A cavallo tra le culture. L’incontro con una ragazza libica educata in occidente

 

L’intervista che segue è stata registrata nel 2001, nell’ambito di una ricerca su società ed educazione in Libia.

Erano gli anni di Gheddafi e io dirigevo la scuola italiana di Tripoli con incarico istituzionale dal Ministero degli Affari Esteri.

Quella Libia pare lontana rispetto al paese che oggi non riesce ancora a trovare una formula di governo stabile; le pressioni dei fondamentalisti, i disaccordi di origine tribale mai sedati anzi riemersi dopo la sparizione del capo, gli interessi incrociati dei paesi occidentali ne fanno un terrritorio di conquista, una piattaforma instabile su quantità enormi di petrolio e di gas.

Ma, così oggi come tredici anni, fa la società libica, le donne e gli uomini libici continuano a esprimere una cultura estremamente interessante, tenuta sottopelle nel lungo periodo della dittatura e nascosta, oggi, tra le pietre spaccate dalle bombe e dai kalashnikov. L’argomento mediatico Libia prevede altri temi succulenti che non la resistenza culturale di 4 milioni di libici.

Ma questa resistenza si è fondata non su un’impossibile e suicida contrapposizione diretta al potere ma nel ritrarsi verso la tradizione a fronte di un gheddafismo che non concedeva il benchè minimo spazio alla critica, al pensiero unico.

La strategia di sopravvivenza, nella disperazione di un presente che non concedeva parola, è stata recuperare elementi della tradizione pre-rivoluzione e farli propri nella quotidianità dei rituali civili, nella gestione dei rapporti sociali, nell’educazione dei piccoli.

Anche il più esacerbato integralista del “libro verde” e della teoria politica esposta lì da Mohammar Gheddafi non avrebbe potuto trovare argomenti contrapposti.

Se il leader si richiama alla tradizione il popolo libico la cerca ancor più in profondità.

Il risultato, dal punto di vista del ricercatore, è stato il reperire un fossile sociale sopravvivente, nel mondo che si avviava al duemila, con modalità, relazioni, immaginari collettivi fermi a mezzo secolo prima.

Nelle interviste che hanno sostenuto e dato senso alla ricerca ho trovato colori culturali della tradizione antica mescolati con il vento del colonialismo italiano che, benchè non sia stato meno invasivo e crudele e irrispettoso delle altre culture, per ragioni che qui non possiamo approfondire, è riuscito a uscirne quasi indenne dal punto di vista delle ripercussioni sul piano storico e culturale. I libici che ho conosciuto hanno per lo più una memoria blanda delle atrocità coloniali e una sorta di riconoscenza per il nostro paese che si esprime nel desiderare il viaggio in Italia, nell’essere estremamente cortesi con gli italiani, nell’aver adottato una cucina che risente in modo evidente dell’influsso della gastronomia nostrana a partire da uno dei piatti più noti e cucinati: la “makaruna”.

In questo contesto appena delineato Sofia, oggi quarantenne, allora solo ventiseienne lascia una lunga e significativa traccia nel mio registratore, pochi interventi miei; si adagia sui suoi pensieri, sulle sue convinzioni, sulle sue storie e si racconta come donna, come libica, come libica benestante che ha potuto crescere frequentando le scuole nei collegi d’Europa a stretto contatto con le coetanee occidentali, con i luccichii di Parigi e le nuove mode londinesi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ‘90.

Ha conosciuto, apprezzato, penetrato in fondo alcuni elementi della cultura occidentale e vissuto con disincanto e lucidità il mondo libico prendendo da sè ma anche da quel che ben conosce tra chi la circonda.

Gli elementi delle due culture si intrecciano sebbene Sofia si sforzi di tenere separati i due campi da gioco; vede dall’alto del crinale i due versanti e il valore della sua testimonianza è che consente anche a noi di entrare sommessamente in quel territorio e in un mondo che non ci raccontano mai con questa ingenua e diretta verità.

