Scelti per voi

Dario Arkel, Anna T. Rella

L’impossibilità della Storia

Tributo a Janusz Korczak

Caroggio Editore, Arenzano (GE), 2002, Pagg. 97, Euro 12,00

Janusz Korczak (pseudonimo di Henryk Goldschmied), ebreo-polacco, uno dei più grandi pedagogisti del ‘900 (1878-1942), dalle nostre parti è rimasto piuttosto sconosciuto al grande pubblico, soprattutto se lo si confronta con la sua contemporanea Maria Montessori (1870-1952) o, nel migliore dei casi, è stato un po’ dimenticato, seguendo in questa sorte il destino di Carneade nella memoria del Don Abbondio manzoniano.

Si assiste oggi ad una rinnovata attenzione alla vicenda
umana del Nostro: fu medico,  mobilitato per la guerra russo-giapponese nel 1905 e nel 1919 come ufficiale medico di Polonia all’epoca di Pilsudsky; fu ideatore e dal 1912 direttore della Casa dell’Orfano di Varsavia, gestita secondo i più avanzati modelli pedagogici e principi sociali. Scomparve nel 1942 nella deportazione nazista di tutto il personale dell’orfanotrofio verso Treblinka. I suoi principi pedagogici (il diritto del bambino al rispetto in tutte le sue articolazioni, la libertà e la necessità dell’esperire, l’uguaglianza nella diversità, il pacifismo, nonostante o forse proprio per le vicende personali, fino alle modalità organizzative della vita in orfanotrofio), assumono una particolare importanza oggi che, come dice Arkel, si tratta di salvaguardare gli incolpevoli come i bambini e di dare loro un futuro in mezzo ad una umanità che ripropone solo odio e guerre.

Ben venga dunque l’opera di questi due autori, che ha ricevuto il Premio internazionale “Domenico Rea” nella sezione saggistica: in essa si ripercorre l’originale e innovativo pensiero di Korczak attraverso la sua vita e i suoi scritti più importanti (D. Arkel),  e si mette in evidenza la sua con-temporaneità e la sua universalità, attraverso un percorso di riflessione che ha a che fare con “personaggi usciti dalla storia per entrare nella leggenda e che quindi appartengono ad un tempo infinito e ad un luogo indefinito” (A. T. Rella).

Marco Taddei

Ivan Cavicchi

LA CLINICA E LA RELAZIONE

Bollati Boringhieri, Torino 2004, Pagg.325, Euro 22,00

Da ormai parecchi anni si discute e lavora intorno alla comunicazione tra medico e paziente. Partiti da una sorta di insoddisfazione per come andavano le cose in medicina, questi lavori si sono caratterizzati per delle aggiunte “tecniche” al sapere medico. Tecniche tratte il più delle volte dalla psicologia, o meglio, da una sorta di psicologismo diffuso, che ha portato anche a contrapposizioni, quando si è pensato che uno dei compiti della psicologia fosse “l’umanizzazione della medicina”. In un convegno recente, mi è capitato di assistere ad un intervento di Dario Romano che ha cercato di uscire da questo malinteso sottolineando la separazione degli ambiti e il rispetto dei confini, invitando gli psicologi a dedicarsi a cose più consone. Credo infatti che “l’umanizzazione” di una qualunque branca del sapere non possa essere appaltata ad altri saperi, ma comporti un ripensamento interno, in assenza del quale alle tecniche in uso si aggiungono nuove pseudotecniche con risultati devastanti in termini di comprensibilità, riflessione e responsabilità dei vari soggetti in campo. Sembravano sino a poco tempo fa riflessioni isolate, rispetto al refrain dominante caratterizzato da rigide separazioni degli ambiti e da appalti presi o affidati a rami diversi del sapere.

Il testo di Cavicchi ha il grosso pregio di sottrarsi a queste derive, ponendo su piani differenti la clinica e la relazione, costituendo uno spazio di riflessione diverso che è nel contempo un invito all’assunzione di responsabilità.

“Ho pensato così di distinguere clinica come realtà scientifica, da relazione come un’altra realtà, per superare l’implicito, obbligando così la clinica a fare i conti con la relazione … Ciò significa innanzitutto per la clinica rendersi conto che non è relazione estendere se stessa sul mondo del malato, quasi colonizzandolo, con le proprie logiche considerate come le uniche valide”. Sin qui sembra non discostarsi molto dall’approccio corrente. Ma il passo successivo comincia a chiarire la differenza “Non esiste tanto la relazione medico-malato, ma esistono il medico, il malato e la relazione … . La vera sfida è accettare una sua (della relazione) idea eccentrica, cioè senza centro” … “Ridurre la relazione a tecniche è un po’ uccidere la relazione in tutta la sua ricchezza”.

