Due mamme, due papà, tanti nonni e un sacco di fratelli

 

Due mamme, due papà, tanti nonni e un sacco di fratelli

Elementi paradossali, prossimali e perturbanti del tutoring psicopedagogico nell’esperienza dell’affido eterofamiliare[1].

Cristina Bernacchi*, Silvia Pinciroli**, Davide Scheriani***

 

La lingua del popolo Maya non utilizza i verbi, ma sostantivi e aggettivi che descrivono

gli stati d’animo, sensazioni, intensità. E per esprimere l’interesse per qualcuno, per chiedere per esempio: “Come stai?”, la domanda, non potendo utilizzare i verbi, sarà fatta al seguente modo:

“E il tuo cuore?”

 

Due mamme, due papà, tanti nonni e un sacco di fratelli

Elementi paradossali, prossimali e perturbanti del tutoring psicopedagogico nell’esperienza dell’affido eterofamiliare[1].

 

Cristina Bernacchi*, Silvia Pinciroli**, Davide Scheriani***

 

La lingua del popolo Maya non utilizza i verbi, ma sostantivi e aggettivi che descrivono

gli stati d’animo, sensazioni, intensità. E per esprimere l’interesse per qualcuno, per chiedere per esempio: “Come stai?”, la domanda, non potendo utilizzare i verbi, sarà fatta al seguente modo:

“E il tuo cuore?”

 

Questa riflessione prende avvio nel corso del 2009, in seno al progetto “Una famiglia per crescere – rete a sostegno dell’affido familiare”, realizzato dal Comune di Busto Arsizio, in collaborazione con la Provincia di Varese, la cooperativa Stripes e l’Abbraccio e il Centro Ausiliario per i Problemi Minorili di Milano.

La nostra equipe, formata da uno psicologo-coordinatore e da un team di educatrici professionali, ha avuto il compito di realizzare un azione, un “fare”, sintetizzabile in: “inserimento di figure educative che possano sostenere l’attività di sensibilizzazione e formazione di famiglie candidate all’affido e possano accompagnare operativamente il delicato passaggio dei minori dal luogo della loro residenza, comunità o famiglia d’origine, a quello della famiglia affidataria, nonché affiancare i minori e le famiglie per tutta la durata del progetto d’affido[2].

Inserirsi. Sostenere. Accompagnare. Affiancare.

Termini che esprimono concretamente un movimento, più o meno determinato, dentro e a fianco di un territorio dai confini che forse oggi più che in passato necessitano di una attenzione, una ridefinizione, un pensiero. Un territorio del cuore e delle relazioni che convenzionalmente definiamo “famiglia”.

Il fatto che, in quanto professionisti (e quindi “esperti”) di relazioni di sostegno e d’aiuto, ci sia stato chiesto di “inter-venire”, cioè di addentrarci entro sistemi viventi complessi e comunicanti, ci ha spinto ad interrogare il (nostro) pregiudizio secondo cui, al giorno d’oggi, le famiglie abbiano bisogno di un aiuto, un sostegno, una direzione.

Le difficoltà di promozione dell’accoglienza familiare rappresentano la spia di una “fatica” più profonda e radicale, che ha a che fare con la crisi/ridefinizione dei legami sociali e con il conseguente processo di frammentazione anomica[3].

Da una parte si registra un preoccupante aumento di segnali di disgregazione provenienti proprio da quei gruppi che nessuno si rifiuterebbe di definire famiglie; dall’altra parte si constata che gruppi a cui è stata tradizionalmente negata un’identità di famiglia rivendicano con sempre maggiore forza il diritto di autodefinirsi ed essere definiti tali (ad esempio, coppie omosessuali). Questi dati, dunque, anziché delineare scenari contrapposti, possono risultare particolarmente interessanti in quanto forniscono indicazioni sulla direzione del cambiamento […] non tanto destinato alla sostituzione della famiglia nucleare tradizionale con forme alternative, ma piuttosto orientato verso la co-esistenza di forme familiari diverse[4].

Applicato all’affido, questo orientamento predice che lo sviluppo del bambino collocato in affido sarà influenzato sia a livello micro sistemico, all’interno della singola famiglia biologica e della singola famiglia affidataria, sia a livello mesosistemico (per usare un’espressione di Bronfenbrenner[5]), nell’interazione tra la famiglia affidataria e quella biologica. Come “esperti dell’affido”, il nostro impegno è indirizzato a favorire e facilitare il contatto e la coerenza tra questi due sistemi familiari in funzione del bambino in affido.

In base a queste iniziali riflessioni, quale direzione e quale ruolo ci siamo dati nell’inter-venire sull’affido?