 

La prima domanda, seppur banale è cosa significa essere donna oggi in Libia

E’ stare al gioco, essere donna qua è tutto un gioco di saper rigirare l’uomo, all’apparenza la donna non deve uscire, deve fare tanti sacrifici, non deve fare questo non deve fare quello per esempio non può fumare, non può uscire, non puoi decedere tu, tutto deve decidere l’uomo, all’apparenza.

Quindi la donna deve far capire a lui che è lui che decide.

Però sotto sotto è lei che decide, quindi il segreto sta nel dar il prestigio all’uomo di fronte alla gente, poi in casa è un’altra cosa, in casa è sempre lei che decide tutto, sia se i bambini vanno a quella scuola o a quell’altra scuola.

Perché i maschi lasciano, in queste cose, mano libera alla donna, pian piano la donna prende mano libera in tutta la casa, in tutte le cose che riguardano la famiglia anche in quello che riguarda il marito, anche chi deve frequentare [il marito] e chi non deve frequentare

Però le donne non è che sono vittime, cioè che non fanno niente come in Italia o all’estero immaginano, anzi io vedo le donne arabe molto più forti delle donne straniere. Anche come carattere, coi figli, con tutto.

Hanno certo dei fini diversi, la donna straniera pensa al lavoro alla carriera, la donna libica pensa al lavoro del marito, alla carriera del marito, magari per aiutarlo a frequentare le persone giuste, per spingere il marito a essere meglio.

 

C’è quindi un rapporto di potere fra il maschio e la femmina da una parte, dall’altra descrivi la donna come il fantino di un cavallo che è rappresentato dall’uomo, cioè competizione e accordo, come si conciliano questi due aspetti?

Questa concorrenza, purtroppo, c’è. La donna non ha altri sfoghi, non ha altro da fare, la maggior parte non lavorano, quelle che lavorano comunque vogliono loro decidere tutto, vogliono tenere tutto sotto controllo.

C’è molta competizione fra le famiglie quindi anche dentro la famiglia fra lui e lei.

Dico la verità la donna  finisce che fa lei il fantino: agli uomini libici all’inizio piace la storia della responsabilità, pian piano con l’età rinunciano, quello che possono lasciare alla moglie, glielo lasciano.

 

Tu stai parlando di due persone che si scelgono, più o meno che percentuale di coppie che si scelgono c’è, oggi, in Libia?

E’ strano perché più si va avanti più diminuisce questa percentuale, anni fa la percentuale era molto alta [di chi si sceglieva], invece adesso tutti i giovani, i miei coetanei hanno delle relazioni con tutto sogni amore ecc. poi, quando arriva il momento del matrimonio, prendono quella che piace alla famiglia, quindi ultimamente, in questi ultimi due tre anni i matrimoni combinati sono diventati moltissimi.

 

La maggioranza?

Si, la maggioranza, è la vita che sta diventando difficile perché i maschi anche loro stanno pensando che potrebbero prendersi quella che amano però lei non ha niente, io non ho niente, stiamo lì ad aspettare la casa che è impossibile, gli stipendi non servono a nulla, non ce la faremo a vivere, non faremo mai figli perché come faremo a crescerli…allora ne prendo una che il papà sta bene, di una famiglia conosciuta anche come nome, m’appoggio al papà mi cerca un buon lavoro, ci da la casa come inizio e tutto diventa più facile. Dato che la percentuale dei maschi è molto più bassa di quella delle femmine: un maschio per ogni otto femmine, quindi i papà che hanno i soldi tendono a fare la casa alla figlia, a preparare tutto per quando arriva il marito che trova tutto a posto: la casa arredata, il lavoro per lui già pronto, qualche volta la famiglia mantiene la figlia anche dopo il matrimonio.

La ragazza che non si sposa è una cosa di cui la famiglia si vergogna.

 

Nell’innamoramento non c’è più il gioco di cui parlavi?