Più oltre viene precisato un passagio importante, che regge un po’ la filosofia del testo “… la relazione tra la clinica e il malato non è solo comunicazione, cioè scambio di informazioni, ma è soprattutto realtà linguistica … Il linguaggio diversamente dalla comunicazione rappresenta chi parla, mentre la comunicazione si occupa solo di organizzare messaggi. La relazione tra un medico e un malato non è riducibile a uno scambio di informazioni, ma è il luogo dove i soggetti si conoscono come tali attraverso il linguaggio”.

Crediamo che questa ultima citazione renda esplicito quello che consideriamo il maggior merito del testo. Uscire dalle secche di disquisizioni sulla comunicazione per porre in primo piano il ruolo del linguaggio, e far ruotare attorno al linguaggio una riflessione sulle difficoltà della medicina e del suo ruolo. Difficoltà testimoniata anche dagli attacchi che la medicina riceve dalle cosiddette terapie alternative che si affermano sempre di più, coprendo proprio il “resto” che la medicina esclude dal suo discorso.

Ambrogio Cozzi

Manuela Ceretta (a cura di)

BONAPARTISMO, CESARISMO E CRISI DELLA SOCIETÀ

Leo S. Olschki Editore, 2003 Pagg. 230, Euro 25,00

Basato su un seminario di studi dedicato a “150 anni dal colpo di stato di Luigi Napoleone”, il libro è suddiviso in due parti: una sull’ottocento e la seconda sul novecento. La prima parte, come sottolinea la curatrice dell’opera nell’introduzione, è dedicata alle diverse riflessioni sviluppatesi intorno all’idea di bonapartismo e al colpo di stato di stato di Luigi Napoleone. Vengono qui prese in considerazione le analisi, le reazioni di Marx, Engels, Hugo, Proudhon, Tocqueville, Comte e del pensiero politico italiano spiegandone le alterne fortune e l’influenza che esse hanno avuto nei successivi studi sul concetto di Bonapartismo, come anche il contributo che hanno portato alla nascita di nuove categorie di comprensione del fenomeno. La seconda parte invece,  ha un taglio più politico-teorico che mira a cercare di comprendere i legami tra cesarismo e totalitarismo, come nel saggio di Pier Paolo Portinaro, o ancora ad una rilettura del termine di totalitarismo, come nel saggio di Domenico Losurdo. La divisione in due sezioni del testo è d’aiuto per il lettore in quanto con la prima parte lo si rende partecipe delle reazioni e delle riflessioni contemporanee agli avvenimenti mentre nella seconda parte si cerca di comprendere quanto le categorie nate dalle riflessioni precedenti possano essere utilizzate e messe a frutto guardando ai più grandi accadimenti politici del novecento. Molto interessante in quest’ottica si rivela il saggio di Domenico Losurdo volto ad un ripensamento della categoria di totalitarismo che esca da un’astrazione teorica per prestare maggiore attenzione alle contingenze storiche, permettendo così l’apertura di nuovi sviluppi di ricerca che portino ad una più completa comprensione del fenomeno, che altrimenti rischia di rimanere imbrigliato in categorie tanto assolute quanto astratte. A mio parere però Losurdo, analizzando i caratteri distintivi del totalitarismo uno ad uno, quando afferma che, uno o più di questi caratteri, sono rintracciabili in altre società che noi usiamo definire democratiche e che quindi non sono i soli qualificanti per la definizione del totalitarismo, commette un errore poiché è la compresenza di tutti questi caratteri a dare la definizione di totalitarismo. Ciò non toglie che la l’analisi di questi caratteri separatamente possa portare ad una più completa comprensione delle radici storiche di ciascuno di essi. Anche l’ultimo intervento presente nel libro, il cui autore è Carlo Merletti, presenta degli spunti interessanti sull’utilizzo del concetto di cesarismo (nelle sue diverse accezioni), che arriva a toccare anche la politica contemporanea. In generale il testo si presenta come un utile strumento di comprensione e approfondimento riguardo al problema del cesarismo e del bonapartismo, mostrando anche come alcuni caratteri peculiari dei grandi regimi totalitari (demagogia, culto della persona, plebiscitarismo) abbiano i loro prodromi nel cesarismo e nel colpo di stato di Luigi Napoleone. Nel saggio di Regina Pozzi sulle riflessioni di Tocqueville a queste tematiche se ne aggiunge una particolarmente attuale riguardante le radici intrinsecamente degenerative delle democrazia, che porterebbero in sé il continuo rischio di un dispotismo democratico. Infatti l’autore normanno, stravolgendo la classica dicotomia ottocentesca tra democrazia e anarchia, “mostra la connaturata tendenza delle società democratiche di delegare nelle mani di qualcuno l’esercizio effettivo della sovranità, di qualcuno cui tale legittimazione popolare dà un potere irresistibile, sconosciuto alle monarchie di antico regime”. L’importanza di Tocqueville sta quindi nell’aver ricondotto per alcuni versi il cesarismo non a fattori esterni ma a fattori interni, anzi, oserei dire, peculiari della democrazia: la libertà e l’eguaglianza. Infatti, essendo l’eguaglianza la più profonda passione degli uomini, ad essa sono disposti a sacrificare la libertà in nome di una uniformizzazione che sembra anticipare quasi la massificazione dei totalitarismi novecenteschi, in cui l’individualità e con essa la libertà di scelta del singolo si perdono nella massa uniforme.