Ci è sembrato indispensabile, parlando di “direzione”, promuovere l’idea che l’intervento educativo debba tenere viva una visione progettuale sull’affido in corso o in procinto di avviarsi. L’educatore si pone quindi come la “bussola” rispetto al percorso, che così non rimane solo “sulla carta”, ma  viene invece vissuto
nel contesto delle relazioni e dunque periodicamente rivisitato, ridiscusso, messo in discussione o riapprovato, dal momento che le famiglie e i bambini (e il nostro “stare con” loro) cambiano ed evolvono[6].

Parlavamo poi dell’importanza del ruolo: il tutoring è lo strumento per accompagnarsi quotidianamente con tutto il nucleo familiare (bambini compresi) lungo il percorso dell’affido; la figura che viene messa a disposizione (un educatore professionale) si affianca alla famiglia e diventa uno dei riferimenti, facilmente reperibile, non solo per i momenti di difficoltà, ma anche per evidenziare i buoni passaggi quando ci sono, per incoraggiare, sostenere (a volte anche praticamente), aprire buone domande, narrare insieme un pezzo dell’esperienza che si sta attraversando. I tempi sono generalmente settimanali, individuati con le famiglie in base alle loro disponibilità ed esigenze specifiche. In alcuni casi è stata fondamentale la possibilità di presenziare anche agli incontri periodici dei bambini con la famiglia di origine, nel contesto dello “spazio neutro”: il tutor ha dunque avuto la possibilità di assumere una posizione di “facilitatore di contesti” tra i due sistemi familiari di riferimento del minore.

Gli incontri fatti “in casa” hanno il pregio di far sentire le famiglie non solo accompagnate in modo “specialistico”, ma in un modo che si avvicina alla normalità che l’accoglienza presuppone.

Gli “esperti” devono perciò prestare attenzione alle cornici di senso delle famiglie, che sono diverse da quelle degli operatori, si inscrivono non dentro la professione, ma dentro la vita, in particolare la loro vita e il loro sistema di relazioni…

Quali dimensioni ci hanno maggiormente ingaggiato e “messo in crisi”, nell’accezione più costruttiva (e costruttivista!) del termine?

La dimensione del “tempo” introduce il primo elemento con il quale ci siamo confrontati nel lavoro sull’affido, un elemento che potremmo definire paradossale: dobbiamo aiutare le famiglie a costruire un legame profondo, duraturo, che abbia però una scadenza, un tempo-limite (l’affido dura due soli anni, eventualmente prorogabili).

L’educatore può aiutare la famiglia affidataria a fare i conti con la temporaneità che contraddistingue questi progetti, a sviluppare, insieme ai Servizi, un pensiero costruttivo sul rientro del minore nel nucleo d’origine, con-tenendo anche eventuali sentimenti contrastanti che si manifestano nei confronti della famiglia naturale; il rischio è che gli affidatari non sentano mai che “è il momento giusto”, spaventati dall’eventualità che un rientro a casa del minore possa farlo ripiombare nelle situazioni che hanno portato all’allontanamento, che non sentano mai pronti i genitori naturali, anche di fronte ai rimandi positivi dei Servizi. Oltre ad accogliere e legittimare queste emozioni, l’educatore può aiutare gli affidatari a distinguere tra i comportamenti della famiglia realmente pregiudizievoli per il minore e le naturali differenze che esistono tra nuclei famigliari che hanno stili educativi diversi derivanti da un bagaglio socio-culturale economico a volte distante.

Il secondo elemento si connette strettamente al contesto di lavoro (di tipo prevalentemente domiciliare) e potrebbe essere sintetizzato riferendosi alla dimensione della prossimità.

Più si è vicini (addirittura entro le mura di casa) agli affidatari, più si sperimentano i loro vissuti, i bisogni, le loro ansie!

Questo aspetto deve interrogarci rispetto al tema dei nostri pregiudizi in quanto professionisti in stretta relazione e collaborazione con gli affidatari.

Potremmo ridefinire questo processo come un problema di positioning[7]: l’educatore ha la possibilità di fare da tramite tra l’immagine che i Servizi hanno della famiglia affidataria e la famiglia reale, che incontra nell’intimità della propria casa. I Servizi rischiano di aderire, talvolta anche in maniera strumentale, a immagini stereotipate della famiglia affidataria e tra loro contrapposte; da una parte l’idea della “super famiglia” che tutto può sopportare e gestire, al limite della professionalità, dall’altra l’idea di una famiglia perennemente in difficoltà, da correggere, educare, al limite della famiglia utente. In entrambi i casi la famiglia rischia di vivere in solitudine la propria esperienza, o perché ritenuta sufficientemente in grado di gestire le difficoltà, o perché non ritenuta in grado di essere coinvolta a livello progettuale. L’educatore ha la possibilità di fare una fotografia realistica evidenziando punti di forza e criticità che spesso non corrispondono alle aspettative iniziali del servizio Tutela con l’obbiettivo di mettere in relazione e attenuare le antitesi di famiglia specialistica e famiglia-utente.

