Antropoligia spicciola

Stupisce, di fronte a fatti dolorosi che hanno per protagonisti giovani adolescenti, il rituale che puntualmente accompagna il commento o la cosiddetta lettura o interpretazione degli avvenimenti nella ripresa che ne forniscono i mass- media.

I giudizi si sprecano, così come le esibizioni dei tormentati esperti, ciascuno impegnato a sostenere una sua tesi, a  sentenziare, sovente non senza compiacimento, la sua piccola e improbabile verità: i più demagogici non disdegnano di chiamare per nome i singoli ragazzi implicati, come se li conoscessero da anni, come se sapessero già tutto (e già prima).

Il preside di una scuola superiore dell’hinterland milanese, teatro di uno di questi episodi, visibilmente commosso e angosciato, commentava laconicamente: è una tragedia, non c’è molto (o niente, non ricordo le parole precise) da dire.

Parole sagge e, probabilmente, molto sentite, in palese stridore con il vociare confuso e disordinato di giornali e televisioni.

Meglio la chiacchiera, dunque, il vuoto blabla dell’eterno mauriziocostanzoshow di specialisti, moralisti d’assalto e provocatori di professione, piuttosto che il riconoscimento di un limite che la tragedia impone al discorso.

Si tace, allora, perchè, al fondo, non si sa cosa dire,  perchè il senno di poi non riesce a dispiegare l’ordine di un sapere che perversamente possa coprire, come la neve, ogni cosa.

Una legge, la 675, meglio conosciuta come legge sulla privacy tutela, su un piano formale,  un certo supposto diritto alla riservatezza per il cittadino, quantomeno a livello di alcuni elementi essenziali.

Non così avviene invece, ma non credo debba essere un problema legislativo, per quella che potremmo definire una sorta di violazione costante, continua di quel che configura lo spazio psicologico, individuale proprio al soggetto.

La gente vuole sapere, gongola eccitato il giornalista desideroso di piazzare il suo microfono o il suo taccuino sotto la bocca di qualcuno: che il dibattito non cessi! Ci sarà pure uno straccio di psichiatra o di psicoqualcosa in grado di dissertare, nello spazio di poche parole o di qualche colonna, su persone a lui ignote: che un sapere, una risposta ci sia sempre!

E che dunque, in qualsiasi tragedia ci si imbatta, sempre, nel patetico narcisismo dell’io-l’avevo-detto.

Qualcuno si ricorda un esperto che abbia dichiarato il suo limite, il suo “non so”, il suo imbarazzo dignitoso? Più lontano risuonava l’avvenimento, più vicino cresceva la sua supponenza. Certo, si dirà, ciò accade un po’ a tutti, val tuttavia la pena di rilevare che con i “giovani”, gli adolescenti, avviene con maggiore solerzia e facilità, senza darsene insomma grande pena.

E’ tutt’altro che raro imbattersi sulle pagine di taluni quotidiani, ad esempio, in vignette che vorrebbero rappresentare una sorta di identikit dell’adolescente, sezionato nella rappresentazione come le immagini delle mucche, quando ancora non erano pazze ma solo normalmente nevrotiche, presso il macellaio.

Altrettanto frequente è incorrere nell’ambiguo giovanilista che, per ogni gruppo musicale o nuova tendenza, raggruppa il tipo di giovani che vi corrisponde, quasi fossero coleotteri: ci sono questi e poi questi… si tratta di stereotipizzare, ripartire, suddividere.

Il punto cruciale è quello di riuscire ad appioppare all’altro un “tu sei”, un’immagine costruita nel senso di un sapere codificato e supposto padroneggiabile all’immagine incerta che l’adolescente avanza.

L’operazione è innocua, nessuno si altera più di tanto, fa parte del gioco mass-mediatico, alimentata com’è da un paternalismo a buon mercato!

Mai presi sul serio, i giovani, piuttosto blanditi, ridicolizzati con una certa leggerezza (“sono così teneri”) o respinti con astio, con violenza, quali causa di tutti i possibili mali che affliggeranno la società futura.

Ma loro dove sono? E soprattutto dove siamo noi?

Certo, insisto, con loro è più facile, perchè solo con un adolescente è possibile, tanto per fare un esempio, comprargli una moto che costa milioni e poi dirgli che è viziato.

Ma, allora, quella che ho semplicisticamente designato come operazione è poi così innocua nella sostanza, nella tensione che la anima?

Mi pare che, vista da vicino, tre elementi la contraddistinguono.

Il primo: è curioso come la costruzione di quest’immagine dell’altro fosse storicamente prerogativa di un trattamento riservato all’estraneo, a chi stava fuori, al nemico.

Nel villaggio globale, l’estraneo è ritenuto sempre esser meno tale.

