Scelti per voi

Necrologhi. Pamphlet sull’arte di consumare

Maria Nadotti

Il Saggiatore, Milano 2015, pp. 196, € 16,00

Un altro modo di guardare alla o alle pubblicità è ciò che propone Maria Nadotti in questo testo. Un modo diverso da quello cui siamo abituati e abituate, da quella critica, forse un po’ conformista e superficiale, che spesso facciamo agli annunci che ci vengono incontro dalle pagine di giornali e riviste o dai muri delle città. Capita che distrattamente ci si chieda, davanti a un annuncio pubblicitario, perché siano state usate proprio quelle immagini o quegli slogan nei quali vengono riproposti modelli iconografici o linguistici che ci paiono superati dai tempi o nei quali non ci riconosciamo o dai quali, addirittura, ci sentiamo, noi donne, quasi offese.

Ma le risposte che l’autrice sembra suggerire complessificano ulteriormente le domande.

Il suo modello di analisi prende infatti le distanze da quell’ipotesi auto assolutoria che vede un pubblico innocente, vittima di quei persuasori occulti che tessono trame e spingono in una o in un’altra direzione. Non si tratta di un complotto planetario e le vittime sono ben consenzienti. Protagonista assoluto è il mercato alle cui lusinghe noi, il pubblico, siamo ben contenti e contente di cedere, ai cui dogmi siamo lieti e liete di obbedire, mentre le domande vere restano sullo sfondo.

Le pubblicità hanno accompagnato e reso possibile la rapida trasformazione del Paese a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e dagli anni del boom economico e lo hanno convinto, senza trovare in verità alcuna resistenza, ad assumere gli stili e i modelli di vita nord-americani. Esse non hanno fatto altro che accogliere e assecondare il nostro desiderio di diventare consumatori e consumatrici, di fare nostro un benessere tutto e solo concentrato sui consumi.

E allora l’esortazione è quella di non confondere le immagini pubblicitarie con la realtà. Ci si chieda pure il perché di slogan e immagini, ma si tenga ben presente che esse svolgono il loro compito, che è quello di accrescere ininterrottamente i desideri, e che, per farlo attingono all’immaginario diffuso di questo Paese, restituendoci, come in uno specchio, l’immagine di ciò che siamo, anche se quello che vediamo non ci piace o non sembra rappresentarci. Insomma non prendiamocela con la fotografia se quello che vediamo è così brutto!

Non per questo però l’autrice si sottrae all’analisi critica delle immagini. Inserito, non a caso, nel capitolo “Monster” è un esaustivo elenco delle principali raffigurazioni del corpo femminile nella pubblicità. Si va dalla “donna-narciso: riflessa, inquadrata, moltiplicata, bersagliata dai flash, incorniciata, sovraesposta, contemplata dall’alto e dal basso, da davanti e da dietro” alla “donna in guerra con la vecchiaia” alla “donna esotica” alla “donna colonizzata” (pp. 33-34) e così via in una galleria a tratti comica, a tratti disperante, ma sempre tragicamente precisa e puntuale.

Ma colpevoli di queste variegate raffigurazioni non sono i pubblicitari, bensì tutti e tutte noi, il pubblico, (di cui i pubblicitari sono parte) che, nonostante i cambiamenti che pure le donne hanno saputo imporre negli ultimi decenni, continua a conservarne gelosamente, e quindi a riprodurne copiosamente, immagini statiche e stereotipate.

Sono i corpi, soprattutto quelli delle donne ma non solo, a tenere la scena. La pubblicità diviene allora il luogo privilegiato di una vera e propria carneficina di questi corpi, quasi immolati all’altare del consumo. Consumare per continuare a vivere o, come sostiene Nadotti, consumare per non morire. Da qui il titolo Necrologhi.

Una scrittura veloce, mai banale ci accompagna in un viaggio attraverso immagini -molte riportate nel testo- che scopriamo di avere dimenticato (anche se al momento in cui erano apparse avevano suscitato commenti, polemiche o appelli alla censura), capaci come siamo di metabolizzare e ripartire incessantemente. Un viaggio fuori da schemi consueti, scevro da qualsiasi forma di moralismo, a volte destabilizzante.