Se è amore no. Tante volte non è amore, delle volte le ragazze qua, se non si sposano la maggior parte non possono lavorare, l’unica possibilità che hanno, per conoscere il ragazzo, è quel periodo in cui fanno l’università. Diventa come una preda, proprio.

La maggior parte si sforzano di amarlo però non è per amore, io ho notato tantissimo che pensano: quello lì è carino, ci sta, non ci sta, sì mi prende…basta che esco da casa mia, dei miei genitori. Quello lì può diventare un rapporto di potere, invece quando è amore la cosa cambia, dipende anche dalla mentalità di lui e di lei.

 

Nella tua esperienza conosci persone che si sono innamorate e che hanno portato avanti la loro storia, attraverso il matrimonio?

Sì, rari, rarissimi: io conosco più matrimoni combinati che sono riusciti che matrimoni-storie d’amore.

Conosco storie d’amore durate tanti
anni che si amano alla follia però le famiglie hanno qualcosa, finisce malissimo. Stanno tutti e due male, lui non si sposa mai, lei non si sposa mai, finisce in una tragedia assoluta. Altre storie che si amano, si sposano, poi divorziano anche dopo qualche mese; quindi le storie d’amore finiscono abbastanza male qua, la maggior parte.

Le ragazze che si sentono libere rinunciano, per amore, per un po’ a uscire anche se sono abituate, sopportano fino al punto che non ce la fanno più e lo lasciano.Di solito i matrimoni combinati vanno meglio.

 

In Europa si parla dell’uso del velo come qualcosa che ancora testimonia una non liberazione, una sottomissione della donna, come lo vedi tu l’uso del velo delle ragazze di oggi, a Tripoli, in Libia?

Le ragazze che usano il velo si possono dividere in categorie.

Ci sono le ragazze che lo fanno per scelta loro che hanno magari una famiglia supermoderna, che papà magari beve però lei per scelta, sceglie di essere super religiosa. Quelle così sono sempre super rigide, alcune sono tutte coperte con il velo che scopre solo gli occhi, queste prendono la cosa molto religiosamente. Queste non parlano coi maschi per niente, sempre gli occhi bassi, di solito portano un velo bianco, abbastanza grande con la jalabia larga, larghissima, non mettono i tacchi ma scarpe basse perché sono più comode. Non mettono tutti quei colori che si vedono troppo, come il giallo o il rosso che attirano troppo l’occhio. Queste lo mettono proprio per religione, assoluta.

Condiziona anche la loro libertà certo, perché non possono andare in certi posti, non possono parlare con un maschio, parlano però proprio il minimo necessario, se è l’insegnante se deve proprio fargli la domanda la fa se è una cosa così per essere più sicuri, meglio di no.

Poi ci sono quelle che lo fanno per comodità, che non stanno tanto bene economicamente, non hanno soldi per i vestiti, quindi è più comodo mettersi il velo, la jalabia, puoi mettere qualsiasi cosa sotto la jalabia tanto non importa.

Puoi passare un anno all’università avendo soltanto quattro jalabie per cambio; molto più comodo che avere 10 o 20 vestiti da cambiare per tutto l’anno.

Infine ci sono quelle che la famiglia decide che si devono mettere il velo, per quelle il velo non rappresenta assolutamente niente, nel modo più totale.

Perché tanto se lo mettono davanti alla famiglia, hanno i capelli che si vedono, si truccano, si vestono normalmente, perché la famiglia dice: se non ti metti il velo non vai all’università.

Allora lei se lo mette e non se lo toglie perché se per caso incontra un conoscente può andarlo a dire alla mamma, lo tiene perché deve ma probabilmente neanche prega, non fa niente e il velo è messo lì come un orecchino, un anello, un accessorio e basta.