Filippo Cozzi

Giuseppe Pozzi, Anna Barracco

Gruppo di solisti in un ensemble.

Lo psicologo clinico e le organizzazioni sanitarie

Franco Angeli , Milano 2003. pagg.188, E. 13,50

Poniamo due domande strettamente connesse tra di loro. Due domande che, ho ragione di credere, qualsiasi operatore che si sia trovato a lavorare in un ambito istituzionale (pubblico, in primo luogo) non ha mancato di porre a sé stesso e agli altri. Esse sono strettamente congiunte l’una all’altra, dipendono l’una dall’altra. Enunciamole, dunque. La prima: qual’è il destino della domanda di cura nell’istituzione? La seconda: qual’è il destino del desiderio dell’operatore nell’istituzione?

Il libro di Pozzi e Barracco offre, da questo punto di vista, non una soluzione, dato che probabilmente di soluzioni in tal senso non ne esistono, ma la rilettura e la riproposizione di un lavoro di ricerca e di intervento condotto, come si suol dire, sul campo.

Tenendo all’orizzonte l’insieme complessivo della elaborazione psiconalitica, da Freud a Bion, da Fornari a Lacan, gli autori indagano i meccanismi di funzionamento istituzionali, interrogando le logiche che vi sottendono.

Il ruolo dello psicologo clinico, o verrebbe da specificare dello psicologo formato in senso psicoanalitico, assume qui un ruolo centrale, tutt’altro che inerte o passivo.

E’ la figura che permette a Pozzi e a Barracco di dispiegare la sua competenza in relazione a una duplicità di riferimenti istituzionali, quali quelli rappresentati dalle due ricerche-intervento presentate.

L’originalità del lavoro di Pozzi e Barracco sta, a mio avviso, nel misurarsi su questa duplicità di piani, che permettono ai due autori di pensare l’attualità e l’efficacia della presenza dello psicologo clinico sia in rapporto a un piano d’intervento legato al dramma dell’Aids, e dunque a una pratica non necessariamente o strettamente terapeutica, sia in relazione all’organizzazione e alla cultura dell’istituzione sanitaria.

I due autori interpretano gli elementi di “impasse” e di disfunzionamento istituzionale, nel mentre non mancano, per altro, di suggerire proposte operative e riflessioni concettuali che gettano un suggestivo ponte di contatto e di feconda  intersezione  tra disagio individuale e risposte istituzionale.

Può darsi infatti, al fondo, che l’uno non sia poi che il rovescio camuffato di quello che, fatte le debite differenze, ricompare puntualmente dal lato di quest’ultime, nel cuore stesso delle organizzazioni sanitarie e dei loro operatori, quelli cioè che, per l’appunto, dovrebbero aver cura del malessere in quanto tale. Così è, d’altronde.

Angelo Villa

Liliane Wouters

La salle des profs

Edizioni Labor 2003. Bruxelles

Opera teatrale scritta su commissione per l’Istituzione culturale di Mons, la presentazione di “La Salle des profs” è tanto più di attualità in un momento in cui, in Belgio come in altri paesi d’Europa, l’insegnamento ha una grave crisi di identità e sta definitivamente cambiando, spinto dalla necessità o dalla frenesia di nuove riforme.

