Oltre la retorica sui giovani: le singolarità alle prese con il flipper del mercato

Le vecchie etiche sono finite in soffitta, le carriere, i posti ottenuti con la caparbietà e la resistenza, la gavetta, tutto l’armamentario dell’afflizione che tanto piace ancora ai nostri più decrepiti e attardati osservatori, tutto quello è finito, e forse è un bene. Oggi si vive surfando sulla realtà, occorre essere veloci, cogliere le occasioni, avere abbastanza faccia da schiaffi per buttarsi senza troppa paura.


Difficile entrare nella retorica sui giovani senza inciampare da qualche parte. Dei giovani si parla da sempre molto, spesso troppo, spesso in modo abusivo e generalizzante. I giovani sono solo apparentemente una categoria sociale. In realtà, come nella maggior parte dei casi, parlando di categorie sociali, sono insiemi di persone estremamente variabili e sfaccettati.

Sui giovani, come si sa, c’è sempre una enorme attenzione, sono sempre sotto processo e il più delle volte male interpretati e grezzamente manipolati.

Più che mai in questo tempo però, che individualizza, atomizza, separa e di fatto ostacola formazioni collettive che vadano oltre il piccolo gruppo o la setta, il giovane non può essere tanto facilmente essere pensato come una figura unica. Piuttosto si può considerarlo come una moltitudine, o meglio a un vasto insieme di singolarità. Singolarità che vanno prese sul serio, come punti di fuga, vertici di costellazioni variabili e difficilmente catalogabili.

Più che mai in questo tempo che fatica a integrare i suoi membri più giovani in un rapido sistema di impiego a cellule fisse e relativamente stabili, come è accaduto invece per molto tempo, i giovani, cioè le persone a conclusione del ciclo scolastico, nell’area di nessuno dello studio universitario e della ricerca di un lavoro, appaiono riluttanti a farsi comprimere in comportamenti omologhi.

Ma volendo cogliere, di questo arcipelago, alcuni segni e comportamenti in parte condivisi, si può provare a tracciare qualche nodo sulla mappa.

I cosiddetti giovani sono al tempo stesso vittime ma anche protagonisti di uno strano periodo, in cui un’economia come la nostra che per il momento conosce un relativo ma innegabile margine di mantenimento per tutti, o quasi, senza dover necessariamente incorrere nella penuria (fatte salve sacche di povertà diffuse un po’ a macchia di leopardo), permette a molti di loro di approfittarne per sperimentarsi, per vagabondare, per non affrettare troppo le tappe.

Effettivamente alcuni tra loro sembrano accomodarsi in questa sorta di limbo, profittando magari del soggiorno protratto presso le famiglie, per allungare il tempo delle libere esperienze, della dipendenza parziale dai genitori ma che consente ampi margini di manovra autonoma, evitando di perdere un accudimento da cui faticano completamente a separarsi. Come dargli torto?

Perché affrettarsi, a quale scopo? La carriera, come mito sociale, non ha più ragion d’essere, oggi il successo e i denari non richiedono certo il duro lavoro e il sudore della fronte. Spesso giovani e giovanissimi anche senza troppa preparazione conoscono insperati traguardi, visibilità, denaro anche solo in virtù dell’aspetto, di un po’ di parlantina, di un certo savoir faire, di buone conoscenze.

L’epoca dello spettacolo decreta secondo logiche tutte sue e non sempre facilmente discernibili i perdenti e i vincenti. E spesso i perdenti sono proprio quelli che hanno durato fatica a raggiungere una qualche posizione con l’ordine, il metodo e la pazienza. Al contrario il (dis)-ordine dello spettacolo premia schizofrenicamente, innalza e abbassa. I suoi premi però sono molto desiderabili, perché sembrano assicurare denaro, piacere, fama.

Chi fa la coda per entrare in un reality o in un talk-shaw non è molto preoccupato di prepararsi quanto di piacere. E per piacere oggi basta saper sorridere, dire bene qualche battuta, non impappinarsi troppo, essere gradevoli alla vista.

E questo è un volto del pianeta giovanile, che non mi sento di giudicare mentre mi sentirei di interrogare chi questo mondo ha creato e mantiene, chi se ne giova e ha interesse a mantenerlo tale, forse per tenere a bada con mete relativamente fittizie un gregge senza consapevolezza. Soprattutto chi ha contribuito a depersonalizzare e anestetizzare, anche grazie all’espansione enorme della comunicazione virtuale, le identità giovanili, sempre più senza corpo e senza sensibilità affettiva, queste sì patologie endemiche di chi ormai entra nel mondo quasi esclusivamente per un sentiero digitale.

