Ridere! Imperativo categorico della nostra epoca?

Mai come in questi ultimi decenni si è scatenata una pletora di spettacoli, libri, eventi, personaggi impegnati a farci ridere o a insegnarcene l’arte. Insomma, diciamocelo, siamo tutti un po’ sedotti dall’incanto del riso…

Mai come in questi ultimi decenni si è scatenata una pletora di spettacoli, libri, eventi, personaggi impegnati a farci ridere o a insegnarcene l’arte. Insomma, diciamocelo, siamo tutti un po’ sedotti dall’incanto del riso… In effetti, a ben guardare, il carattere poliedrico della risata, al crocevia tra fenomeno individuale e collettivo; la sua natura equivoca e ambivalente, a tratti divina a tratti diabolica; il suo sguardo al potere, ora compiacente, ora corrosivo sembrano proprio incarnare quello stato di indeterminazione permanente in cui tende a navigare il nostro spirito postmoderno.

Il riso appare sempre più il sintomo dello sguardo dubbioso con cui l’uomo si relaziona al mondo e a se stesso; una sorta di punto interrogativo che ci aiuta a tollerare la quotidiana precarietà e a coprire o mistificare il senso di perdita dei significati. In altre parole, se niente possiede più il rigore certo e immodificabile della serietà, se non possiamo prendere più nulla sul serio, allora non ci resta che ridere per sopravvivere al senso di vuoto.

Oggi, dunque, sembriamo voler ridere di tutto e di tutti. Fenomeno curioso, questo, e apparentemente contraddittorio: pare infatti che se da bambini possiamo arrivare a ridere fino a quattrocento volte al giorno, da adulti riusciamo a dedicare e a dedicarci una dose giornaliera di massimo quindici risate. Ridere, inoltre, è un’attività che ha subito una flessione dal 1950 a oggi: gli studi di uno psicologo tedesco attestano che si è passati da una media di diciotto minuti al giorno agli attuali sei minuti.

Eppure il riso dilaga dappertutto, a macchia d’olio, col rischio di ammantare ogni cosa di una patina uniforme, piegando a un divertimento obbligato ogni momento e situazione che la vita ci offre.

Ma è proprio sempre tempo di ridere?

L’attuale successo planetario della risata la fa ritenere da alcuni seriamente minacciata. Il rischio, che forse è già realtà, è che il suo essere prodotto miracoloso la trasformi in prodotto di rapido consumo, in un comportamento devitalizzato e deritualizzato, non più in grado di lasciare una traccia profonda e di innescare cambiamenti nella visione di sé e del mondo, come accadeva alle origini della sua storia. Noi tutti, adulti e a maggior ragione giovani, iniziamo a mostrare inquietanti segnali di dipendenza da riso e divertimento; ne andiamo continuamente alla ricerca, provando a fatica un senso di sazietà. Divertirsi sempre e comunque sembra essere divenuta l’ossessione principale. Il riso è diventato buono per ogni occasione: per aumentare l’audience, per favorire il politico di turno, per vendere prodotti, per suscitare commozione e garantire l’iniziativa benefica e caritatevole. Si è venuta così radicando quella che Gilles Lipovetsky ha denominato “società umoristica”, una società, cioè, in cui ci sentiamo obbligati a versare sempre in uno stato di ridanciana, disinvolta allegria. Tuttavia, già sono visibili gli effetti collaterali di una pericolosa assuefazione al culto di un riso banalizzato e contraffatto: ridere di qualunque cosa significa, infatti, non poter più esercitare il proprio spirito critico in maniera libera e intenzionale. Significa adeguarsi a tutto! La “società umoristica”, apparente panacea a ogni male esistenziale, può trasformarsi in un dispositivo micidiale che, in un’epoca che nega serietà a ogni cosa, rischia di dissolvere progressivamente la naturale attitudine al ridere e al piacere di farlo volontariamente.

Per restituire dignità e sapore autentico alla risata, occorre allora essere davvero seri e chiedersi: “Perché ridere?”.

Porci una serie di domande ci sembra io modo più opportuno per rispondere a questo interrogativo.

Comprendere il nostro rapporto con il ridere può risultare infatti molto utile per conoscersi meglio e scoprire il nostro approccio alla vita. Una sorta di “Rido ergo sum”. Per questo motivo, c’è da augurarsi che non sembri troppo facile occuparsi del riso, al di là dell’entusiasmo che istintivamente può destare.

Ridere è sano?