Solo una domanda: e se, contrariamente a ciò che crediamo, fossimo migliori delle fotografie che ci ritraggono?

Claudia Alemani

 

Chi manipola la tua mente? Vecchi e nuovi persuasori: riconoscerli per difendersi

Anna Oliverio Ferraris

Giunti Editore, Firenze 2016, pp.143, 16,00

Menzogne e verità, malcelate o esplicite, si sono sempre intrecciate nelle informazioni e comunicazioni che permeano il nostro vivere quotidiano, nel passato e nel presente, sostiene Anna Oliverio Ferraris, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice, autrice di questo libro uscito per la prima volta nel gennaio 2010, ora disponibile in una nuova edizione riveduta e ampliata da lei stessa curata.

Col supporto di approfondite ricerche e di sintetiche quanto esaustive tabelle, l’autrice sviluppa l’analisi formulata in passato riprendendo in esame le figure conosciute come i “persuasori occulti”, sempre esistiti, svelandoci che la loro presenza oggigiorno è diventata più subdola e pericolosa grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione.

Chi si nasconde dietro le parole pronunciate dagli uomini politici perché facciano breccia nel nostro immaginario? Quale ricerca si cela dietro le menti che suggeriscono messaggi convincenti a “farci desiderare” o “sentire il bisogno” di beni in offerta, di qualsiasi genere? Qual è la vera funzione degli “spin doctors”? Esiste una tacita, inconsapevole “connivenza” tra i mezzi di persuasione e consumatore che porta a manipolare la nostra mente?

All’inizio del saggio l’autrice riflette sul desiderio di imitazione, sul bisogno che gli esseri umani hanno di conformarsi alla maggioranza, assumendo atteggiamenti spesso positivi, come l’empatia verso i nostri simili, ma anche copiando modelli che non ci appartengono verso i quali siamo indotti ad ispirarci attraverso consigli, indicazioni, suggerimenti che ci pervengono, non richiesti, dalla pubblicità. Facciamo nostri comportamenti che non partono da necessità reali ma sono scelti solo perché suggeriti da convincenti messaggi esterni, che fanno proprio leva sul nostro desiderio di emulazione.

Molto interessante è la riflessione sulla figura dello ”spin doctor” immancabile collaboratore di imprenditori protagonisti di torbide vicende, di magnati in difficoltà, di candidati alla presidenza di una nazione. Lo “spin doctor” lavora dietro le quinte per ridefinire profili furfanteschi costruendo versioni modificate dei fatti e riuscendo abilmente ad influenzare l’opinione pubblica che i fatti non sussistono o sono ampiamente giustificati. Agli aspiranti alla presidenza gli “spin doctors”, e questo è il loro punto forte, suggeriscono una nuova formula per l’auto promozione. Non più programmi economici, serie politiche sociali, fatti ma, “storytelling” ovvero narrazione di fatti appartenenti alla vita privata del personaggio politico che lo trasformano in un soggetto familiare e affidabile. E con un sapiente look con cui conquisterà definitivamente una buona fetta di popolazione che, a quanto sostengono gli esperti, non desidera più fatti ma avere fede in qualcuno e nella sua storia commovente o gloriosa al punto giusto da potercisi identificare.

Appassionante il capitolo sul doppio volto delle emozioni. Le emozioni hanno un ruolo importante nella vita di relazione e nella comprensione degli altri. Entriamo in sintonia col mondo circostante attraverso le emozioni e tutto ciò è positivo. Essendoci tuttavia una stretta connessione tra comunicazione, emozione e organizzazione della vita, dei sentimenti, le nostre emozioni possono anche essere condizionate negativamente. Tutto sta nel “modo” in cui una notizia ci perviene, quale narrazione è stata scelta per suscitare una nostra riflessione o una nostra emozione. Si può “spettacolarizzare” una notizia o un fatto al punto tale da portare la nostra attenzione non più sul messaggio proposto ma su ciò che lo accompagna. La ripetitività di slogan, immagini pregnanti, narrazioni avvincenti possono spingere il nostro immaginario al di là della nostra realtà.