Ma, come detto, ci sono molte razze di giovani, nei quali, come già è stato autorevolmente detto, non si può non notare un diffuso senso di disagio e di ripiegamento. Di sicuro oggi si percepisce un’infelicità sorda, determinata anche e probabilmente dalla grande competizione neoliberista e dalla conseguente guerra di tutti contro tutti, particolarmente sensibile in chi fatica a orientarsi in questo incessante conflitto e tende ad attaccarsi a tutto quello che trova sul suo cammino. Innumerevoli storie singolari di derive, di vagabondaggi, di precarizzazioni progressive, non solo nel “non-lavoro” ma anche nella frantumazione delle mete e delle identità. Quante attese senza risultato, prove continue e fallimenti costella le vite dei giovani in un mondo che, ormai incatenato alla sola legge della selezione naturale, non è in grado di accoglierli, di fornirgli mete all’altezza dei loro appetiti più autentici e delle loro possibilità. Quanta frustrazione dietro alla rincorsa di modelli costruiti proprio sulle figure che ce l’hanno fatta, che hanno raggiunto il successo in qualsiasi campo.

Noi conosciamo bene le storie di quei successi, abbiamo presenti i giovani e le giovani che sono arrivati. E anche le angosce insostenibili che spesso ne sono derivate. Ma molto meno quelle di tutti coloro che sono rimasti indietro, magari subito all’inizio, oppure a metà strada, o quasi al traguardo.

La vita ha assunto ahinoi la forma di un talent, dove tutti sono avversari di tutti e dove alla fine arriva uno solo. Il sogno americano si è finalmente incarnato anche da noi, con l’avvertenza che però da noi, per abitudini secolari, spesso a contare non è il cosiddetto talento ma comunque il sapersi muovere, il contatto giusto, la lubrificazione di qualche potente. Ma fosse anche il talento, chi il talento non arriva a riconoscerselo, o non ce l’ha o ce l’ha in settori poco competitivi, poco glamour, poco vendibili?

É lo spettacolo che fa la legge, l’abilità a mercificarsi, a raggiungere l’eccellenza nelle competenze che piacciono al mercato, quel tanto di maniacalità, arroganza, furbizia e gusto di sopraffare che tanto funziona.

Le vecchie etiche, pace all’anima loro, sono finite in soffitta, le carriere, i posti ottenuti con la caparbietà e la resistenza, la gavetta, tutto l’armamentario dell’afflizione che tanto piace ancora ai nostri più decrepiti e attardati osservatori, tutto quello è finito, e forse è un bene. Di certo comunque oggi si vive surfando sulla realtà, occorre essere veloci, cogliere le occasioni, avere abbastanza faccia da schiaffi per buttarsi senza troppa paura, come con il bungee-jumping.

Bisogna avere il temperamento adatto, la flessibilità e quel tanto di facciaculaggine che fa la differenza.

Ideali in continuo andirivieni e miti in altrettanto continuo avvicendamento, secondo le leggi spietate dell’audience, rendono assai difficile il cammino per chi si affaccia alle cosiddette mete sociali ed economiche del nostro tempo.

C’è anche chi rifiuta tutto questo, se ne va in giro per il mondo, impara a cavarsela, con il couch-surfing, o lo scambio del proprio tempo. C’è che si accontenta di vivere, pienamente consapevole, ai margini, proprio perché ha rifiutato di combattere per uno straccio di successo che non appaga mai e sa che le frustrazioni vanno dosate con cura per non finire in qualche buco nero, appesi a qualche micidiale dipendenza, poi alla depressione e poi ai farmaci per combattere la depressione.

É vero, oggi essere in quella età, in quei margini slabbrati e in continua mutazione, è tutt’altro che una passeggiata.

Ma questo è il mondo che gli abbiamo arredato, non è stata una loro scelta. É il mondo che ciascuno di noi adulti, per opere e omissioni, ha permesso che ci fosse. Ce la si prende sempre con i giovani, come se fossero loro a scegliere veramente.

L’offerta che circola, scarsa e bellicosa, se la sono ritrovata, ecco tutto, e reagiscono da esseri umani alle prime armi, con le loro debolezze, con le loro capacità, con le loro attitudini, in un traffico bestiale, in un rumore bestiale, in una vita sempre più invivibile e corrotta, inquinata, in un clima di guerra totale dove i colpi non risparmiano nessuno.

Ciò vale di sicuro per chi vive nelle città, nei grossi flussi delle merci e delle compravendite, nella guerriglia combattuta palmo a palmo dei vincenti e dei perdenti. Ma non si deve dimen ticare che le città, con i loro modelli di esistenza, con le loro strade trafficate e piene di negozi sempre uguali, con i loro supermercati e con i grattacieli delle multinazionali, con il loro perenne spettacolo esagitato, costituiscono di fatto lo scenario egemone del nostro tempo, l’icona, la skyline davanti a cui prostrarsi.

I giovani vulnerabili, narcisisti, individualisti, “sdraiati” sui divani mentre i loro genitori galoppano al ritmo incessante dei pistoni di questo motore infernale che è diventato il mondo, occorre sottolinearlo, restano le vittime di tutto questo. I giovani cercano di cavarsela, chi con più verve, chi con il suo ritmo ancora da sistemare, chi zoppicando e magari rimanendo indietro, chi rinunciando, chi cercando un altrove da qualche parte che gli risparmi questa corsa forsennata della quale la meta appare sempre più astratta e confusa. Chi ancora attaccandosi alla miglior droga disponibile, delle quali peraltro, in un impeto mortifero e caritatevole al tempo stesso, il nostro tempo non è per nulla avaro. Dal fumo, al bere, ai farmaci, alle sostanze di ogni genere ed effetto, dal lavoro compulsivo, alla sessualità coatta, dal gioco alla velocità, dagli sport estremi al pokemonGo.