E’ superfluo dire che la postura che abbiamo sperimentato essere più funzionale, nella relazione con gli affidatari, sia rappresentata dalla capacità di fornire loro gli strumenti per tenere insieme, per  con-tenere in modo coerente queste due dimensioni: costituire delle risorse preziosissime per i minori in difficoltà ed essere, allo stesso tempo, persone portatrici di specifici bisogni esistenziali che stanno alla base delle loro candidatura all’affido.

Non considerare la famiglia affidataria unicamente quale strumento per rispondere ai bisogni del bambino, ma anche come soggetto le cui istanze “autoriparative” devono essere comprese e tenute in debita considerazione (Chistolini)[8].

Infine ecco l’elemento perturbante del nostro rapporto con l’affido: è evidente che principali fattori di rischio per la famiglia affidataria sono da un lato il fallimento dell’affido che coincide con parte del proprio progetto di vita e quindi con la propria identità e dall’altro l’essere “svelati” nelle proprie idiosincrasie e nella propria intimità.

L’affidamento familiare è un’azione perturbativa nei confronti dei diversi sistemi su cui s’intende agire: un sistema è la famiglia d’origine, un altro sistema è la famiglia affidataria, un terzo sistema è il sistema dei servizi. Anche agire, da parte dei servizi, un affidamento familiare è una perturbazione perché, per i servizi, vuol dire prendersi delle “cose” in carico, di volta in volta diverse, di famiglie affidatarie diverse, di famiglie d’origine diverse. È vero che la tecnica è la stessa, però ogni volta questa tecnica deve essere tradotta in forme, relazioni, scelte, atteggiamenti che sono da personalizzare[9].

Incontrare le famiglie ed essere attenti alle loro cornici di senso ci richiede esercizi continui di immaginazione, ci chiede l’ascolto attivo, l’apertura e una logica inclusiva, il riconoscimento della soggettività dell’altro e l’uso dell’umorismo, della sdrammatizzatizione, della ricerca di un terreno comune su cui riposizionarsi utilmente all’interno dei ruoli.

Stare in relazione in modo meno asimmetrico, oltre al movimento bidirezionale di trovare linguaggi lessicali comuni (le famiglie infatti diventano man mano più competenti nell’esprimere la quotidianità e nell’osservare e descrivere comportamenti e stati d’animo), implica anche lo sforzo, forse più consistente, di “negoziare” le versioni possibili degli eventi, le diverse “punteggiature” date alle circostanze, della storia dell’accoglienza o dell’affido in corso.

Questo è il motivo per cui, invece di parlare di “come si fa” il tutoring educativo nell’affido, abbiamo cercato di narrare come l’abbiamo fatto noi e come tentiamo di farlo in modo creativo e generativo, mettendo costantemente in gioco le nostre premesse sul concetto di “famiglia”.

 

*Educatrice professionale, Coordinatrice di servizi educativi Area Minori Stripes Cooperativa Sociale ONLUS

** Pedagogista,Coordinatrice di servizi educativi Area Minori Stripes Cooperativa Sociale ONLUS

*** Psicologo clinico, Counsellor. Collaboratore Stripes Cooperativa Sociale ONLUS e co-fondatore di Spazio Ars, Associazione Culturale  per la promozione di terapia individuale e sistemica e la fruizione artistica
e culturale.

 

NOTE

[1]             Un sentito ringraziamento all’equipe del Servizio Affidi del Comune Di Busto Arsizio, Dott.ssa Cristina Daverio, Dott.ssa Carrera Raffaella Dott.ssa Furrer Serena e alla Dott.ssa Bertonati Chiara per le indicazioni bibliografiche.

[2]             Tratto da “Una Famiglia per crescere. Rete a sostegno dell’affido familiare”. Documento di presentazione del progetto, 2009.

[3]             Tratto da Giordano M., Iavarone M., e Rossi C., Promozione comunitaria dell’accoglienza familiare. In: “Settimana del Diritto alla famiglia”,  Salerno 9/15 Maggio 2011.

[4]             Tratto da Fruggeri L., Famiglie, Carocci, Roma 1997

[5]             Per approfondimenti, vedasi Bronfenbrenner U, Ecologia dello sviluppo umano, Il Mulino, Bologna 2002.

[6]    Per approfondimenti, vedasi C.A.M., a cura di, Nuove sfide per l’affido, Franco Angeli, Milano 2012.

[7]    Per approfondimenti, vedasi Harrè R., The Self and Others: Positioning Individuals and Groups in Personal, Political, and Cultural Contexts, Greenwood Publishing Group, Westport 2003.

[8]    Tratto da Chistolini M., Il percorso di conoscenza della famiglia candidata all’affido, in C.A.M., a cura di., Nuove sfide per l’affido, Franco Angeli, Milano 2012.

[9]    Ibidem.

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