Fecondazione artificiale e cinema

Ipotesi di pensiero sul testo cinematografico

Con questo lavoro ci proponiamo di trattare il tema della fecondazione assistita da un punto di vista insolito, quello del cinema, cosa che forse potrà sembrare, a molti, strana. Il film sembra essere un mezzo poco adeguato ad una discussione tanto concreta, riguardante il corpo e le sue manipolazioni, riguardante fatti scientifici. Ma il corpo non è un puro fatto, non si lascia ridurre ad una cosa; la nostra conoscenza di esso è sempre “filtrata” attraverso fantasmi, desideri, affetti, pensieri. Ed è in questo senso che il cinema, in quanto creazione fantastica (pur se razionalmente organizzata), può venirci in aiuto, anche con la sua capacità di suscitare sentimenti d’identificazione nello spettatore. Diversi autori hanno messo in evidenza la possibilità di seguire un film in modo simile a quanto si potrebbe fare con le fantasie, i pensieri e i sogni di una persona reale; con la significativa differenza che qui questo patrimonio è a disposizione di tutti, diventando strumento di una comprensione collettiva, seppure nel rispetto dei limiti individuali (Mirella Curi Novelli, Pietro Rizzi, 1998). La forma della storia raccontata attraverso “immagini-tempo e immagini-movimento” – come nota Umberto Curi (2000) riprendendo un pensiero di Gilles Deleuze – , inoltre, ci sembra permetta di affrontare, nella forma di comunicazione più semplice e immediata, tematiche complesse, aprendo a molti dibattiti generalmente riservati ad élite intellettuali.

Noi tenteremo, appunto, di svolgere le nostre letture mostrando la possibilità di fare emergere contenuti importanti su cui riflettere e discutere, anche da lavori cinematografici che possono apparire esclusivamente d’evasione o banali. Proporremo insomma un’ipotesi di lavoro, sperando che funzioni come spunto per chi desiderasse intraprendere un percorso simile, non perdendo, così, l’occasione di ripensare, con strumenti inconsueti, parti del proprio mondo.

Il repertorio sull’argomento non è molto ricco; tra le poche opere di cinema disponibili ne abbiamo scelte due: I gemelli, una commedia diretta da Ivan Reitmann, e Gattaca, un film fantascientifico-drammatico di Andrew  Niccol.

I gemelli

Julius e Vincent sono gemelli, nati da un esperimento governativo che prevedeva la creazione di un uomo perfetto, risultato della sintesi dei migliori caratteri di molte persone eccezionali; ma, invece di un solo individuo, ne nascono due, e lo scienziato a capo del progetto decide di separarli alla nascita, dopo averli entrambi spacciati per morti alla madre. I due, a loro volta convinti di essere orfani, sono cresciuti l’uno, Julius, in un’isola tropicale educato da uno scienziato buono e saggio, l’altro, Vincent,  in un orfanotrofio di Los Angeles. Una volta adulti i fratelli si ritrovano e, scoperto che la madre è in realtà ancora viva, partono alla ricerca di lei. Con non poche difficoltà riescono infine a ricomporre la “famiglia perduta”.

Come spesso capita nel cinema, anche qui le prime immagini sono quelle sulle quali si regge l’intero film: in un freddo laboratorio vediamo scienziati al lavoro e, subito dopo, un gruppo di persone belle, intelligenti e capaci che si preparano alla riproduzione delle loro “parti migliori”, tutte in un unico individuo. E’, infatti, della ricerca di un ideale, di un dio-uomo che tratta il film. Ma nessun dio è possibile senza un diavolo e la nascita di Julius è seguita da quella di Vincent, suo gemello ed opposto. Il primo diventa una persona istruita, onesta, generosa e fisicamente prestante; l’altro, sempre nei guai, un uomo inaffidabile, diffidente, beffardo e di aspetto mediocre; o, almeno, questa è l’apparenza iniziale. Con lo svolgersi della vicenda le cose si complicano: Julius si dimostra anche timido, impacciato, ingenuo; Vincent eloquente, sveglio, affascinante. Di entrambi si scoprono pregi e difetti, punti di forza e debolezze; passiamo, attraverso la vita dei protagonisti, dall’illusione di ideali stereotipati alla concretezza della vita reale. E’ come se la vicenda cinematografica ci accompagnasse – a partire da una situazione di estrema regressione,  dove dominano processi  arcaici di scissione e proiezione (rappresentati paradossalmente dalla scienza che si porrebbe come massima rappresentante della ragione) – verso una prospettiva più matura che permette ai protagonisti di tentare un faticoso ma gratificante processo di apertura verso il mondo, con tutti i suoi limiti, rischi, problemi, emozioni e possibilità; in breve, verso la scoperta della loro affermazione come soggetti. Tutto questo attraverso una difficile, affannosa e necessaria ricerca delle proprie origini storiche (Silvia Vegetti Finzi, 1998) ed il duro riconoscimento delle rispettive mancanze, bisogni e difetti (Anne Joos, 1998). Ad esempio, diventa gradualmente possibile per Julius instaurare relazioni affettive adulte e complesse, in contrapposizione con quella che aveva col “saggio-scienziato dell’isola” (il rapporto col quale non implicava liti, dissensi, rischi di abbandono…), soltanto quando si distacca, a costo di una prima disubbidienza, dalla protezione innaturale del luogo dove è cresciuto, l’unico dove era ancora possibile credere alla propria presunta perfezione.

