Raccontarsi in famiglia

Un destino                   

Tutto ciò che siamo, che siamo diventati, ha avuto origine in famiglia. Nella nostra famiglia e nelle tante altre “famiglie” umane, più o meno amate, più o meno condivise, che nel corso del tempo abbiamo incontrato, attraversato, costruito: la famiglia che siamo riusciti a inventare, a ricucire, anche ad abbandonare. In fondo, la vita di ogni donna, e di ogni uomo, non è altro che un continuo farsi e disfarsi famigliare; poiché è famiglia l’insieme di persone col quale intratteniamo un legame lungo, breve, o per sempre decisivo e “fatale”.

Non vi è dubbio che, quindi, tra le tante (o poche) famiglie di cui abbiamo la fortuna, o la sfortuna, di fare esperienza, che fanno ormai parte indelebile della nostra memoria, la prima (nella quale siamo nati e cresciuti) resta la più importante. Senza dubbio è quella alla quale, nel ricordo o nella continuità, col pensiero, oppure per immagini lontane o preoccupazioni presenti, ci riconduciamo. Perché questa famiglia, appunto accanto alle altre, è una traccia indelebile: le apparteniamo e per sempre. In essa abbiamo imparato a parlare, a giocare ad imitare i grandi, a respirare atmosfere, a riconoscere volti e ad ascoltare storie: genitori, fratelli, nonni, zii, amici di famiglia, sono stati i primi adulti incontrati, dai quali abbiamo appreso l’arte del disaccordo e della polemica. Una palestra educativa è dunque la famiglia: di affetti profondi e di litigi definitivi, di incontri cruciali e di emulazioni, di nascite della mente e del linguaggio. La famiglia è il teatro, tra commedia e tragedia, della vita di ciascuno: possiamo spegnere le luci in sala, ma non possiamo dimenticarla. Se non ne abbiamo avuta una, diverrà il progetto, la nostalgia inguaribile, l’utopia e la voce della nostra esistenza. Tutto accade dunque in essa, lontano da lei, nonostante i suoi richiami: anche se siamo single, nell’inconscio, la desideriamo; nelle parole la rifuggiamo.

Ricordi unici

Come possiamo, allora, dimenticare i ricordi di famiglia? Come possiamo, con sincerità, cercare di capire perché siamo fatti in un certo modo – accettabile o inacettabile ai nostri occhi diventati maturi – se fingiamo di non avere più nulla a che fare con un passato inevitabilmente famigliare? Come possiamo occuparci delle nostre memorie famigliari, quali esse siano, se vogliamo migliorarci? Come possiamo essere genitori o nonni “abbastanza” bravi se non sapremo insegnare a figli e a nipoti –  naturalmente dando il buon esempio – ai piccoli e ai ragazzi di casa a custodire, a conservare, a proteggere dagli assalti dell’oblìo i nostri ricordi? Quei ricordi senza i quali saremmo diversi da quel che siamo e forse più tristi. Dal momento che i ricordi, anche quelli che vorremmo cancellare, ci fanno compagnia. Meglio ricordarli soffrendo ancora, piuttosto che non averli.

Per questo occorre inventarsi una pedagogia dei ricordi in famiglia, magari dedicarsi alle proprie biografie famigliari, scrivendole e ricostruendole in altro modo. Senza per questo dimenticare le altre famiglie, forse minori, ma comunque significative, della nostra vita per accompagnare, giorno dopo giorno, la crescita dei nostri figli o di nostri rapporti di coppia. Nei momenti di massima coesione o nei momenti del distacco imprevisto, scelto o inevitabile, molti sono coloro che tengono diari, che conservono religiosamente testimonianze degli episodi quotidiani  e degli eventi familiari eccezionali.

Qualcuno potrà chiedersi: “a che pro?”

Rispondiamo che in primo luogo – e questo è un principio morale, etico – nessuna storia di vita, finché è possibile, dovrebbe essere dimenticata. E lo scrivere sigilla un racconto. Il racconto di un “paesaggio” umano, foss’anche il più modesto, può diventare leggenda quando qualcuno si preoccupi di trasformarlo in un pur breve bozzetto, in una novella, tra realtà e invenzione.

Dal momento che tutti hanno, strada facendo, raccolto storie, dovrebbero liberarle dalla fragilità dei ricordi orali e trascriverle, poter renderle immortali, per regalarle a coloro che non volevano o non potevano farlo, ai parenti e amici. Non solo …

Scrivere i ricordi familiari ci rende più consapevoli della nostra individualità. Ci aiuta a sentirci persone singole (e singolari) in mezzo agli altri. Del resto il compito educativo di ogni famiglia dovrebbe essere quello di far emergere, appunto, la nostra soggettività: la nostra voce unica, il nostro volto particolare, la nostra più vera identità personale. Nel coro, nella foto di gruppo, nei legami indissolubili pur nella raggiunta distanza in molti casi è stata proprio la scrittura di molte storie di famiglia ad aiutarci a guardare, con più distacco, vicende e figure dalle quali sembrava loro di non poter più liberarsi.

