La memoria, la poesia

pubblicato in: Schedario. Periodico quadrimestrale di letteratura giovanile, anno XLVI, n.2, maggio-agosto 1998

Una certa atmosfera

“Il Giornalino della Domenica” non è stata una mia lettura abituale, perché anteriore leggermente alla mia età del leggere, diciamo che non eravamo coevi. Ricordo invece il “Giornalino dei piccoli”, come abituale lettura della mia infanzia, tanto più che era collegato con il “Corriere della sera” che era lettura abituale a casa mia.

Erano quegli anni [nel 1920 il “Giornalino” cessò le pubblicazioni, almeno nella sua fase fiorentina e si trasferì a Milano, sotto la direzione di Giuseppe Fanciulli n.d.r.] un periodo in cui non avevo potuto conoscerlo, perché in pratica mi avviavo solo allora nella mia carriera di scolaro.

Piuttosto, oggi, ho potuto ritrovare una certa atmosfera nelle pagine che ho potuto leggere sul volume che raccoglie tutta l’annata 1920 del “Giornalino”, che ho sfogliato trovandovi degli spunti che indubbiamente mi riconducono agli anni della mia infanzia.

Un’atmosfera direi di speranza, di disposizione fiduciosa, che pur amareggiata dal tanto sangue che costato, aveva preso a circolare in Italia, proprio negli anni posteriori alla guerra mondiale, all’armistizio da poco firmato, in cui tutte le ferite dolgono, ma era diffuso un senso, non dico di fierezza ma di soddisfazione, parola non bella, ma precisa, che restituisce la sensazione diffusa dell’impegno assolto, della prova superata.

Questa nazione, che pensava di riconoscersi come nazione, seppure in modo non gridato, l’ho ritrovato nella prosa di Vamba e collaboratori: anche se resta sottinteso che noi venivamo da una stagione dura, ma ci eravamo guadagnati la speranza di un tempo più sereno e prospero.

Questa atmosfera non si è mai più ripetuta poi.

Mi viene da paragonare la mia infanzia con quella di mio figlio, di mio nipote: non erano circondate da un’atmosfera come questa, proiettata anche se non clamorosamente e vistosamente su un futuro; nella loro infanzia (secondo dopoguerra l’uno, anni ’70 l’altro) si avvertiva un clima di smobilitazione, di rassegnazione di cose che c’erano e non si sarebbero più trovate.

La nostra era un’atmosfera speranzosa, anche se non ne eravamo coscienti ci sentivamo inseriti in una società in progress; mio figlio invece è vissuto nel clima successivo alla II guerra, ben diversa dalla I, come esito e come morale. Essa aveva qualcosa di riduttivo rispetto a qualcosa che in fondo era stato e non era più.

E questo vale anche per l’infanzia di mio nipote (cresciuto negli anni ’70) in cui un filo positivo di ideali civili non c’è più; ci sono queste piccole soddisfazioni del consumo sulla scena, non altro.

Proprio la lettura delle pagine del “Giornalino”, mi ha indotto a fare questo paragone, da cui mi è stato possibile ricordare che la nostra Infanzia era sottolineata da riti patriottici, manifestazioni che possono apparire ingenue oggi, ma chiaro segno di una nazione che si ritrovava per la prima volta insieme, avendo partecipato collettivamente ad uno sforzo, il che giustificava questa specie di segno non tanto di vanagloria quanto di autopromozione che il paese intero provava.

Mentre il contrario era negli anni successivi alla II guerra, che trasmettevano senso di vergogna, di penitenza, di errori commessi, di sconfitta da degustare amaramente, una pozione amara da bere.

Lasciando da parte il patriottismo in sé, erano piuttosto stati psicologici che stavamo vivendo e sociologici generali, vissuti dalla società che poteva non averne coscienza, anche, ma ne era permeata.

Noi scolari eravamo spesso chiamati ad inaugurare parchi della rimembranza, a cantare inni patriottici, tipo la Canzone del Piave o Monte Grappa, per celebrare questi alberelli, piantati in memoria dei caduti, cui veniva dedicato l’albero con su scritto il nome di ognuno. Ci sentivamo fieri di appartenere a questi cori, anche se eravamo solo dei cantori in erba.

Ricordo che una volta che ero stato escluso mi dispiacque molto; vedendomi dispiaciuto la maestra di canto mi si avvicinò, mi vide mortificato e lei che era estranea alla scuola mi fece un esame a parte e fui reintegrato nel gruppo.

Oggi sarebbero impensabili cose di questo genere.

Mi viene in mente, come ulteriore ricordo affiorante dalla memoria, il clima della cerimonia che vide un treno attraversare le stazioni di Italia e fermarsi in ognuna di esse, perché tutti potessimo rendere omaggio alla salma di quel milite, che “ignoto” veniva trasportata a Roma per essere tumulata come emblema di tutti i soldati caduti e non riconosciuti, né riconsegnati alle famiglie.

Noi venimmo portati in gruppo nella stazione: tra i miei compagni c’erano certamente degli orfani che in quel feretro avrebbero veduto anche il padre che non era tornato a casa. La cosa che ancora è viva in me, a parte la grande emozione e la solennità del momento, fu il silenzio agghiacciante che scese su tutti noi, mentre il treno passava in mezzo ai nostri occhi umidi di commozione.

Certo quell’atmosfera che si respirava in Italia fu presto diversa, subito turbata dal suo sviluppo che sarebbe potuto essere sereno e timido dalla successiva parentesi del fascismo che portò diatribe prima tra i nazionalisti, poi iniziative illegali che privilegiavano la forza sulla legge, il che comportò un totale turbamento. Clima che si arroventò, arrivammo a degli estremismi, a disordini, che caratterizzarono gli anni dal ’22 in poi.

Tornando agli anni precedenti questi avvenimenti, il “Giornalino della Domenica” aveva rispecchiato questa Italia uscita da questa prova difficile, sanguinosa, costosa, manteneva invece lo spirito del Piave, dopo Caporetto, il senso di solidarietà, di un’Italia non smargiassa, ma sostenuta da una coscienza positiva di se stessa.

Il periodico insomma rifletteva questo con arguzia, ma anche con dichiarazioni esplicite, tentava agganci con paesi stranieri, anche se emanava uno spirito prettamente fiorentino. L’esprit era indubbiamente borghese, diciamo della buona borghesia.

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