Nessuno mai si azzarderebbe a contestare i benefici effetti di una risata. Già, ma cosa rende salutare ridere? Negli ultimi decenni alcuni studiosi hanno cominciato a esplorare scientificamente il riso, storicamente ritenuto oggetto di indagine affascinante ma sfuggente ed elusivo, soprattutto non sufficientemente serio. Superata in parte questa bizzarra diffidenza verso lo studio di un fenomeno squisitamente umano e universale, la ricerca ha provato a dimostrare scientificamente se il riso faccia veramente buon sangue. Si tratta di risultati ancora parziali, ma che aprono orizzonti da esplorare con rigore e interesse, perché ci dicono che:

  • ridere è una ginnastica benefica per il corpo.

La risata, per svilupparsi, richiede una potente connessione tra cervello e corpo che coinvolge il sistema endocrino centrale e periferico e i sistemi muscolare, respiratorio e cardiovascolare. Tra uno scoppio di ilarità e l’altro, inspiriamo ed espiriamo più profondamente e aumentiamo nella saliva la produzione di un anticorpo altamente protettivo per le funzioni respiratorie, l’Immunoglobulina IgA. Una risata intensa e durevole innesca, inoltre, una rapida ascesa della pressione sanguigna fino a farci registrare 120 battiti cardiaci. Non appena la risata si esaurisce, questa sorta di stretching muscolare e respiratorio cessa e la pressione arteriosa precipita velocemente. Nel nostro corpo si propaga una sensazione di piacere, di rilassamento e al tempo stesso di contagiosa euforia, anche per effetto dell’azione calmante, analgesica e immunostimolante delle beta-endorfine rilasciate da un’area dell’emisfero cerebrale destro.

  • Ridere aiuta a combattere lo stress.

Misurazioni scientifiche evidenziano che in presenza di un alto tasso di stress diminuisce la presenza di Immunoglobulina IgA, l’anticorpo che, come abbiamo detto, raggiunge una maggiore concentrazione quando si scatena una risata. Elaborare e fare uso di stimoli comici potenzia, inoltre, le nostre risorse emotive e cognitive di fronte a eventi stressanti, anche grazie a quella che R. Provine definisce “natura sociale” del riso. Secondo questo neurofisiologo, infatti, la risata si è evoluta negli uomini non perché fa bene, ma perché incide sui rapporti interpersonali, come una colla che cementifica le relazioni.

  • Ridere permette di far fronte al dolore.

Le proprietà analgesiche della risata sono da attribuirsi sia allo stato di rilassamento muscolare che essa comporta, che alla ridotta sensibilità dei recettori cutanei conseguente ai processi di vasocostrizione indotti
dal riso. Ridere, quindi, innalza la soglia di sensibilità al dolore, oltre a distogliere la nostra attenzione da quest’ultimo. Inoltre, sottoporsi alla visione di materiale comico può facilitare una visione positiva di sé e della propria vita, così come produrre humour fa sentire più attivi, più padroni di se stessi, in grado di elaborare alternative nell’affrontare situazioni stressanti.

L’indagine scientifica sul riso appare ancora un puzzle incompleto, meritevole di trovare gli incastri mancanti. In modo particolare, risulta cruciale discriminare se sia la capacità di fare humour piuttosto che il recepire stimoli umoristici a essere connesso a un aumento delle difese immunitarie e alla riduzione della sensazione di dolore Oppure se ciò sia semplicemente riconducibile al meccanismo fisiologico della risata.

Ci sembra tuttavia di poter affermare con una certa sicurezza che in una società in cui spesso soffriamo di mancanza di protagonismo e desideriamo sentire un peso maggiore nella costruzione del nostro destino, un approccio umoristico alla realtà ci può orientare ad accrescere il senso di padronanza rispetto a ciò che ci accade e, al tempo stesso, aiutarci a tenere lontano e alleviare i malesseri fisici.

Ridere è comunicare?

Si ride sin dalle origini dell’umanità. I gustosi equivoci, i bizzarri incidenti che suscitavano l’ilarità degli uomini delle caverne – e anche di ingegni più sofisticati come quelli di Platone e Aristotele – sono gli stessi che ci fanno ridere oggi. La storia ci consegna nei secoli uguali tipologie di riso, ciascuna con funzioni diverse: ridiamo, infatti, per scherzare, per intrattenere, per toglierci dall’imbarazzo o per metterci qualcuno, per deridere ed escludere, per creare intesa e sentirci parte di un legame, per distrarci, per distenderci, per apparire simpatici e brillanti. Da sempre, quando ridiamo, comunichiamo e contribuiamo a creare una relazione, con noi stessi e con gli altri. La pratica della comicoterapia, che ha in Patch Adams il suo più famoso divulgatore, si basa in fondo su questa fondamentale intuizione: ridere è un modo per entrare in relazione e, al tempo stesso, valorizzare e avere cura della relazione.

