Scelti per voi

Marco Revelli

OLTRE IL NOVECENTO

La politica, le ideologie e le insidie del lavoro

Einaudi, Torino, 2001, pp. 286,  lit. 28.000

Il testo di Marco Revelli è un testo importante, che cerca di delineare alcune caratteristiche del secolo che si è chiuso, evitando di cadere nelle trappole che riducono tutto ad una storia di massacri e infamie. La sua storia dell’emancipazione del movimento operaio mostra le implicazioni di certe analisi per tutti i protagonisti del novecento.

Utilizzando la categoria di eterogenesi dei fini, Revelli riesce a render conto della deriva del socialismo così come dei campi di concentramento nazisti e della bomba atomica che, chiudendo la seconda guerra mondiale,  chiude la trilogia di un terrore che ha inaugurato la seconda metà del secolo.  Figura centrale del secolo, e protagonista e vittima di questa eterogenesi dei fini è per Revelli la figura dell’homo faber la cui figura emblematica è assunta dal militante come homo faber politicizzato, ed individuando questa come protagonista del novecento. Già Augusto Illuminati in una recensione apparsa sul Manifesto criticava questa assolutizzazione, dubitando che il militante fosse una figura peculiare del novecento, ma un’altra critica sempre nello stesso articolo ci sembrava importante, e cioè la riduzione ulteriore che Revelli fa, quando fa coincidere il militante con il funzionario della III Internazionale, evitando di fare i conti con due aspetti. Il primo è quello di un filone chiamiamolo perdente presente anche all’interno del movimento operaio il secondo è la sottovalutazione di elementi di solidarietà presenti all’interno del movimento operaio, e che non si riducevano alla militanza; portavano alla costituzione di socieà di mutuo soccorso e
alla costruzione di una socialità che cercava di tener conto di relazioni umane, che trascendevano l’immediato, ma nell’oggi erano calate prefigurando forme possibili di una socialità differente. Questi temi Revelli li aveva già analizzati in opere precedenti, e forse è questo il motivo per cui non vengono ripresi in questo ultimo lavoro. Ma il non riprenderli porta al rischio di fare di tutte le erbe un fascio se il libro non viene letto attentamente. Riprendendo la categoria di eterogenesi dei fini, Revelli mostra come le intenzioni iniziali, le volontà, non garantiscano rispetto all’esito dell’azione, comportando la necessità continua di fare i conti con la storia che sfugge al controllo, alla predeterminazione, facendo salire in primo piano elementi spuri, che rovesciano gli esiti, strappando dalle mani dei protagonisti gli scopi, capovolgendo i fini, come la tragica storia di questo secolo ci ha insegnato.

La seconda parte del libro cerca di fare i conti con i mutamenti produttivi dell’ultima parte del secolo, e riprende alcune analisi già svolte da Sennet e recensite anche in questa rubrica. Riproponendo la categoria di eterogenesi dei fini, che viene calata all’interno degli stessi processi produttivi in un reticolo che li annoda all’antagonismo, sembra che sparisca il conflitto, che invece in Sennet era ben presente, anche se non trovando soluzioni o possibilità di essere agito collettivamente, si riverberava in caratteristiche psicosociali del quotidiano, quasi a delineare i tratti di un modo di vivere all’interno del mondo flessibile.

Nel terzo capitolo la soluzione, la possibile via d’uscita viene individuata nella figura del volontario come portatore di nuove forme di solidarietà e socialità. E qui ci permettiamo però di rinviare al numero monografico di Pedagogika dedicato all’argomento, riprendendo solo alcuni elementi ad ulteriore aggiunta di quel che in quella sede avevamo scritto, e che pur facendoci valorizzare il volontariato, ci invitavano a riflettere su questo argomento, forse per non accorgerci in ritardo di un’altra eterogenesi dei fini.

Se volontà e gratuità delineano due tratti essenziali nel definire la posizione soggettiva della persona che si rende disponibile al volontariato, ciò non esaurisce il campo della riflessione all’interno del quale, storicamente, il volontariato è stato ed è pensato.

L’accentuazione, forse più psicologica, che occupa e domina l’ambito della volontà e della gratuità, lascia qui il terreno a una dimensione dai confini più estesi.

Gli studi e le ricerche sul volontariato, infatti, si sono tradizionalmente dispiegati lungo direttrici di carattere sociologico.

L’asse portante di questi lavori è stato l’individuazione del nesso tra crisi del welfare state e crescita, per l’appunto, del volontariato.

In una fase storica in cui lo stato non è più in grado di garantire determinate prestazioni è proprio al volontariato che viene ad essere affidato il compito di supplire allo stato o più precisamente a quel che lo stato non è più in grado di dare.

Una simile prospettiva si trova così ad unificare sotto il termine di volontariato una serie di attività molto diverse tra loro.

Tale unificazione, occorre precisarlo, è permessa da un progressivo lavoro di riduzione della molteplicità degli aspetti che entrano in gioco nelle singole attività, comportando un certo livello di deprofessionalizzazione degli interventi stessi.

Il che ha come contrappeso, sul piano sociale e civile, l’allargamento di quel che si tende a definire come diritto di cittadinanza.

Si tratta di un punto decisivo, essenziale nella riflessione di molti autori che si sono dedicati all’argomento.

L’appello a un’idea più ampia e vasta di cittadinanza permette di non rinchiudere il volontariato nel perimetro della filantropia o della beneficenza, nel mentre sembra tendenzialmente mirare a oscurare le differenze tra cittadino e volontario.

Il volontario sembra incarnare il cittadino nella sua forma più piena e consapevole; lo si direbbe il «citoyen» di repubblicana memoria.

