“Ero una bella cittina …”

Memorie degli abitanti di Monterchi

Invitata a dare un’immagine di sé da bambina, un’anziana monterchiese afferma: “Ero una bella cittina…”. Di fronte alla stessa richiesta, sue compaesane rispondono: “Avevo i capelli neri neri con le trecce così lunghe”; “Mi ricordo la timidezza al primo impatto con le persone… ero un po’ rustica”; “Ero parecchio timida, molto chiusa… con la gente che non conoscevo me nascondevo”. Mentre gli uomini dichiarano: “Ero irrequieto e con una turbolenza non ancora assopita”; “Impulsivo, forte, duro”; “Secco secco, capelli ricci come un marocchino”.

Riusciamo quasi a vederli questi bambini del Novecento aretino, magari in bianco e nero, come in un sogno… Eppure sono esistiti davvero e ora sono lì, a raccontarci la loro storia, a mostrarci le loro fotografie, reali o immaginarie.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: quando, come e perché è stato aperto questo album di fotografie?

Un’esperienza di formazione e ricerca autobiografica sul territorio

Nel luglio del Duemila, in un antico borgo dell’Alta Valle del Tevere, viene realizzato un seminario residenziale che vede coinvolti in qualità di apprendisti biografi una decina di studenti del Corso di laurea in Scienze dell’educazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, da me coordinati. L’iniziativa è promossa da Duccio Demetrio, professore di Educazione degli adulti presso la stessa università, che ha introdotto in Italia l’approccio biografico nell’autoformazione, e avviene in collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, un’associazione culturale impegnata nella formazione di esperti in metodologia autobiografica e volta alla diffusione della cultura della memoria.

Se in un’analoga esperienza compiuta ad Anghiari l’anno precedente si sono raccolte memorie e vissuti legati al paese, a Monterchi si vuole esplorare il tema dei ricordi d’infanzia rispetto a tre generazioni. Lo strumento scelto per favorire la rivisitazione di questa fase della vita è quello del colloquio biografico, il cui scopo è quello di promuovere un processo autoformativo attraverso il riapprendimento e la risignificazione di alcuni tasselli della propria storia, di alcuni volti della propria identità.

Così, dopo aver opportunamente preparato gli studenti alla metodologia dell’ascolto e del racconto di sé, si parte. A Monterchi la realtà si presenta più complessa del previsto, ma una volta superate la ritrosia e la diffidenza iniziali verso i forestieri, le persone coinvolte si dichiarano soddisfatte di essere state sollecitate a ricordare: “Mi ha fatto stare bene”; “Mi è servito perché mi sono guardata dentro”; “E’ utile per far tornare in mente tutte le cose vissute”. E qualcuno ha addirittura detto che “parlando del passato viene voglia di fare cose nuove”. Si direbbe quindi che sia andato a buon fine l’intento più squisitamente pedagogico del colloquio biografico: stimolare autoconsapevolezza, cambiamenti e nuova progettualità.

Tornati a Milano, agli studenti spetta il compito di trascrivere fedelmente le interviste (registrate su audiocassetta), a me quello di analizzarne i contenuti per tematiche, con un’attenzione particolare alle differenze e alle analogie riscontrabili tra generi e generazioni diverse1.

Qui si vuole proporre una breve lettura di alcuni ricordi d’infanzia espressi dalla voce degli/delle abitanti di Monterchi, privilegiandone la dimensione emotiva.

Chiaroscuri dell’infanzia di giovani, adulti e anziani monterchiesi

L’idea che l’infanzia sia “il periodo più bello, spensierato, senza responsabilità” appare diffusa principalmente tra i giovani. Molti anziani e adulti, infatti, hanno vissuto un’infanzia costellata di difficoltà, fatiche, paure; questo perché sono entrati a far parte delle loro storie di vita alcuni eventi drammatici della nostra Storia: il terremoto, la guerra, il lavoro minorile, la miseria.

Il terremoto che nel 1917 rase al suolo Monterchi è il tema dominante nei ricordi d’infanzia di una donna di novant’anni: “D’aprile è venuto il terremoto che ha sfasciato, tutto, tutto quanto. Io avevo sei anni. Un fratello mi è nato nel capanno, noi altri si abitava lì […] C’era un capanno grandissimo per tutto Monterchi e si stava tutti insieme”. Lo stato d’animo che accompagna tale rievocazione si incupisce poi al pensiero che “parecchi bambini sono morti dentro la scuola” e che a un ragazzo “è caduto un pezzo di muro addosso” mentre cercava di scappare via.