 

Rispetto ai maschi, ai ragazzi, il fatto di avere o non avere il velo significa qualcosa…

La ragazza con il velo è la ragazza angelica che non fa mai niente di sbagliato, io conosco molti ragazzi che obbligano la moglie o la fidanzata a mettere il velo. Dicono: io ti vengo a fidanzare però tu ti devi mettere il velo, questa è una cosa comunissima, perché la ragazza con il velo è quella buona, tranquilla proprio un angelo della famiglia. Loro [i maschi] sanno che non è vero però, secondo me, tendono a ignorarlo.

 

Con tutto questo controllo, queste famiglie sempre all’erta è possibile avere rapporti intimi prima del matrimonio?

Sì, non puoi immaginare quanto. Ci sono quelle che vanno all’università, accompagnate dal padre o dal fratello dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio quando le vengono a prendere, ma chi dice che è stata dalle nove alle cinque all’università? Esce magari il fidanzato ha un appartamento libero, oppure da un amico che gliela presta. Quelli meno fortunati si nascondono in qualche bosco vicino all’università o entrano, dato che è molto grande, in una delle tante aule vuote; è rischioso perché se ti beccano…

Poi ci sono tante ragazze che fanno andare il ragazzo a casa loro, di notte proprio come i ladri, quando tutti dormono e stanno anche tutta la notte lì. I genitori dormono, sono sicuri che la figlia è in casa, invece…Ci sono quelli che dicono che vanno al matrimonio di un’amica, ci stanno due minuti e poi…

La possibilità di fare c’è sempre, ci vuole un bel po’ di fantasia, però c’è.

 

Può capitare spesso che ci siano gravidanze indesiderate…

Infatti ci sono molti aborti illegali, di nascosto. Ci sono quelle che vanno in Tunisia, a Jerba, gli ospedali di Jerba sono pieni di questi casi. O vanno in Egitto, però le ragazze tendono a risolvere la cosa da sole, c’è poco appoggio da parte del maschio corresponsabile delle cosa. Di solito scappa, al massimo proprio quello bravo, bravissimo dice: fai tu, caso mai succede qualcosa io sono disposto a dire che è colpa mia però questo è un caso rarissimo, deve essere uno veramente super responsabile.

Gli altri tendono a scappare a dire: no, non c’entro.

Ci sono quelle che non hanno la possibilità di andare a fare un aborto fuori della Libia, non hanno a chi rivolgersi, ma possono, se vogliono, quando anche la famiglia vede che cresce la pancia andare alla polizia e denunciare il ragazzo che va in prigione se non se la sposa così alla fine deve sposarla per forza.

Poi invece fra quei beduini che sono un pochino ignoranti la ragazza può restare incinta, avere il bambino e la famiglia neanche se ne accorge, è successo tante di quelle volte che non ti puoi immaginare. La ragazza rimane incinta, ha il bambino, nasce, lo mette in un orfanotrofio o lo abbandona da qualche parte subito e la famiglia neanche la scopre.

Portano il barracano che nasconde la pancia, poi sono tutte belle cicciotte che non si capisce se sono incinte o sono grosse, va così.

 

Come ti senti tu in questo mondo, ti sembra di farne parte o ti senti un po’ fuori?

Io, per aver vissuto un po’ fuori, un po’ qua, ancora non riesco a identificarmi.

Ci sono tante cose che trovo sbagliatissime nella mentalità europea e tante cose che trovo sbagliate nella mentalità libica. Già mi trovo un po’ meglio nella mentalità libica ma ci sono ancora molte cose da cambiare.

La mentalità europea mi spaventa, mi sento di scappare verso la mentalità libica che è più facile per una ragazza, Quella europea ti responsabilizza come donna e come persona, per me è più facile stare come quella poverina che non può star sola che ci deve essere sempre qualcuno che deve avere cura di lei, solo per quello vorrei vivere come una ragazza libica.

C’è un rituale, quello del matrimonio, durante il quale le donne si trovano fra loro, in gruppo e ballano, per ore mostrando ori e vestiti eleganti…

 

Cosa significa quel momento per una donna?