Una certa immagine comune dell’altro si può fondare tutt’al più nell’ambito di un discorso privato o chiaccherato, non certo sulle pagine di un giornale o in televisione.

Il risultato è paradossale: se l’estraneo non esiste o tendenzialmente non è più producibile come tale, bisogna invertire la direzione.

Si tratta insomma di far diventare, volontariamente
o meno, estraneo, il vicino, dargli un nome, o quantomeno una forma, che giustifichi l’incomprensione o anche semplicemente la voglia di non interrogarci più di tanto su quel che accade, rubricandolo sul “sono fatti così”.

Nessuno poi chiederà quel “fatti così” a cosa risponda, non importa, un esperto ci dirà come farci, come saperci fare con l’altro: con l’estraneo che adesso ha finalmente un’immagine, un’etichetta, un segno che lo riporti ad una categoria conosciuta. Il secondo: l’operazione di cui si è detto testimonia fedelmente dei rapporti di forza che percorrono e dispongono il terreno del legame sociale.

Non si oserebbe mettere in atto un simile atteggiamento con altre realtà meno abbordabili, si sarebbe tacciati, giustamente, di razzismo o eccessiva semplificazione.

Con gli adolescenti, si può. Chi vi può rispondere?

La possibilità di poter catalogare l’altro riflette sensibilmente (l’hanno ben mostrato i movimenti femministi o gli omosessuali) le dinamiche di potere che il riferimento al sapere occulta. Il sapere in quanto forma di conoscenza sull’altro passa inevitabilmente attraverso la produzione di immagini che ritrovano quest’ultimo come oggetto, reificato, fotografato, iscritto in un sapere forgiato su un certo piano di oggettivazione della sua posizione.

Il sapere elude la portata di violenza che include, non in virtù di quel che fa, ma dell’area di consenso che attorno a sè raccoglie.

Universalismo e enciclopedismo si incontrano, vanno a braccetto. Gli adolescenti rappresentano, da questo punto di vista, la barriera più fragile e travalicabile.

Se l’infanzia è il tempo perduto che ritorna nella memoria dell’adulto sotto il segno di un godimento, ahimè, smarrito o di una domanda d’amore frustrata e costantemente riproiettata sul bambino, l’adolescente ritorna come un’occasione, come lo spunto per imbastire la rivendicazione del conto mal chiuso o tutt’ora aperto con quella età.

“Se io fossi uno di loro”, esordiva giorni fa un’insegnante in una riunione di verifica sull’andamento di uno sportello in una scuola superiore.

E, al fondo, bastava poco per “partire”, per viaggiare: un orecchino, uno spinello, una canzone preferita… Un semplice dettaglio preso sull’altro e poi via, a parlare di chi?

Magicamente la conradiana linea d’ombra veniva ripercorsa all’inverso, dall’adulto all’adolescente, aggravata dal peso di quanto rimasto perennamente in sospeso ora con passione ora con livore: immagini di immagini…

Ma qualcuno con quel ragazzo di cui si è finito per discutere ci aveva realmente parlato, aveva perso del tempo, delle ore, retribuite o meno, per farlo?

Il terzo: sussiste un cannibalismo feroce che presiede alla produzioni di immagini, una frenesia di sapere più affine alla curiosità afinalistica o morbosa che a un vero interesse.

Dopo che si è saputo, nel senso che si è detto, cosa si fa?

Cosa si muove?

L’operazione di produzione traduce una velleità che si concretizza nel passaggio dall’onnipotenza presunta della conoscenza all’impotenza effettiva nella pratica.

La stereotipizzazione rassicura e sembra fornire un alibi all’abulia di chi trova, nel saputo, l’assoluzione alla sua assenza di atti.

Li si osserva, per non rendersi conto che, in definitiva, osservando loro ci si osserva noi stessi. Spettatori a nostra volta, ma spettatori giustificati.

Ora, il problema potrebbe, per così dire, esaurirsi qui, se l’effetto complessivo dell’operazione non fosse tale da indurre l’ordine di una cortocircuitazione generale che avvolge, in un montaggio perverso, chi descrive e chi è descritto, l’adulto, non meno che l’adolescente.

Entrambi si incontrano, si parlano, a partire dalla medesima condivisa alienazione.

Come in taluni talkshow televisivi genitori e figli si affrontano l’un l’altro ma a partire da un linguaggio e da una referenza che è loro estranea: a chi parlano? come si parlano?

Anche l’adolescente risponde, interviene, si contrappone insediandosi nell’immagine che l’altro gli ha modellato addosso come un abito, in parte la rivendica, in parte la contesta, ma si sentirebbe troppo nudo a lasciarla.