In qualche modo è la strada che ogni soggetto umano deve percorrere per trovare la sua vera dimensione (Anne Joos, 1998). Ad entrambi i gemelli si racconta che la madre morì al momento del parto e viene loro reciprocamente celata l’esistenza dell’altro; la madre, d’altra parte, crede di avere avuto un solo figlio, anch’esso morto subito dopo aver visto la luce. Ma se – come dice Bion – “di menzogna si muore”  è facile capire il desiderio dei
protagonisti (soprattutto di Julius) di scoprire la “verità”. Ed è allora anche chiara la metafora di un pericolo incombente, rappresentato dai diversi antagonisti che nel corso del film si oppongono al loro cammino, spesso minacciandone la vita, ogni qualvolta essi si allontanano dalla loro ricerca.

Rilevante è, inoltre, la presenza di una figura onnipotente, e perciò anche estremamente persecutoria, lo scienziato a capo dell’esperimento, che dall’alto manovra i destini di tutte le persone implicate. Si capisce perché, per acquisire quel minimo di libertà necessaria alla vita umana, i protagonisti si sentano tutti costretti a rifiutarne violentemente l’autorità.

Da notare poi la mancanza di un padre reale, o plausibile, con il quale sia possibile una relazione, un confronto che aiuti a crescere. All’origine della nascita dei gemelli non c’è il desiderio vitale di creazione ma quello narcisistico di “autoproduzione” di parti di sé idealizzate. Così nessuno dei padri reali si prende il carico di crescere entrambi i figli di cui avevano la responsabilità. Scappano, anzi, come il dottor Frankenstein davanti alla propria creatura. Solo Julius ha il privilegio di vivere con uno di loro, mentre la sorte dell’altro è ben più inquietante.

In fondo il film, forse ingenuo nelle intenzioni, centra uno degli aspetti più pericolosi delle possibili applicazioni delle nuove biotecnologie. Ovvero il rischio di attuare, senza una mediazione del pensiero né un confronto con la realtà, i desideri più arcaici dell’uomo, lasciando il soggetto spaesato e amareggiato, allontanato da quella presa di responsabilità, senza la quale nessun progetto umano è veramente possibile.

Gattaca

Il film è ambientato in un  futuro abbastanza prossimo nel quale le regole e le norme che governano la società sono in gran parte ispirate all’eugenetica. Il progresso scientifico e le biotecnologie hanno raggiunto un livello tale da consentire alle coppie la possibilità di avere un figlio non solo privo di difetti e tare genetiche, ma anche “geneticamente” programmato per avere le caratteristiche fisiche, intellettuali e psicologiche ritenute ottimali. Esistono centri specializzati dove gli embrioni sono artificialmente fecondati, depurati e selezionati, e ai genitori non resta altro compito che scegliere, ad opera finita, quale embrione trapiantare.

La diffusione di queste tecniche riproduttive ha però avuto un forte impatto sulla società, minandone i principi di giustizia ed eguaglianza.

E’ in questo contesto che si svolge la vicenda del protagonista, che non vuole rassegnarsi a vivere nell’emarginazione di chi, come lui, è portatore di un patrimonio genetico “impuro”. Con svariati trucchi ed inganni e supportato da un’ambizione considerevole, riuscirà alla fine del film a coronare il suo sogno di diventare astronauta, professione che nel film sembra per eccellenza riservata agli individui geneticamente più dotati.

Nonostante il tema delle biotecnologie e, in particolare, quelli della fecondazione artificiale e dell’eugenetica, siano presenti e importanti per lo svolgersi della trama del film, non è nell’intento del regista porre più di tanto un accento critico sull’utilizzo odierno di queste tecniche o sugli scenari futuri che un possibile utilizzo disinvolto delle tecniche procreative artificiali possa aprire.