Prendendo a prestito le parole di Provine, che ha studiato gli episodi ilari naturali, “la risata è il segnale sociale per eccellenza degli esseri umani e ha a che fare con i rapporti interpersonali”. Immaginiamo per esempio un gruppo di adolescenti. Spesso capita di sentirli ridere per situazioni che in noi adulti non suscitano il minimo sorriso. Questo fatto curioso per cui – ancor più quando siamo giovani – ridiamo con gli amici per frasi o eventi che a individui esterni al gruppo non suscitano divertimento dipende proprio dal carattere sociale della risata e al tempo stesso lo conferma. Nel 90% dei casi considerati dall’indagine di Provine, le persone ridono insieme ad altre non a seguito di battute di spirito o gag esilaranti, ma successivamente a frasi, anche apparentemente banali o di per sé non comiche, che in quel momento suscitano ilarità nel gruppo osservato e che al contempo possono non provocare nessun tipo di risata in osservatori esterni. Da ciò si intuisce come ridere sia un gesto sociale in grado di definire le regole di inclusione dei membri all’interno di un gruppo e la distribuzione della leadership. C’è di più: nel flusso comunicativo di una conversazione, le risate non si sviluppano in maniera caotica e irregolare, ma compaiono sempre alla conclusione di frasi, strutturandosi rispetto al linguaggio in un rapporto ordinato, come se fossero una sorta di punteggiatura. Questo effetto punteggiatura contribuisce a creare una varietà di tonalità emotive che predispongono a rendere più intensa la relazione, a sviluppare una condizione di maggiore apertura e disponibilità verso l’altro. Ciò a dispetto delle molte teorie che hanno sottolineato la carica aggressiva e distruttiva del riso, cioè il “ridere contro” piuttosto che il “ridere con”.

In effetti la risata può sì demolire l’interlocutore, ma più spesso è una proposta relazionale improntata alla gratuità: ridere, infatti, corrisponde a uno stato emotivo disimpegnato in cui nonsi segue una logica contabile dei sentimenti! Abbandonarsi al riso e suscitarlo è una dimensione di puro piacere e di gioco in genere contagioso; è un gesto disinteressato attraverso il quale possiamo regalare qualcosa di noi agli altri senza aspettarci necessariamente di essere contraccambiati.

Attraverso la pratica del ridere, del fare o del gustare l’umorismo e la comicità, possiamo quindi arricchire il nostro bagaglio comunicativo e farne una buona manutenzione. Infatti, l’uso di una metodologia umoristica:

  • è un ottimo strumento che ci aiuta a lubrificare e, talvolta, a modificare positivamente la tonalità emotiva del clima in un gruppo (ad es. il gruppo-classe), a renderlo più aperto, accogliente e caldo;
  • è un buon allenamento alla gestione creativa dei conflitti.

Lo spiazzamento provocato dalla rielaborazione comica o umoristica di un conflitto, la costruzione di punti di vista altri da cui guardare una situazione richiedono non solo abilità di problem solving, ma anche competenza sul piano dell’autoconsapevolezza emozionale. Risolvere umoristicamente un conflitto significa innanzi tutto disporsi emotivamente in modo da dare ascolto ed entrare in contatto con l’emozione spesso disturbante che la visione proposta dall’altra persona ci suscita. Significa poi provare ad accogliere ciò che di incongruo rispetto al nostro abituale schema di riferimento ci infastidisce e affiancarlo alla nostra prospettiva, tollerando quel senso di disagio e di imbarazzo che questo accostamento imprevisto può generare. Questo processo di simultaneo coinvolgimento e distacco rispetto alla situazione problematica ci predispone a forme di pensiero paradossali che ci aiutano a generare creativamente una terza via, dove non esiste un vincitore e un perdente, ma una nuova soluzione in grado di tenere conto dei due punti di vista iniziali e di trasformare la rabbia o il disagio in divertimento.

Ridere è intelligente?

