Snoq Milano – In Vista – Pedagogika.it_XVI_2

Snoq Milano

Assemblea 11 maggio 2012, Sala Alessi, Palazzo Marino

Di fronte alla violenza contro le donne, fenomeno che contrassegna tragicamente il quotidiano del nostro Paese, il Comitato Se non ora quando milanese ha organizzato lo scorso 11 maggio a Milano l’assemblea pubblica “Femminicidio: uniamo le forze!”. Obiettivo dichiarato dalle promotrici quello di dare vita ad un momento di condivisione e confronto per fare sì che il tema della violenza sull’integrità psico-fisica delle donne smetta di essere considerato un fatto privato, ma entri a pieno titolo nelle questioni di natura pubblica di cui occuparsi. All’appello “Mai più complici” lanciato da Snoq hanno aderito intanto circa 40.000 persone tra donne e uomini.

Snoq Milano

Assemblea 11 maggio 2012, Sala Alessi, Palazzo Marino

Di fronte alla violenza contro le donne, fenomeno che contrassegna tragicamente il quotidiano del nostro Paese, il Comitato Se non ora quando milanese ha organizzato lo scorso 11 maggio a Milano l’assemblea pubblica “Femminicidio: uniamo le forze!”. Obiettivo dichiarato dalle promotrici quello di dare vita ad un momento di condivisione e confronto per fare sì che il tema della violenza sull’integrità psico-fisica delle donne smetta di essere considerato un fatto privato, ma entri a pieno titolo nelle questioni di natura pubblica di cui occuparsi. All’appello “Mai più complici” lanciato da Snoq hanno aderito intanto circa 40.000 persone tra donne e uomini.

Siamo qui oggi per parlare di femminicidio e per unire le nostre forze.

Io non sono un’esperta di violenza, né tanto meno ho delle soluzioni da proporre, ma vorrei comunque dire delle cose.

Il tema della violenza è molto ampio ed è anche molto complesso.

E’ necessario quindi il diverso contributo di tutte noi, perché di violenza di genere se ne possa parlare ovunque, perché il tema possa rinnovare i linguaggi e contaminare tutte le forme di relazioni, per una trasformazione che è prima di tutto culturale, anche se lo sappiamo bene è l’orrore del femminicidio che viene prima di tutto.

Le firme non bastano ma sono importanti.

Prima di decidere se le firme bastano o no, bisogna innanzitutto leggerle le firme: perché le firme ti raccontano la storia di chi ha firmato, ti fanno immaginare il perché, il quando e la comunicazione che è sottesa a quella firma.

E soprattutto le firme sono tantissime, l’appello mai più complici ha raggiunto oltre 30 mila firme.

E queste firme sono di uomini e donne insieme.

Qualcuna sarà stata riflettuta, qualcuna no, qualcuna sarà anche stata data anche e solo come puro sollievo, qualcun’altra per il semplice bisogno di esserci.

Ma queste firme ci dicono che noi siamo tutte e tutti insieme.

Gli appelli non bastano, ma sono importanti.

Perché gli appelli alzano il livello di attenzione su un tema, fanno convergere la curiosità mediatica, interrogano, anche se a volte per poco tempo, le coscienze di autorità istituzionali e politiche. E interrogano anche le nostre di coscienze.

Le firme e gli appelli non bastano: ed è per questo che siamo qui oggi, ed è per questo che questa assemblea si intitola “Uniamo le forze”.

Ma viene da chiedersi: unire le forze di chi?

Unire le forze delle diverse pratiche politiche e professionali che già esistono qui a Milano, perché Snoq non ha una titolarità di primogenitura, perché non si comincia oggi per la prima volta, ma poiché nella storia del movimento delle donne possiamo riconoscere tanti inizi, tutti allo stesso modo importanti, non si inizia oggi, ma anche quello di oggi è un inizio.

Uniamo anche le forze delle diverse generazioni.

Io sono qui e parlo a nome di Snoq Milano, ma il mio sguardo non può essere che quello della mia età.

Molte di noi desiderano capire di più, approfondire, e anche fare di più e il terreno della politica delle donne è quello che io insieme alle altre abbiamo scelto di percorrere.

Noi siamo la generazione cresciuta con la legge del 96 contro la violenza sessuale
(io avevo vent’anni) credendo che le cose per le donne non sarebbero che potute andare sempre meglio e invece oggi, nonostante le più diverse tutele formali, legali e giudiziarie, le donne continuano ad essere uccise perché donne.

Per le donne di questo tempo, e parlo delle donne che seppur di età diversa vivono in questo tempo, il tempo della crisi, della precarietà e della preoccupazione, la violenza assume anche forme più subdole e raffinate di quelle già esistenti: parlo di violenza psicologica, economica e di quella sul luogo di lavoro.

Al tempo della crisi aumenta la debolezza degli uomini e la violenza si avvantaggia dello stato di incertezza generalizzato che stiamo vivendo.

Perché se non sei mai sicura di avere il diritto a quel posto di lavoro, tutto quello che accade sul luogo di lavoro non sai mai se hai il diritto di dichiararlo.