Ecco quella è una specie di sfilata, è dire alle altre donne: io ho una vita migliore della tua, è tutto qua, non è altro. Non è tanto bello ballare con tutta quella roba addosso, è stancante, è massacrante, però si fa. Quando si presentano le donne della famiglia dello sposo non è per la tradizione ma per far capire alla famiglia della sposa che noi stiamo bene e abbiamo tutto questo oro e non è per nient’altro.

In più la maggior parte delle volte l’oro non è quello vero, oppure è prestato da qualcun altro.

Quindi è tutto per mettersi in mostra e la tradizione non c’entra niente.

 

Come passa l’infanzia una bambina libica ?

Fino a quando io ero bambina [15, 20 anni fa] si poteva ancora vivere da bambini, oggi in Libia la vita di una bambina è tremenda perché i genitori ormai parlano di tutto davanti ai figli.

Se parli con una bambina di 7 o 8 anni non si diverte più a giocare con le bambole ma a sedere vicino alla mamma e sentire con chi parla la mamma al telefono, non ti risponde più come una bambina, l’innocenza va scomparendo, si diventa grandi molto prima dell’età giusta, tante cose si capiscono male.

 

Che cosa può invidiare una ragazza libica a una ragazza europea ?

Ci sono quelle ragazze che si mettono lì a pensare cosa vogliono fare della loro vita, ecco quelle soffrono moltissimo e hanno tutto da invidiare alle ragazze europee, poi ci sono quelle che vanno con l’onda, che non ci pensano che non si fanno molte domande.

Io ho due cugine che, anche se non sono mai uscite dalla Libia invidiano tutto delle ragazze occidentali, qualsiasi cosa che quelle fanno per loro è un paradiso.

 

So che la donna libanese rappresenta, per le donne arabe, un modello. Che caratteristiche
ha?

Fuma, infatti sta crescendo notevolmente, in Libia, la percentuale delle donne che fumano. Si vestono all’europea, di mentalità molto aperta ma parlano in arabo.

Ci tengono alla carriera, la maggior parte lavora, non hanno tutti i complessi che hanno le ragazze libiche, egiziane ecc. però sono comunque arabe. Ci tengono molto ad apparire belle e carine, spendono un sacco di soldi per migliorarsi, anche per un piccolo difettuccio fisico possono andare chissà dove e spendere migliaia di dollari, sono fissate sulla linea, sul corpo, sono molto egocentriche, non so se è la parola giusta, però hanno sempre queste idee che si deve mangiare sano, che il cioccolato fa male, che la roba conservata in scatola fa male, che l’ambiente… La società libanese riesce ad accettare questa cosa invece la nostra no, forse fra 10 o 20 anni però adesso…

Grazie infinite, a presto.

 

Dietro le parole di Sofia traspaiono tematiche che attengono alle relazioni di coppia, al teatro sociale alle questioni di genere, temi di carattere etnografico e scenari educativi.

La scelta che Sofia ritiene più giusta per lei è quella di appartenere a una società che si basa su di una struttura più rigida dove i ruoli sono più definiti, dove la donna gioca con l’uomo il gioco del potere e non esprime la necessità di quote rosa, dove lei si sente più felice, più al proprio posto, con il velo e tutte quelle che noi considereremmo limitazioni della libertà individuale.

Tale scelta, trasposta sul piano educativo e didattico, fa pensare a un modello più rigido come in effetti è quello delle scuole arabe in genere e coraniche in particolare, un modello che trae dalla tradizione le radici e si ripete simile nonostante le turbolenze del presente e del mondo che si uniforma, un modello che, al pari della sociatà libica, si abbarbichi sulla lunga storia della tradizione.

Sofia sul crinale delle due culture discende verso la valle più visibile dove i sentieri sono segnati e i rifugi hanno le porte aperte.

 

*Preside dell’istituto tecnico Caterina da Siena di Milano