Parallelamente, all’interno del volontariato, le diversità tra vari settori d’intervento tendono a sparire, riassorbite dall’assimilazione del volontario alla figura del cittadino, come si è detto.

L’utilità sociale dell’intervento fa scivolare in secondo piano l’ordine della sua specificità.

Vengono a trovarsi collocate sul medesimo piano organizzazioni volontarie che si occupano della protezione civile e organizzazione che, ad esempio, si occupano dei servizi alla persona.

Ne risultano sensibilmente ridotte sia le differenze presenti alla nascita delle organizzazioni medesime così come le motivazioni dei soggetti che si orientano in modi differenti, nonché gli esiti materiali che tutto questo produce.

Forme diverse di volontariato, infatti, rimandano a scelte e prospettive distinte, non solo in sé, ma altresì rispetto alla vita comunitaria cui si riferiscono.

In tal senso, d’altronde, le forme di protezione messe di volta in volta in atto da parte del volontariato possono rivelarsi come forme di chiusura verso l’esterno, centrate su una solidarietà determinata dalla coappartenenza che esclude, oppure facilitare la creazione di categorie sociali sulle quale scaricare un’ansia salvifica o l’incapacità che nasce dal non riuscire a dare un nome alla propria sofferenza.

Non occorre dunque cedere a una sospetta fretta assimilando troppo rapidamente la figura del volontario e quella del cittadino.

Da parte nostra, preferiremmo tener ferme le differenze. E, da questa prospettiva, provare a sondare la fenomenologia del volontariato.

Reginaldo Polsonetti

Lorenzo Recanatini

CICOGNA IN ARRIVO!

Magi, Roma, 2000, pp. 198, lit. 24.000

Un originale, agevole e umoristico approccio alle problematiche relative alla nascita del bambino. Uno strumento utile per la preparazione a questo importante evento.

Gli autori affrontano i principali aspetti fenomenologici della gravidanza, del parto e dell’allattamento dal punto di vista medico, emotivo e affettivo.

La naturale preoccupazione dei genitori, la rigida lettura delle «tabelle di normalità», la frenetica corsa agli accertamenti ed esami stanno portando, secondo gli autori, a un paradossale aumento delle ansie, alla perdita della serenità e a una crescita vertiginosa delle spese.

L’esortazione è di vivere più serenamente e meno freneticamente questo momento così importante, fiduciosi di riuscire a superare le diffìcoltà e sperimentare il piacere di essere in tre.

Lino Rossi

ADOLESCENTI E VIOLENZA

Strategie di diagnosi e riabilitazione

FrancoAngeli, Milano, 2000, pp. 192, lit. 30.000

L’adolescente è destinato a sperimentare le contraddizioni Più acute della realtà sociale contemporanea.

La crescente richiesta di omologazione, che il mondo degli adulti rivolge nei confronti delle condotte adolescenziali, si scontra con la tendenza del ragazzo a realizzare i propri piani di vita in modo autonomo, creando una forte spinta verso il conformismo, che finisce col produrre un mondo adolescente assuefatto e coartato. Un mondo orientato al reclamo verso il riconoscimento dei propri diritti individuali, ma molto impaurito di fronte alla gestione degli spazi dell’autonomia, preoccupato delle conseguenze che questo porta con sé sul piano delle responsabilità. Ne emerge una richiesta d’individuazione che può sfociare in tendenze autolesive e nelle patologie a sfondo depressivo, tipiche dei giovani. In altri casi invece l’urgente bisogno di manifestare una propria identità irrompe in stili di vita violenti, apparentemente finalizzati alla realizzazione di una esistenza deviante, fuori dagli schemi.

Il libro cerca di analizzare, su un piano clinico e psicosociale, l’intero percorso che l’adolescente “violento” attraversa, dalla diagnosi al trattamento riabilitativo, eleggendo come sfondo teorico‑clinico la cultura della mediazione che discende dal lavoro di rete all’interno della comunità. In tal senso giunge a tracciare un solido rapporto fra diagnosi e riabilitazione, intese come fasi di una progettazione complessa realizzata nel cuore della comunità e reali~ mediante il concorso di tutte le forze in gioco, da quelle più informali ai servizi pubblici e privati.

Ivano Gamelli

Pedagogia del corpo

Meltemi, Roma, 2001, pp. 170, lit. 28.000

Originale momento di incontro tra discipline e saperi diversi, questo libro di Ivano Gamelli costituisce un rigoroso e al tempo stesso appassionato contributo a un nuovo modo di intendere il processo educativo, nella prospettiva di un’inedita “pedagogia del corpo”. Nella prima
parte del testo, accanto alle teorie tradizionali delle scienze motorie e sportive, vengono passate in rassegna numerose ipotesi teoriche e pratiche sviluppatesi negli ultimi decenni in Occidente; ma anche visioni di altre culture lontane nello spazio e nel tempo, capaci di indicare una via per un rapporto con il proprio corpo improntata a un’autentica idea di cura di sé e degli altri. Nella seconda parte, con uno stile narrativo coinvolgente, si esemplificano alcune potenzialità delle consapevolezze corporee che si offrono al pedagogista, all’educatore, al formatore in genere nei più disparati contesti. L’autore immagina un possibile punto di incontro comune  -tra gli insegnanti di educazione fisica, gli psicomotricisti, gli operatori a vario titolo di discipline a orientamento corporeo, quelli delle aree letterarie e scientifiche – nel valore conoscitivo da attribuire al corpo, alla sua natura complessa e paradossale, al suo potere vitale ed espressivo. Per una relazione educativa che vada “oltre le parole”.