E lavoro e violenza stanno insieme e si intrecciano e danno luogo a fenomeni difficili da interpretare anche per noi donne.

Dopo vent’anni in cui abbiamo vissuto come unica proposta un modello di donna compiacente, non lo sai bene quando finisce la tua volontà e comincia quella dell’altro.

Siamo state esortate ad aprire dei conflitti.

Ma chiedo a me stessa e voi, come si fa ad aprire dei conflitti nel privato, sul luogo di lavoro e ai giardinetti o in coda al supermercato quando sei completamente sola?

Fare questa richiesta significa anche dare la propria disponibilità a costruire un’alleanza con le altre donne.

Per aprire dei conflitti noi dobbiamo unire le forze.

Del grande lavoro dei centri dobbiamo dare ancora maggior comunicazione diffusa. Uniamo la forza della rete dei centri a quella delle altre che sono fuori dalla rete.

E’ per unire le forze che abbiamo pensato ad un incontro per costruire un gruppo di lavoro, che non si sovrappone alla rete già esistente, ma che vuole comprendere anche altre voci, altri pensieri, altre anime del movimento delle donne e anche quelle che si sono affacciate all’impegno politico per la prima volta in questo tempo.

E insieme a tutte le altre, non vogliamo mai dimenticare le nostre sorelle straniere, clandestine, vittime della tratta, ignorate da tutti, dimenticate anche dalle statistiche e dalle manifestazioni contro tanta violenza.

Queste sono le parole di Isoke Aikpitanyi e 54 + 10 è il titolo del suo appello.

Infine, cosa chiediamo agli uomini? Agli uomini chiediamo di interrogarsi e di cambiare i propri comportamenti, pubblicamente, per non limitarsi ad esprimere semplici gesti di solidarietà.

Lo abbiamo scritto nella nostra lettera di invito.

Perché è importante che di questo se ne parli a Milano?

Perché a Milano si discute in questi giorni del progetto di legge regionale per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere e quindi può essere anche questa un’occasione per fare il punto intorno a questo aspetto.

Perché a Milano possiamo contare su lunghe esperienze, sui contributi di singole donne e sul lavoro e l’esperienza dei centri antiviolenza.

Perché a Milano abbiamo assistito a diversi episodi di violenza sessuale in pochissimi giorni.

Perché Snoq Milano già in occasione dell’assemblea del 26 novembre ha messo tra i propri temi principali quello della violenza contro le donne (http://snoqmilano.wordpress.com/le-iniziative/assemblea-snoqmilano-26-novembre-2011/).

Perché anche Snoq Milano ha maturato alcune proposte di cui le mie amiche vi parleranno dopo di me.

Perché a Milano abbiamo finalmente una nuova giunta con la quale è finalmente possibile interloquire.

Cosa chiediamo a questa nuova giunta:

– di contribuire alla diffusione sempre più ampia di questa campagna culturale nelle forme che le sono possibili e che sono proprie del Comune di Milano;

– il ripristino di attività e servizi falcidiati dai tagli;e conseguentemente

– il generale miglioramento della nostra qualità di vita.

Sappiamo che la giunta è attenta, che le consigliere pure lo sono e contiamo su di loro.

Infine, siamo contente che Susanna Camusso sia presente e partecipi a quest’assemblea, lei è fra le prime firmatarie dell’appello “mai più complici”, sappiamo che la sua attenzione non è nuova, che la sua preoccupazione e il suo sdegno per il femminicidio non sono recenti e contiamo anche sul suo contributo.

Grazie a tutte e tutti per essere qui.

Antonella Coccia

Conclusioni dell’assemblea

L’assemblea ha un titolo: Uniamo le forze. Ed Unire le forze è il senso che emerge dagli interventi, dalle tante voci diverse che hanno parlato; possiamo dire che stasera è successo, questo titolo è collocato come un tema tra di noi. Dice che un punto che ci riguarda è anche superare le frammentazioni, superare la tendenza a distinguersi, a separarsi che continua ancora nel movimento delle donne, nelle sua tante forme, tra le sue diverse anime.

Necessità su questo tema: i femminicidi, la violenza contro le donne impegnano alla condivisione.

Chi? innanzitutto i Centri contro la violenza, i vari che a Milano hanno costruito risposte, accolto domande, certo le singole donne che continuano a preoccuparsi e a condividere competenze, le tante associazioni di donne.

L’Amministrazione di Milano è stata presente partecipe e testimone di questo dialogo.

Unire le forze che derivano dalle pratiche, dalle invenzioni e costruzioni di risposte; e come anche in questa serata è emerso appare necessario offrire descrizioni di cosa viene fatto giorno per giorno e da chi, tuttavia, il racconto e la descrizione dell’esistente non basta, non da conto della specifica necessità di questo tempo.

Adesso ed anche in particolare in questa città, credo sia da privilegiare il mettere in comune tra noi e con le altre i pensieri e le elaborazioni che nel corso degli anni sono state sviluppate. Dare valore al dialogo tra le pratiche e le riflessioni che tra tante sono state già condivise, ora abbiamo la necessità di allargare le condivisioni, di ampliarle ai tanti soggetti nel movimento, abbiamo necessità di fare riferimento alla forza, alle esperienze, ai saperi, ai modelli che sono già in atto. Necessità di un dialogo con questo patrimonio. In apertura dicevamo che nel movimento ci sono tanti inizi, ed anche stasera è stato un nuovo inizio.

