La grande quercia

Un film su infanzia e memoria

Il film “La grande quercia”, del regista Paolo Bianchini,. é del 1996. Paolo Buratti, il cui punto di vista di bambino attraversa il film, è uno dei tre giovanissimi figli di Vincenzo, un medico tanto esperto quanto stravagante. La seconda guerra mondiale è in corso e a Roma si teme per la vita della popolazione civile. Così Vincenzo, con la moglie e i figli, lasciano la città per raggiungere l’abitazione in campagna (ma ai bordi dei mare) dei padre di lui. Con loro partono l’autista e la giovane cameriera Rosetta. Per i bambini il viaggio è triste ma l’arrivo a destinazione è quasi una festa: possono rivedere il nonno, un uomo apparentemente burbero ma in realtà molto simpatico. I nipotini vogliono subito andare a vedere gli animali nella stalla ma scoprono che mucche e vitelli non ci sono più. Sono rimasti solo l’asino e una gallina che fa un uovo ogni tre giorni. Incontrano subito i due figli dei fattore (uno dei quali continua a ripetere la stessa classe). Sulla spiaggia Paolo, che utilizza spesso il binocolo, vede una baracca con dei soldati. Ben presto i bambini fanno amicizia con i militari che provengono da diverse parti d’Italia. … Mentre il nonno di notte ascolta in gran segreto Radio Londra, Paolo si prepara al suo primo giorno di scuola. L’indottrinamento fascista è capillare e il bambino si trova in imbarazzo perché è l’unico a non sapere cantare “Giovinezza” … Arriva il giorno della prova della divisa da Balilla e il padre fatica a non manifestare il proprio disappunto. Passano i mesi e Paolo si vede apostrofare pesantemente in classe dai gerarca locale che gli rimprovera le continue assenze dalle esercitazioni: il piccolo si spaventa al punto di farsela addosso. Una sera assiste poi, non visto, a un dialogo tra il padre e la madre in cui quest’ultima manifesta la sua preoccupazione per la sorte dei marito. A casa ogni giorno si dice il rosario perché il nonno aveva qualche colpa da farsi perdonare dalla ormai defunta consorte che, in punto dì morte, gli ha fatto giurare di procedere quotidianamente alla recita dei misteri.

Nel corso di una scampagnata avviene un bombardamento ma i bambini lo interpretano come una rappresentazione dei tutto particolare. Il padre è in città e la mamma cerca di rassicurare i piccoli affermando che gli ospedali non vengono mai bombardati. AI posto di Vincenzo arrivano il fratello e la cognata con un figlio ancora in fasce. La casa è stata colpita ma Vincenzo è vivo. I due hanno con, sé le copie di un giornale clandestino. Un giorno, mentre la famiglia è riunita dinanzi ai poco cibo che c’è, la radio annuncia la richiesta di armistizio. I soldati sulla spiaggia sono in festa e anche in casa tutti si abbracciano. La guerra sembra finita. Di lì a poco i bambini scopriranno che i soldati sono scomparsi abbandonando tutto. Il nonno intanto va a “confessarsi” chiedendo al padre priore un ulteriore sforzo per sostenere i ricercati. Anche lui dovrà fare, ancora una volta, la sua parte sopprimendo l’asino. I bambini, proprio andando nella stalla a cercare l’asino, scoprono, nascoste sotto la paglia, le armi che appartenevano ai soldati e si appropriano di un razzo di segnalazione. Lo zio e la zia partono con le armi e i bambini sono invitati dalla mamma a non rivelare a nessuno quanto è successo. Il gruppo non resiste però a dare fuoco al razzo e Paolo insegue il piccolo paracadute che lo sosteneva. Rientrando viene sorpreso da due tedeschi che lo afferrano e lo malmenano chiedendogli dei razzo. Sarà un frate che era stato fatto oggetto degli scherzi dei bambini a sacrificarsi per salvargli la vita. Ormai il luogo non è più sicuro e, considerato l’ormai imminente arrivo
degli Alleati, si decide di far ritorno in città. Solo il nonno decide di restare. In prossimità di un posto di blocco il padre fugge. Il resto della famiglia raggiunge Roma ma ci sono grossi problemi economici che spingono la cameriera Rosetta a offrire i propri risparmi e la madre a vendere l’amato pianoforte. Un giorno con Paolo incontra il cognato che gli dà notizie dei marito. Di lì a poco apprenderà dalla radio che il fratello di Vincenzo è stato fucilato. La guerra ha finalmente termine e in casa si può srotolare il tappeto che era stato arrotolato ai momento della partenza. Il padre per sbatterlo dal terrazzo lo fa cadere in cortile e corre a prenderlo. Su queste immagini la voce di Paolo adulto racconta come l’uomo avesse poi deciso di andare a fare il medico in Africa e poi in India e fosse ritornato solo quarant’anni dopo in un’urna cineraria per essere sepolto sotto la grande quercia che aveva visto svolgersi le vicende narrate.