A nostro giudizio, egli sembra invece più deciso a criticare la società odierna e, in particolar modo, quella americana, impostata su valori di efficienza economica e competizione sociale.

Il film in sé non è certo un capolavoro; ciò che a noi preme sottolineare sono due aspetti: la paura che suscita l’utilizzo delle tecniche di procreazione artificiale e la sensazione che il loro impiego possa essere un pericolo per l’assetto stesso della nostra società.

In Gattaca l’uomo “perfetto” è esteriormente identico a quello “normale”; la differenza che li separa è tutta interiore. Le paure e le fantasie che agitano la famiglia del protagonista sono antitetiche a quelle che potremmo presumere avere una famiglia che oggi possa ricorrere all’ausilio della fecondazione artificiale per avere un figlio. I genitori del protagonista infatti sono dispiaciuti e imbarazzati per averlo messo al mondo,  condannandolo ad una vita di serie B se messo a confronto col fratello minore, concepito invece col metodo artificiale. Ansie opposte a quelle che agitano invece i genitori di oggi preoccupati dalle ripercussioni psicologiche che la rivelazione sulle origini della nascita può avere sul figlio in età adulta.  Per fortuna, tutto sommato, siamo ancora relativamente lontani dalla realizzazione concreta di simili operazioni sugli embrioni o sui geni umani ed è  probabile che, rendendosi conto della pericolosità potenziale di tali manipolazioni, la nostra civiltà riesca ad evitare di mettere a rischio anche la nostra stessa esistenza; mentale prima che biologica.

Conclusioni

Vogliamo evidenziare che, pur considerando il cinema anche uno specchio della “coscienza sociale” abbiamo avuto difficoltà a trovare film dignitosi per questo lavoro: la fecondazione artificiale ancora non ha trovato una dimensione adeguata.

Un interessante saggio di Eugenia Scabini e Giovanna Rossi (1999), “Sfide e contraddizioni di un nuovo modo di diventare genitori” illustra diversi tratti del profilo delle coppie che decidono di ricorrere alla procreazione assistita e tra questi uno ci ha colpito più di tutti: una discreta percentuale di esse sceglie di tenere all’oscuro i propri parenti, anche i più stretti, e predilige centri specializzati lontani dalla propria città. La fecondazione artificiale è sicuramente il tema di molti film-tv, talk-show e soap operas, ma i contenuti di queste produzioni tendono ad essere assimilati in modo molto passivo, senza generare un bisogno di approfondimento. Anche tenendo conto che la fecondazione artificiale è un fenomeno relativamente nuovo, dobbiamo quindi auspicare che la riflessione su di essa si faccia più matura, prima che anche il cinema possa cominciare ad occuparsene in maniera più ampia. Ed è appunto a questa maturazione che speriamo di aver contribuito con questo breve lavoro.

*Studenti in Psicologia presso l’Università degli Studi di Pavia.

Illustrazioni di Lorenzo Recanatini

Filmografia:

Gattaca, USA, 1997; Regia: A.Niccol; Cast: Uma Thurman, Ethan Hawke, Jude Law ,Gore Vidal.

I Gemelli(Twins), USA 1988; Regia: Ivan Reitman; Cast: Arnold
Schwarzenegger, Danny De Vito, Kelly Preston, Chloe Webb, Bonnie Bartlet.

Bibliografia:

Curi Umberto, Lo schermo del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000.

Joos, Anne, “Genetica e Eugenismo”, in: I bambini a venire – faccia a faccia sulla procreazione assistita, Casa della Cultura, Milano,1998.

Rizzi, Pietro, “Rappresentazioni violente ed esperienza cinematografica: ricerche e modelli psicoanalitici”, in: Imbasciati, Antonio – de Polo, Renato – Sigurtà, Renato (a cura di), Schermi violenti, Borla, Roma, 1998.

Rossi, Giovanna – Scisci, Anna, “ …. riflessioni da un’indagine empirica”, in: Scabini, Eugenia – Rossi, Giovanna (a cura di), Famiglia “generativa” o famiglia “riproduttiva”? – Il dilemma etico nelle tecnologie di fecondazione assistita, Vita e Pensiero – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 1999.

Vegetti Finzi, Silvia, “Filiazione biologica e filiazione simbolica”, in: I bambini a venire – faccia a faccia sulla procreazione assistita, Casa della Cultura, Milano, 1998.

Vegetti Finzi, Silvia, Volere un figlio, Mondadori, Milano, 1997.

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