Brividi di terrore hanno percorso l’infanzia di una donna di sessantadue anni che ricorda molto bene alcuni momenti del periodo bellico: “I primissimi bombardamenti ci sorpresero in mezzo a questa pianura […] La mamma della mia zia era su questo rio a lavare il bucato e queste schegge la colpirono alla schiena e la ferirono…  Il racconto prosegue rievocando il momento in cui i tedeschi misero al muro il padre, lo zio, il nonno, “perché volevano l’olio di oliva”… “lì fu uno spavento tremendo”, ma per fortuna si salvarono.

Una tonalità emotiva mesta e rassegnata è comune nei ricordi degli anziani facenti parte di famiglie contadine: ai bambini toccava fare la loro parte nel lavoro dei campi e nel pascolo del bestiame: “D’estate ci portavan sempre a cogliere i fagioli […] Ci pigliavano e ci portavano in mezzo ai campi, sdraiati. Tante volte ci trovavano con la bocca piena de terra… Io questo qui me lo ricorderò sempre, ero piccinina” (F, 87 anni); “Quando s’aveva tre-quattr’anni s’andava a parà le pecore e i maiali, ma scalzi, perché non c’era i soldi per fa’ le scarpe” (M, 76 anni).

La miseria per qualcuno ha costituito un motivo di grave umiliazione: un uomo sui cinquant’anni ricorda come “il più grosso dispiacere” avuto nell’infanzia un episodio in cui un bambino benestante gli rinfacciò pubblicamente di indossare dei pantaloni appartenuti precedentemente a lui… “Se me davano una coltellata non mi scappava una goccia di sangue”, afferma.

Anche le prime memorie scolastiche degli anziani e degli adulti, a differenza di quelle dei giovani, sono segnate da vissuti emotivi prevalentemente negativi: bacchettate sulle mani, rimproveri, punizioni e castighi facevano sì che i bambini vivessero “in un clima di terrore, in un’angoscia continua” (F, 40 anni). In particolare una donna ricorda il sadismo di un insegnante della scuola elementare: “C’era un maestro che era tanto cattivo […] Per chiedere di andare al bagno ci faceva alzare la mano, così e – lo sa? – faceva finta di non
vedere niente, non ci mandava al bagno, e quante volte l’ho fatta lì la pipì, e dopo le botte” (F, 70 anni).

Nell’arco di pochi decenni ci deve essere stata una grande evoluzione del contesto e delle modalità educative, se una ragazza di diciannove anni ricorda così il suo primo giorno di scuola: “Ero molto contenta di andare a scuola […] ero emozionata però non ero spaventata dall’ambiente della scuola” (F, 19 anni).

In un’infanzia sostanzialmente serena, giocosa e felice come quella dipinta dai giovani, gli unici eventi che intervengono a turbarne l’armonia sono le malattie e i lutti famigliari: “Un momento triste è stato quando si ammalò mio fratello: avevo dieci anni e lui ebbe le convulsioni” (F, 19 anni); “Quando è venuta a mancare la nonna ero molto triste… mi ricordo anche la scena che ho fatto, non di fronte a tutti ma da sola, ma preferirei non dirla” (F, 25 anni).

Una paura molto diffusa tra la generazione cresciuta in un ambiente illuminato giorno e notte era quella del buio: “Avevo paura del buio e tuttora ho paura del buio, perché mi sento chiusa, come claustrofobia” (F, 19 anni); “[Avevo paura] del buio, perché pensavo sempre che ci fosse qualcosa… che so, un mostro” (M, 17 anni).

La solitudine che spesso ha segnato l’infanzia dei monterchiesi più giovani, fa ricordare con grande gioia la nascita di un fratello o di una sorella con cui giocare e i momenti trascorsi in compagnia dei genitori: “Quando arrivava, non so, il fine settimana e potevo stare con la mi’ mamma e il mi’ babbo, mi rendeva felice” (M, 17 anni).

I ricordi più belli delle generazioni precedenti sono invece legati alle rare occasioni in cui si riceveva un regalo o si mangiavano leccornie: un uomo di cinquantatré anni sostiene che il massimo della felicità era “quando avevi qualche cosa di nuovo, di tuo […] e quelle poche volte che ti compravano un gelato”; gli fa eco un settantaseienne che ricorda la contentezza provata quando c’erano le feste e la mamma faceva “le castagnole”, “perché allora nc’era mica tutti i giorni come adesso i biscotti”.

Tra gli adulti c’è infine chi rievoca con solarità la vita trascorsa a contatto con la natura: “ …  Io andavo a pescare, prendevo il pesce ed ero contento […] Andavo al bosco, portavo a casa i funghi ed ero contento… se non li portavo ero contento lo stesso perché ero stato nel bosco”.

*Pedagogista e formatrice

Note

1 Il frutto di questo lavoro di ricerca si trova esposto nel libro da me curato dal titolo Due paesi in racconto. Anghiari e Monterchi tra memorie individuali e collettive, che sarà pubblicato dalla Unicopli nell’aprile 2001.

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