Analisi della struttura

La grande quercia è un film la cui struttura offre al docente la possibilità di approfondire tematiche storiche ma anche notazioni di costume anche con degli allievi molto giovani. Senza cadere mai nel didascalismo la sceneggiatura riesce a procedere per progressivi inserimenti che consentono di soffermare l’attenzione non solo sui grandi avvenimenti degli anni della Seconda guerra mondiale ma anche sui mutamenti che essa imponeva nella vita quotidiana della gente comune. Proprio scegliendo l’ottica di una famiglia della media borghesia (il padre è medico e il nonno ha comunque una fattoria) il film consente di rilevare tutta una serie di privazioni che possono essere facilmente trasposte e ampliate nei ceti meno abbienti. La stessa quercia non viene sottoposta a simbolizzazioni eccessive: é solo una sorta di testimone dello scorrere degli anni e dei succedersi delle vicende davanti alla quale si passa, abbracciando la quale ci si dichiara amore reciproco, sotto la quale si viene sepolti.

Il film assume una struttura quasi circolare grazie a un elemento dell’arredo. Si tratta di un tappeto che viene inizialmente arrotolato e, nel sottofinale, nuovamente aperto per prendere aria. Quella di avvio non è la partenza per le vacanze e lo srotolamento della fine non prelude a una pacificazione: l’animo inquieto dei padre, Vincenzo, lo spinge a cercare nuove mete e a partire per l’Africa. Tra questi due segni visivi si snoda la vicenda della famiglia Buratti. La città (Roma) è appena accennata e non ha particolari inquadrature (tranne quella della terrazza alla fine) che possano fornire punti di riferimento. Ciò che viene invece caratterizzato da subito è il tema (lo sfollamento) e l’organizzazione familiare: un padre (che lavora), una madre (che sta a casa) e tre figli a poca distanza d’età… L’arrivo alla casa dei nonno sottolinea subito le privazioni a cui la guerra sottopone le persone. Gli animali della stalla non ci sono più, è rimasta solo (insieme all’asino che verrà sacrificato in un periodo ancora più duro) la gallina più vecchia che fa ancora l’uovo (ma non tutti i giorni). Le patate sono alla base dei pasto quotidiano e un pollo arrosto per Natale fa parte di una sorta di mitologia quasi impossibile da pensarsi reale. Anche le castagne vanno contate per suddividerle… Inizialmente il conflitto appare, al contempo, lontano e vicino agli occhi dei piccolo Paolo… Ciò che è invece vicino e pressante è il Regime con le forme di indottrinamento che utilizzano il veicolo di comunicazione più efficace: la scuola. Gli slogan, il canto di “Giovinezza”, l’Opera Nazionale Balilla si servono della struttura educativa per imporre i propri modelli e far sentire “diversi” coloro i quali non vi aderiscono. I macroavvenimenti si inseriscono su una trama di piccole vicende e scoperte: il neo uguale a quello dei padre e dei nonno; le domande su come nascono i bambini con l’attenzione, da parte dei regista e sceneggiatore Bianchini, a non idealizzare nessuno, a non costruire degli “eroi” stereotipi….  Anche sul piano delle ideologie viene esposta una commistione spontanea tra posizioni diverse. In casa si prega ma si diffonde clandestinamente l’Unità… Le riflessioni sull’assurdità della guerra e sulle piccole e grandi sofferenze che porta con sé non sono quasi mai “dette” ma vengono filtrate attraverso una quotidianità che non vuole essere “esemplare” ma che può prestarsi efficacemente quale punto di riferimento per approfondimenti e discussioni.

Itinerari didattici

La secondo guerra mondiale vista attraverso il quotidiano

Oltre ai riferimenti di carattere storico, che possono costituire una valida mappa anche per seguire il film, è possibile sviluppare un’ampia serie di osservazioni sui mutamenti di costume…

La guerra/Le guerre

Gli allievi hanno avuto la guerra sullo schermo televisivo nel 1999. Era una guerra “distante” e “vicina” al contempo. Può essere interessante andare a verificare a distanza le impressioni ricevute confrontandole con la descrizione che il film fa di un conflitto lontano nel tempo ma di cui esistono ancora testimoni e attori.

La creazione del consenso

Il film propone alcune situazioni scolastiche in cui è palese come il regime fascista concepisse la “fabbrica dei consenso”. Può essere interessante far riflettere gli allievi su come le dittature abbiano sempre fatto leva sulla scuola per procedere all’indottrinamento sin dall’età più giovane…

Elementi per la discussione

I maschi e il “giocare alla guerra”. I film di guerra. Sono interessanti? Quali messaggi veicolano? La vita fuori città. Cos’è cambiato da allora ad oggi? Ci sono elementi che permangono? Il film offre un’immagine idilliaca o reale della vita in campagna?

Idee

Elaborare un questionario da sottoporre ai nonni che consenta di accostare memorie diverse sul tempo di guerra con un particolare accento sugli elementi della quotidianità.

*del Centro Studi per

l’Educazione all’Immagine, in: 

“Arrivano i film” Lombardia Cinema Ragazzi 2000/2001 – Regione Lombardia