La pretesa di misurare tutto per definire scientificamente la realtà che ci circonda o addirittura le nostre capacità cerebrali è un’ansia della società moderna a cui talvolta si può accondiscendere, ma solo in un modo simpatico o con un atteggiamento fondato sulla relatività. Dal quoziente di intelligenza classico che sta vivendo un periodo di crisi, negli anni si sono sviluppati via via diversi test che hanno avuto più o meno successo. In questo momento sono di moda quelli sull’intelligenza emotiva, ma dopo le ricerche di Howar Gardner che ha lanciato la teoria delle intelligenze multiple e che ha quindi consentito a tutti di riconoscersi intelligente almeno per una competenza, appare stimolante promuovere l’idea di valorizzare l’intelligenza umoristica. La proposta, in realtà, è molto seria. È sufficiente mettere in fila tutte le abilità fondamentali per diventare un buon umorista per rimanere sorpresi sul tipo di intelligenze necessarie: ascolto, osservazione, comunicazione, contestualizzazione, psicologia, memoria, intuito, empatia, creatività, rispetto, espressività ecc. Interpellati attraverso un questionario, un campione di 480 adolescenti comaschi ricapitola nella seguente ricetta gli ingredienti indispensabili per saper far ridere gli altri:

  • autoironia, intesa come capacità di prendere in giro i propri limiti e difetti;
  • intelligenza relazionale, cioè “sim-patia”, ovvero disponibilità, generosità, amore per gli altri e per la vita e capacità di trovare piacere e godimento; sensibilità nel calibrare la battuta, nello scegliere i contesti appropriati; sagacia, intesa come acutezza dello spirito;
  • benessere emotivo: un carattere allegro, felice, socievole, solare, brillante, estroverso, fiducioso nelle proprie potenzialità permette di mettersi più facilmente in gioco e, quindi, di suscitare ilarità negli altri;
  • pratica del paradosso: chi sa far ridere sembra più in grado di altri di saper camminare in equilibrio sul filo sottile che separa – o unisce – serietà e senso del ridicolo, intelligenza e stupidaggine, sfrontatezza e profondità d’animo, spontaneità e acume, banalità e spiazzamento.

Ridere e saper far ridere sono sicuramente indicatori di intelligenza perché implicano la capacità di cogliere i lati nascosti dei fenomeni; di intuire; di connettere informazioni, emozioni; di partecipare a una rilettura della realtà ed essere in grado di contestualizzarla rispetto al luogo, ai tempi e alle caratteristiche degli interlocutori presenti. La complessità del ridere e saper far ridere, evidenziata dai ragazzi stessi, non deve spaventare gli adulti. Può anzi avere l’effetto di stimolarli a valorizzare
l’improvvisazione creativa della quotidianità, quella capacità di scovare occasioni umoristiche nelle normali relazioni di ogni giorno dove tutti possono contribuire da protagonisti e collaboratori, e non solo da spettatori passivi. La personalizzazione del ridere è un’arte che può essere allenata, perché l’umorismo non è necessariamente una dote innata. Una buona partenza può essere la pratica dell’autoironia, quella capacità di prendere distanza da sé e mantenere al tempo stesso il fiuto necessario nello scegliere il contesto opportuno per suscitare il riso. Un adulto sufficientemente autoironico può forse così evitare, o limitare, la tendenza a irrigidirsi in un ruolo educativo e in un gioco relazionale immutabile e prevedibile, poco improntato all’autenticità.

E prendersi il rischio di scrollarsi di dosso di tanto in tanto la maschera abituale, riconoscendo pubblicamente con umorismo i propri errori, può essere solo un vantaggio!

Ridere ha sempre un senso?