In una sorta di inferno sartriano (la stanza dei professori) si aggirano sei personaggi, il preside e cinque insegnanti di un liceo di Bruxelles. Da Robert Vandam, un professore all’antica e assolutamente poco socievole, a Daniel, giovane insegnante proveniente dalla prestigiosa Ecole Normale, le cui buone intenzioni verranno presto sopraffatte dall’odiosa routine scolastica, dal bonario preside Adam, sempre alla ricerca di una soluzione per accontentare tutti, alla bella e frustrata Mimi, l’autrice sembra subito caratterizzare i personaggi con il registro del grottesco. Mostrandoli appena al di fuori del loro ambiente abituale (la classe), Liliane Wouters ne evidenzia subito i lati più umani e i difetti più evidenti: è paradossale che nessuno dei personaggi sia portatore di un messaggio, di un valore positivo. Anche Daniel, che fin dall’inizio sembra l’unico ad avere un’idea diversa e più moderna dell’insegnamento, alla fine della pièce mostra i limiti delle sue astratte teorie e diviene il professore più autoritario.

L’opera è una cronaca dei momenti salienti di un anno scolastico: oltre all’unità di luogo è presente quindi anche un’unità temporale che serve a dare il ritmo ai dialoghi e alle vicende. Apparentemente tutto inizia quando il giovane Daniel entra nella scuola per sostituire un anziano insegnante appena deceduto; in realtà è questo il momento in cui l’altro lato del grottesco, il tragico, inizia a prendere il sopravvento. In perfetto stile pirandelliano, infatti, ogni battuta, ogni gag dei personaggi rivela un lato altamente triste e pericoloso: lo svilimento del lavoro degli insegnanti e l’incapacità della società a riconoscerlo degnamente.

Le ultime parole di Daniel rendono perfettamente la chiusura del cerchio ideale e narrativo: assunto per sostituire un morto, il giovane insegnante dichiarerà: – Sono morto di fatica – al termine del suo primo, deprimente, anno scolastico. L’agghiacciante ironia dell’autrice rende efficace la metafora sul declino dell’insegnamento e sulla sua difficile rinnovazione.

Ogni scena si sviluppa attraverso un conflitto: il preside contro un insegnante, il vecchio professore contro il nuovo, la destinazione della gita, le richieste sindacali. Nessun conflitto trova però risposte o vincitori e al termine di ogni discussione si ha l’impressione di ricominciare sempre dal principio e che nulla sia cambiato.

“La salle des profs” non è però solamente un’opera satirica, denigrante e spietata sulla condizione attuale degli insegnanti e dell’insegnamento in Belgio (ma il suo contenuto può facilmente estendersi a tutti i paesi occidentali): attraverso le parole dei personaggi, spesso sussurrate come un monologo, spesso appena accennate, si può capire quale sia, secondo l’autrice, il fulcro del mestiere di insegnante: il rapporto con i ragazzi. Liliane Wouters è stata insegnante di liceo per più di trent’anni e grazie alla sua esperienza riesce a dare un’immagine efficace dei professori.

Molto divertente ed estremamente leggibile, “La salle des profs” è un libro utile per capire i problemi e le difficoltà attuali dell’insegnamento.

Daniele Comberiati

Giorgio Vittadini (a cura di)

liberi di scegliere?

Nella sua introduzione a “Libertà di scegliere” Giorgio Vittadini evidenzia che sin dall’alto Medioevo è esistita una sorta di Welfare Society espressione di movimenti laicali, ordini religiosi, movimenti cattolici che hanno alimentato o costruito complessi sistemi imprenditoriali-cooperativi, in grado di investire i propri profitti in opere, servizi ed attività di pubblica utilità.

Accanto e talvolta in contrapposizione alla Welfare Society è sorto il cosiddetto Welfare State, alla cui origine è posto il diritto-dovere degli stati moderni, ovviamente democratici, di regolamentare ogni aspetto della vita sociale ed economica.

È indubbio che in molti paesi europei, tra cui l’Italia, il Welfare State s’è caratterizzato per la coincidenza tra il pubblico e la gestione statuale fino al punto di
ridimensionare le formazioni sociali fondative della Welfare Society.

Di ciò può costituire un valido esempio la legislazione ordinaria italiana che, soprattutto nel ventennio compreso tra il 1960 e il 1980, ha reso del tutto marginale l’attività privato/sociale nel campo dell’assistenza, della sanità, dell’istruzione. A tale proposito lo stesso G. Vittadini riconosce che all’origine di un Welfare State fondato sulla riduzione della restante Welfare Society sta “la ragione positiva dell’evoluzione nella coscienza sociale dello Stato nei confronti dei cittadini”.

È pur vero che nel ventennio successivo agli Anni Ottanta dello scorso secolo in tutta Europa si è assistito alla crisi strutturale del Welfare State per tre ragioni fondamentali: l’insostenibile debito pubblico; la crisi dello stato nazionale schiacciato tra rivendicazioni localistiche e super poteri economico-finanziari; la Recessione Economica Mondiale.