Infatti, come è accaduto a molti scrittori famosi, trasformare in racconto quanto di più sconvolgente avevano potuto vivere e vedere nelle loro famiglie, li ha salvati e curati. Come persone.

Del resto la scrittura possiede un grande potere terapeutico ormai riconosciuto dalle scienze umane e dalla psicologia clinica. Al contempo questi vantaggi li ritroviamo nella lettura di quanto, sovente per caso, scopriamo in cassetti e comò: lettere, diari, scatole con minuscoli biglietti da visita, ecc… Nessuno può resistere al ritrovamento inaspettato che riporta  nel presente una madre, un padre di cui poco si è sempre saputo, di uno zio o di un fratello. Tutte queste scritture (sparse e perdute, disperse e sacrificate in nome dello spazio ridotto di cui disponiamo, in occasione di traslochi e allontanamenti) esigerebbero più cura e rispetto.

E che dire poi delle foto: di quelle che non hanno nemmeno conosciuto la pazienza di qualcuno che le disponesse in un album. E le immagini mentali? Quella caotica costellazione di figure, di scene, di oggetti, di frasi stampate nella memoria e destinate, se non fissate in un rigo (almeno) a volatizzarsi con il tempo?

Per una pedagogia delle memorie famigliari

Lo sguardo a ritroso ci rassicura – quando ci sembra di aver smarrito il nostro senso – e al contempo ci spinge a desiderare di continuare a fare esperienza del vivere. Nei ricordi – lo ripetiamo, quali essi siano – ci sono certezze e incertezze; comunque c’è un brulicare di vita e di domande che ci possono, specie nelle situazioni più critiche ed estreme, mantenere in vita.

Perchè quanto più sembra non avere più ragioni il riandare con la memoria al passato della famiglia di origine, o della famiglia attraversata, proprio il passato può salvarci, può riappacificarci e può spingerci a cercare, in esso, un pò di futuro. C’è dunque una pedagogia delle memorie famigliari nascosta che, in primo luogo, nasce nella nostra mente. Dalla volontà di reagire all’infaticabile lavoro dell’oblìo e di prendere la penna in mano, o di digitare su una tastiera di computer, per ingaggiare la sfida. Per opporci, se non di certo, purtroppo, alla legge del tempo, ai sentimenti della fine.

Soprattutto è entrare in un tipo di pensiero che non cerca verità, che non si erge a
giudice o decreta la differenza tra il bene e il male che, proprio in famiglia, impariamo a conoscere. Si tratta di quello sguardo  che si assume il compito di  guidarci altrove. Dove i fatti della vita, brucianti o felici siano stati, divengono – nella distanza – fonte di serenità: purché, come ogni saggezza religiosa o psicologica ci avverte, li si accetti. Ebbene, quel pensiero di cui tutti, almeno un poco, fanno esperienza è  la visione poetica delle cose. Una, tra le tante, che ci è dato provare, ma troppo spesso la più trascurata, quasi negata, in nome di altre forme del pensiero e dell’intelligenza: razionali, pratiche, finalizzate al successo o alla competizione; più orientate al futuro, alla gestione del presente e della quotidianità. La poesia, le poetiche del ricordo, non a caso rivelano un’occasione di meditazione rasserenante e, non a caso, i poeti di professione o i tanti, tantissimi, poeti “della domenica” si rivolgono alle loro memorie famigliari per sentirsi meglio e per lasciarci qualche immagine delle loro storie, nelle quali – attraverso le emozioni comunicate – ci identifichiamo e ritroviamo.

La pedagogia delle memorie famigliari suggerisce di abbandonarsi al gioco dei ricordi, invita a dismettere risentimenti o cancellazioni per accogliere tutto quello che può essere accaduto nelle nostre faccende di famiglia. Inoltre vuole nondimeno indicarci quanto sia importante tenere un diario, conservare, collezionare persino, quanto andiamo vivendo, osservando e costruendo giorno dopo giorno. Perchè la memoria è  ciò che ci consente di sapere chi siamo in ogni momento. E’ il particolare e il tutto. Come la famiglia, dalla quale prende le mosse, ci chiede visite ripetute anche quando vorremmo dimenticare le nostre origini, nell’illusione ingenua, rispetto all’una e all’altra, che se ne possa fare a meno.

*Cattedra di Pedagogia Generale ed Educazione degli Adulti – Università degli Studi

di Milano – Bicocca

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