cui i giovani possono scegliere tra le mille facce dell’effimero ma non possono scegliere un futuro, e dunque un modo di avvicinarsi alla morte, il suicidio sia la seconda causa di morte tra i giovani? È un caso che, espropriati del futuro e dunque della morte, tanti giovani scelgano almeno di scegliere la morte? Per quanto tempo una società adulta avvolta nelle spire del capitalismo rapace continuerà a lasciare i giovani nella dimensione escheriana cantata da Francesco Guccini: “Esser tutto un momento ma entro di te/aver tutto ma non il domani”?

Insegna pedagogia presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca

Note:

[1] 99 Savelli 1978 pag, 67

[2] Michele Serra, Walter in Il nuovo che avanza, Milano, Feltrinelli, 1991, pag. 73