In Italia, le prime due ragioni di crisi sono state aggravate dalla tardiva attuazione della Carta Costituzionale.

Lo stesso processo di riforma del Titolo Quinto della Costituzione sembra essere contrastato da una confusa e contraddittoria produzione legislativa, che sta proiettando la riforma del Welfare State quasi esclusivamente nella sfera economico-finanziaria del taglio della spesa pubblica.

Ovviamente, gli Enti Locali e le Regioni sono le principali vittime di tali tagli che  sono stati affidati, sin dagli anni ’80 e ’90, alla legislazione ordinaria in materia di Bilancio dello Stato. Solo pochi di essi sono stati capaci di riconoscere e valorizzare l’esistenza di una vasta rete associativa ed imprenditorial-sociale capace di fronteggiare e soddisfare, in collaborazione con la Pubblica Amministrazione,  il crescente bisogno sociale. Per ricostruire un nuovo Welfare, come afferma G. Vittadini, occorre ipotizzare per il futuro la nascita del “Welfare Mix”.

Fulcro del Welfare Mix saranno “le autonomie funzionali”  definite come “Enti autonomi capaci di autodeterminare il proprio indirizzo politico-amministrativo e di circoscrivere con chiarezza il proprio ambito di interesse territoriale e settoriale”.

Il Welfare Mix poggia su un substrato storico-culturale su cui può accentrarsi la ricerca evolutiva storico-geografica, alla quale conviene che il decisore politico ponga doverosa attenzione al fine di trarne elementi di valutazione in merito alla solidità della tradizione solidaristica di quei soggetti che costituiscono il fiume “carsico” composto da volontari associati e non, associazioni non profit, ed imprese sociali, che vediamo quotidianamente riaffiorare per fronteggiare vecchie e nuove povertà, sempre meno protette dal vecchio Welfare.

Carlo Ventrella

Emma Tellatin

S-VINCOLARE

Un approccio dinamico per sciogliere nodi e stringere vincoli in adolescenza

Edizioni Borla, Roma 2003, pp. 173, E 16,00

Il libro narra l’esperienza di una collaborazione tra ASL, scuola, Comune, famiglie, Università finalizzata alla prevenzione del disagio giovanile, un progetto partecipato tra servizi per e con i cittadini e le famiglie. E’ nel contempo un interrogarsi continuo sul significato dell’adolescenza ma soprattutto sul legame tra adulto e adolescente. Ed è proprio questa la forza di questo intervento preventivo: alternare momenti conoscitivi, informativi a momenti di gruppo operativo che hanno il pregio di permettere a ciascun componente del gruppo di entrare in contatto con il proprio mondo interno e di riscoprire l’adolescente che vive in ciascun adulto.

L’esperienza di gruppo rimanda comunque a quelli che sono i compiti fondanti di ogni famiglia, perché per definirsi “famiglia” è necessario possedere la capacità di accogliere, gestire, trasformare il dolore esistenziale così come nel gruppo è importante accogliere, integrare le difficoltà senza ricorrere ad evitamenti o addirittura espulsioni. Proprio nel gruppo si può direttamente sperimentare la possibilità/capacità di vincolarsi ad un altro dal quale ci si svincola per ritrovarlo dentro ad un legame nuovo, talvolta sorprendente, spesso arricchente.

Il testo scorre – usando la visione di tre film – tra una dissertazione teorica, sempre profonda e con buona chiarezza espositiva, e una rielaborazione di gruppo molto ben raccolta e rivisitata.

I compiti evolutivi della famiglia sono mediati dal film “Come te nessuno mai”, il mondo visto dagli adolescenti ha come film d’appoggio “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, la sessualità dell’adolescente ed il rimodellamento della relazione adulto/adolescente viene interrogata dal film “American Beauty”.

E’ interessante “saltare” come nel libro da un piano di riflessione teorica ad un ripensare l’esperienza, perché ciò rimanda a due considerazioni sulla genitorialità: la prima è che la genitorialità si esplica attraverso il tanto difficile compito di promuovere quotidianamente il pensare, la seconda è che il vincolo che si instaura tra adulto e adolescente connette indissolubilmente chi insegna e chi impara, e colui che impartisce l’educazione contemporaneamente apprende da colui al quale sta insegnando.

La Tellatin cita P. Coelho e mi sembra una coerente e appropriata cornice al testo: “ognuno ha la propria maniera per apprendere. La sua maniera non è la mia, e la mia non è la sua. Ma tutti e due siamo in cerca della nostra leggenda personale, e per questo io lo rispetto”.

Maria Rosaria Monaco