Ci si parla sì, ma come sotto i riflettori, poichè non è ben chiaro se quando uno si indirizza all’altro lo fa veramente avendo di mira quell’interlocutore o più realisticamente lo fa con la coda dell’occhio rivolto al pubblico, recitando per un regista di cui gli sfugge il nome e la motivazione. Il ragazzo ne è preso, furbescamente adescato, non meno dell’adulto.

Poco importa interrogarsi sul grado di recita o meno, tutto è falso nella esatta misura in cui è vero, visto che quel che è in questione non è, come pensano i dietrologi, quel che sta sotto, ma quel che sta lì, quel che c’è già, nella abituale compiacenza tra soggetto e immagine. Un motivo per affidarsi ad essa c’è sempre, come in ogni  situazione che si rispetti.

Una volta, esisteva il cosidetto romanzo di formazione che raccoglieva e letterariamente testimoniava del tragitto esperienziale del giovane adolescente, il suo distacco dall’ambiente familiare, la sua erranza esistenziale, il suo passaggio verso il mondo adulto, la ferita per le illusioni balzachianamente perdute.

Al romanzo di formazione bisognerebbe oggi sostituire, ci si passi il gioco di parole, il romanzo di informazione, cioè il modo in cui il giovane si destreggia o meno con la selva di immagini che il “Tu sei” dell’informazione gli spara addosso. Lui parla attraverso di esse, gli adulti gli parlano passando attraverso il medesimo strumento, entrambi rivolti o appesi a un discorso che, nella misura in cui non riescono a fermarsi, li trascina altrove.

Scherzando ma non troppo, un vecchio professore riferendosi a un ragazzo all’apparenza problematico mi confidava: non riesco a capire se ci fa o ci è.

Non sorprende che al fondo di questa produzione di sapere e immagini compaia qua e là una figura in questo decisiva, quella cioè dell’universitario o di chi promuove una conoscenza, ora onnicomprensiva ora sterilmente iperspecialistica, nel luogo, non solo geografico, più distante dalla realtà.

Chi vi è troppo vicino o troppo dentro, sovente fa fatica a dirne: sente del sapere, innanzitutto, il limite, sperimenta che, con buona pace di Hegel, una volta che un bel sistema è stato costituito, il più importante è quel che rimane fuori.

Ma in quel che Lacan chiamerebbe “tout savoir”, il resto è dominato: si può scrivere di un dramma accaduto a duecento chilometri da casa, senza sapere nulla di chi è l’autore o del perchè ha commesso un gesto: il trauma pare come anestetizzato, scotomizzato.

Il sapere (e l’immaginario) festeggiano la loro vittoria, organizzano il loro mercato. Una specie di sciacallaggio sociale vi si accompagna: il trucco sta nell’illudere il potenziale acquirente che il problema esiste, certo, ma che, in un unico pacchetto, c’è anche la soluzione. E’ questione di sapere, sempre di sapere: e chi meglio dell’universitario, brillante e spiritoso quel che serve, può offrirne?

Gli insegnanti domandano aggiornamenti e gli agggiornamenti si sprecano, anno dopo anno, mentre l’abisso che allontana noi dall’adolescente, non pare destinato a diminuire.

Ciascuno innalza la sua competenza, ciascuno promuove la sua autosegregazione: noi, voi, loro… La parola ne risente, si fa più ampollosa, più vuota.

Mi torna alla mente la frase di un educatore che, in una riunione pubblica, presenti genitori e genitore lui stesso, affermò con baldanza e con l’autorità datagli dal ruolo: la trasgressione è un fatto normale nell’adolescenza.

Non che non lo sia o non lo possa essere, occorrerebbe mettersi d’accordo su cosa vuol dire normale, come ai tempi dell’antipsichiatria.

Ma il punto non è questo. Ciò che mi ha colpito è il fatto che tale affermazione emergesse di fronte a altre persone, da un supposto esperto, quasi una giustificazione anticipata dei figli di cui si parlava.

Il sapere dell’adulto si stendeva in tal modo come una coperta protettiva e soffocante: andava bene a lui, inteso come adulto, andava, in un certo senso bene, anche all’adolescente che potrà imbracciare il dotto riferimento alla trasgressione  come un suo diritto, come le occupazioni delle scuole sotto Sant’Ambrogio.

Tutto sotto controllo, sembrava insomma dire l’educatore, tutto previsto. Lasciamoli godere, lasciamoci godere, attraverso il fantasma di quel che immaginiamo, loro, gli adolescenti, possano compiere. Sono giovani, cioè siamo giovani: imboccandoli con le nostre parole, ignoreremo la nostra comune afasia. Tanto poi, si sa come va a finire. O no?

*Psicologo, psicoanalista