A distrarci da una vita il cui senso appare sempre meno riconoscibile, soprattutto collettivamente, le cui mete appaiono caduche come le foglie dei platani in autunno, che ci lascia, noi e loro, irrimediabilmente soli, in questo tempo dei trainer, dei filosofi da talk-shaw, degli psicologi sempre pronti a maleficare sindromi che hanno le loro ragioni più in un generale spappolamento sociale che nelle mancate attenzioni di papà,  nel tempo dei percorsi di istruzione ormai privi di ogni significato interno che non sia l’eccellere purché sia, il vendere e l’audience, a distrarci da tutto questo, la società dello spettacolo vacuo, frusto e marcio, ha predisposto per lo meno un grandissimo cabaret di droghe, per tutti i gusti e tutte le età. Di cui certo la prima e più efficace è proprio lo spettacolo stesso, con i suoi mille orifizi di propagazione.

Per chi poi non ce la fa a tenere il ritmo, ci sono armate di terapeuti, scaffali e scaffali di farmaci, ogni genere di cura, dal qi gong alla idrocolonterapia, naturalmente a seconda delle disponibilità economiche. Per i ricchi depressi ci sono le costose cliniche in Svizzera o in qualche isola esotica, per gli intellettuali l’ayahuaska con il guru di turno, per i poveri c’è il  khat, il budder o la sisa prodotta con l’acido delle batterie delle auto.

Di vivere, però, di vivere a fondo, con gusto, con piacere, sviluppando appieno le proprie attitudini, il proprio talento, cercando di divenire ciò che si è in un contesto che non è solo interessato a comprarlo ma anche ad assisterlo e nutrirlo per quello che è, a sostenerlo, di tutto questo troppo raramente ci si preoccupa, e sono solo voci minoritarie a ricordarlo.

Tutti (non solo i giovani, poveretti), siamo stati convinti che la cosa che conta è lavorare, lavorare ad ogni costo e imparare a vendersi sul mercato, perché se nessuno ti compra sei morto.

Tutti lavoriamo pensando a chi ci comprerà, a chi ci applaudirà e raramente al nostro applauso interno, alla nostra soddisfazione intima (posto che una qualche interiorità si sia salvata dalle attese economiche), delle persone che davvero stimiamo, del contesto fisico e materiale, ambientale, estetico in cui siamo.

Niente di tutto ciò, come meteore impazzite sparate nel grande flipper del mercato,  in un paesaggio segnato più dai fusi orari che dalla percezione di una sua interna armonia, ci dibattiamo per restare a galla, terrorizzati dall’unico vero male del nostro tempo, di cui i giovani, forse i soli a poterselo permettere per un po’, per via di un po’ di margine residuo e in via di esaurimento delle nostre economia, possono ancora assaporare il lato buono, un po’ di attesa, un po’ di indecisione, un po’ di pigrizia, mentre tutto intorno però incalza, preme, pungola fino a farlo avvertire anche a loro, a incalzarli sotto il peso delle attese, della concorrenza, del credito che devono rifondere per essere qui.

E allora occorre vincere. Pena il male supremo, l’essere esclusi dal banchetto, il non essere visibili, il non essere vendibili, l’essere fuori corso, l’essere morti.

Per poter anche solo pensare un cambiamento di questa situazione desolante occorre rifondare il senso della nostra esperienza nel mondo, di noi tutti. Occorrerebbe ripensare l’economia, il significato di parole come crescita, benessere, sviluppo.

Occorre rifondare ab ovo l’educazione, come mi sforzo, insieme ad altri, ma sempre minoritari, di dire da anni[1]. Rifondarla sulla base di un apprendimento per esperienze, di una precoce esplorazione della realtà per potervi intervenire, comprenderla, lasciarvi una traccia e non scoprirla solo dopo un lungo e vano esercizio di disciplinamento come accade oggi nella gran parte delle nostre scuole. Occorre restituire eros e piacere, curiosità e azione a età della vita che vengono tenute fuori gioco troppo a lungo, per poi essere improvvisamente costrette a prendere decisioni su qualcosa che non conoscono e che non possono evidentemente conoscere.

La nostra società dovrebbe guardarsi negli occhi di questi ragazzi, nella loro ansia, nella loro malinconia, nel loro persistente anelito a qualcosa di meglio e fare una svolta radicale.

In questo occorre continuare a credere e per questo vale la pena di lottare ma certo i segnali che provengono dai luoghi del potere, dai luoghi dell’economia, dal grande baraccone dello spettacolo, continuano ad essere di tutt’altro segno.

Professore di Filosofia dell’educazione presso l’Università di Milano Bicocca

Note:

[1] Cfr. Mottana P., blog “controeducazione”, Mottana P., Piccolo manuale di controeducazione, Mimesis, Milano 2011, Mottana P., La gaia educazione, Mimesis, Milano 2015.