Il senso comune ci invita a pensare che solo una risata spontanea è una risata vera e che ridere è la naturale conseguenza di uno stimolo comico o umoristico. Il metodo dello Yoga della Risata, ideato dal medico indiano Madan Kataria, rovescia questo rapporto: la risata diventa la causa e l’umorismo il suo effetto. Tanto che si parla di “risata senza motivo”. Tutto ciò avviene attraverso una pratica di gruppo in cui l’applicazione di sessioni di esercizi di respirazione e movimenti propri dello yoga generano risate. Ridere, quindi, diventa un fenomeno indotto, ma non per questo perde le sue proprietà benefiche. Uno dei pilastri fondanti della risata senza motivo si richiama, infatti, in modo diretto a un principio base della Programmazione Neuro Linguistica (PNL). Alcune ricerche mediche hanno dimostrato che anche quando si fa finta di ridere o di essere felici, l’organismo produce comunque degli elementi chimici (endorfine) che ci fanno stare meglio. Ciò significa che ridere spontaneamente a una barzelletta o ridere come esercizio di volontà produce gli stessi effetti, perché il nostro corpo non distingue il pensare di fare qualcosa dal farlo veramente. Senza dubbio tutto questo deve nascere da una scelta personale, volontaria ed essere sostenuto da una buona determinazione. Sebbene possa di primo acchito apparire una proposta ridicola, la risata senza ragione non è una risata senza cervello. Né si vuole sostituire alle risate prodotte dallo humour. La scelta di non impiegare obbligatoriamente l’umorismo per ridere nasce proprio dal fatto di non inibire quelle persone, e sono molte, che pensano di non avere senso dell’umorismo. Possiamo perciò immaginarla come una pratica che si integra a quella più tradizionale basata sullo humour e che è potenziata dalla sperimentazione del riso in gruppo. Come sottolinea lo studioso S. Wilson, la scelta di lavorare in gruppo ha una valenza sociale importante, favorisce la motivazione e genera aggregazione nelle comunità. Inoltre promuove l’incontro attraverso l’impiego di un linguaggio non verbale facilmente comprensibile da persone di diverse nazionalità e culture, che pone la risata come modalità di comunicazione comune a livello mondiale.

I Laughter Clubs sono aperti a tutti e la formazione dei conduttori leader non comporta particolari difficoltà proprio perché le tecniche di apprendimento sono facilmente assimilabili e trasmissibili. Non è necessario lo studio e solo in un secondo tempo si potranno approfondire le conoscenze scientifiche, i benefici in termini di salute e benessere sociale. Questo metodo non richiede competenze scolastiche né tanto meno test di ammissione e esami di verifica. Anche per tali ragioni ci sembra una proposta interessante da rivolgere ai gruppi giovanili, dove i livelli motivazionali si moltiplicano, le cose succedono e basta grazie a una stimolazione reciproca e al piacere di stare insieme. Riteniamo che lo Yoga della Risata possa trovare consenso tra i giovani (sicuramente tra i bambini, leader naturali e contagiosi della risata), perché permette di poter lavorare con loro sull’umore, sul gruppo, sull’ottimismo, sull’autostima e al tempo stesso di mettere in gioco il corpo, spesso dimenticato, specie da contesti educativi come quello scolastico.

Educare al ridere

In una società in cui gli adulti sembrano dominati dalla paura, contaminati dall’ansia e ossessionati dalla sicurezza, ci è venuto spontaneo accostare l’argomento del ridere alle nuove generazioni. È arrivato il momento di introdurre nelle istituzioni educative una metodologia umoristica, che porti un po’ di scompiglio in tutti i luoghi con obiettivi formativi e renda definitivo lo sdoganamento del ridere, promuovendolo dalla categoria del frivolo all’olimpo della serietà. Ci piace pensare che proprio gli adolescenti e i giovani possano essere di stimolo agli adulti nel rinnovare il modo di intendere e usare il riso e che questa rigenerazione diventi un circolo virtuoso. Riteniamo che, aprendo le porte al ridere, i contesti educativi possano diventarlo maggiormente, proprio perché generano incontro, socializzazione, benessere.

Educare alla risata non significa addomesticarla né addormentare lo spirito critico dei ragazzi, obiettivo, questo, di una massa di imbonitori impegnati a far ridere i giovani a tutti i costi. Vogliamo uscire da una logica consumistica del riso e proporre un divertimento che non si consuma. Pensiamo che educare al ridere significhi soprattutto generare occasioni di festa:

  • in cui promuovere la capacità di dar voce al lato comico della vita;
  • in cui dare spazio al talento umoristico di ognuno;
  • in cui favorire la socializzazione, l’incontro come luogo di partecipazione attiva che permette di mettersi in gioco e di esprimersi in ruoli e dimensioni multiformi, non solo come spettatori passivi di occasioni divertenti.

Ridere è un percorso di convivialità attraverso il quale far crescere maggiore consapevolezza e conoscenza tra giovani e tra adulti e giovani. Considerato che la risata contribuisce al benessere delle persone, non presenta effetti collaterali negativi ed è un prodotto autogenerativo a bassissimo costo, perché non promuovere un’azione di contagio capillare?

In un’epoca in cui a qualcuno può sembrare che ci sia poco da ridere, la decisione più seria da prendere è: investire sui giovani e sul ridere.

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