Quando? Lo diceva Antonella Coccia in apertura: per dare continuità al dialogo, allo scambio avviato si forma un gruppo di lavoro, abbiamo insieme individuato un’ora e una data: il 30 maggio alle 18,30, ma non abbiamo ancora un luogo da comunicarvi. Come? Voglio confermare quanto con molte ci siamo già dette e che è anche il senso dell’assemblea di stasera: uniamo le forze. Snoq Milano non ha intenzione di “mettere il cappello” a questa proposta. Vogliamo riconoscere e dare valore ad una dimensione orizzontale, di confronto, di scambio che sola ci sembra utile e contribuire ad una crescita, che possa riguardare anche attività diverse ma non separate tra di loro. Stasera molte sono state raccontate, a me pare che sia emerso soprattutto un filo rosso, un senso più profondo.

Il cambiamento che cerchiamo è soprattutto un cambiamento culturale: è stato detto nel linguaggio, nell’educazione nelle scuole, ed anche dopo nei luoghi di lavoro, anche in quelli provvisori e intermittenti e incerti del tempo della crisi e delle lavoratrici precarie.

Un cambiamento di comportamenti, di modi di pensare alle relazioni tra uomini e donne, e di viverle, è un mutamento profondo, che se è vero che richiede tempo, ci impegna fin da subito, fin da ieri.

Contrastare la violenza contro le donne, nelle tante forme che assume, ce lo ricordano le amiche dei Centri non può essere considerata attività specificamente professionale. Anche, certo, poiché saperi scientifici, abilità professionali, competenze tecniche nei tanti campi ricordati qui stasera (medico, psicologico, legale, di accoglienza, soprattutto di attenzione e di ascolto) contribuiscono ad alleviare il dolore e la pena delle donne che hanno subito violenza.

Contrastare la violenza, soprattutto quella che quotidianamente colpisce delle donne nei luoghi della quotidianità, è infatti un’azione politica, e richiede che sia ampia, diffusa, aperta, diventi visibile.

Un cambiamento culturale che mette quello del linguaggio al centro. E allora vorrei ricordare due parole che ci riguardano.

Femminicidio, qualcuna ha detto che è cacofonica, che magari non è così colta, che il termine ci “inchioderebbe” ad una appiattita dimensione di “femmine”, ad un’immagine che ci dipinga secondo una visione patriarcale. Ricordo quanto Barbara Spinelli ha detto, scritto, documentato. Il termine ha una storia, non nasce per caso. Ha origine nella strage delle donne e delle ragazze di Ciudad Juarez, nella lotta delle
avvocate delle donne messicane perché fosse riconosciuto che quella era una violenza rivolta loro “in quanto donne”. Usare questo termine, per quanto ci possa apparire cacofonico, credo sia un altro modo di “unire le forze”, un modo per riconoscere la lunga lotta di queste donne messicane, per dare corpo simbolico ad un’alleanza con una storia di donne, nata di là dal mare.

Vittime. L’ambiguità di questa parola ci è nota, così come lo è il mutamento dei termini usati nel tempo nel nostro paese per indicare lei, quella che è morta, quella che è colpita.

Era colpevole allora. Colpevole di seduzione, di non aver messo il sale nella minestra del marito, di non aver obbedito, ossequiato un potere che doveva restare sovrastante.

Quando finalmente questo termine fu cancellato si parlò di vittime. E si ammantò quella donna di passività, la si indicò sottilmente come inadeguata, come incapace. Debole. Poi si aggiunse il “vittimismo delle donne” e “delitto passionale invece non si cancellò.

Pochi anni fa si è cominciato a dire: lei, quella che è morta, non è la vittima, è una testimone. Lo è dell’orrore, lo è della vera debolezza presente che ha alimentato la furia, scatenato la violenza. Quella di un uomo, debole, lui sì vittima della propria incapacità di controllare il proprio desiderio di potere.

Così ormai sappiamo che prima di un femminicidio, e per molte, la violenza è quotidiana, la nominiamo come psicologica, fisica, anche economica. E questa ampiezza ci preoccupa oggi, al tempo della crisi economica, temiamo che assuma ancora nuova forme e modi.

È vero le parole sono importanti.

Ancora pensiamo che sia necessario dare visibilità alla conoscenza della violenza contro le donne che si è costruita, visibilità alle invenzioni e costruzioni di pratiche e saperi che le donne hanno sviluppato. Maggiore visibilità all’unione di forze che appare necessaria, alle varie modalità che assume.

Pensiamo che sia necessario che questa Amministrazione sostenga il lavoro di campagna culturale che stasera è stato più volte richiamato. Che ha da essere lungo, costante, duraturo. Che deve svilupparsi con questa certezza, con questo appoggio da parte dell’Amministrazione della città.

Adriana Nannicini