Importante anche un breve capitolo sul rapporto dei bambini con la televisione; quando e quanto lasciare un bimbo davanti alla TV? Una concisa ma chiara analisi e qualche riflessione pratica.

C’è molto altro in questo utile e illuminante saggio; la sua lettura aiuta a riconoscere quando le informazioni che ci pervengono ci aiutano a scegliere e quando nascondono sofisticati imbrogli.

Elena Cianci

 

Di che giardino sei? Conoscersi attraverso un simbolo

Duccio Demetrio

Mimesis Edizioni, Milano 2016, pp.178, € 18,00

Anni fa avevo regalato a un’amica questo libro nella sua prima edizione. Io non l’avevo letto, ma mi fidavo dell’autore, del quale avevo apprezzato più testi sull’autobiografia. Ora mi sono accostata a Di che giardino sei? come a qualcosa di nuovo, curiosa di vedere altri aspetti dello scrivere di Duccio Demetrio.

Curiosità appagata dal ritrovare quello che mi aveva attratta allora e che è annunciato dal sottotitolo Conoscersi attraverso un simbolo. Anche questo libro infatti mantiene la promessa di poter essere fruito da chi lo legge sia per esplorarsi, per conoscersi e per raccontarsi, sia per conversare, per stimolare altri allo svelamento e alla narrazioni di sé.

Una scelta accurata di immagini affianca ricche descrizioni, citazioni colte e significative riflessioni dell’autore sui vari aspetti del giardino come luogo di bellezza, di rifugio, di meditazione, di applicazione, di cura di sé.

Il testo ci introduce ai giardini della nostra infanzia, ai giardini del sogno, della fiaba, del desiderio, del pensiero, ma anche ai giardini della storia, da quelli dei greci, dei romani, degli arabi, a quelli rinascimentali fino a quelli della contemporaneità.

Ci conduce poi alla riflessione sul rapporto di ciascuno con il giardino, nel dialogo interiore e nella relazione, nell’incontro con se stessi e in quello con gli altri. Il giardino può essere luogo di silenzi, di solitudine meditativa oppure luogo di parola, di scambio emotivo e/o intellettivo con altri. Può essere luogo di godimento contemplativo oppure luogo di lavoro fisico, può essere ammirato o può essere coltivato, comunque sempre significativamente vissuto.

Dopo la domanda Perché ci affascina un tipo di giardino piuttosto che un altro?, Demetrio parla di quel che un giardino può evocare, parla di miti e di simboli personali; di come, di fronte a un giardino, si possa essere un po’ filosofi, un po’ poeti e anche un po’ scienziati; di come, infine, il giardino, che si sogna, si ricorda, si desidera, si ammira o si possiede, possa rimandarci un’immagine di noi stessi o di noi stesse.

I diversi tipi di giardino sono classificati in quattro ordini di dimore.

Le dimore definitive sono quelle corrispondenti a coloro che nel giardino sostano e si guardano indietro per trovare benessere nel presente. Di questa classe sono il giardino antico, il giardino bouquet, il giardino labirinto, il giardino domestico, il giardino cortile, il giardino lacustre, il giardino pensile. Questi sono i giardini sacri, i giardini della verità cercata e del bisogno di pace.

Le dimore indefinite sono quelle di coloro che desiderano e ricercano avventura ed evasione. Di tali dimore fanno parte il giardino galleggiante, quello sotterraneo, tropicale, fluviale, selvoso, alpino, sottomarino. Sono i giardini del rischio, i giardini della favola e dello spirito inquieto.

Le dimore rassicuranti sono quelle di chi accetta la propria vita e ha bisogno di confini rassicuranti. Sono le dimore del giardino interno, del giardino miniatura, di quello divino, del giardino oasi, del giardino serra, del giardino urbano, del giardino stanza. Sono le dimore dei giardini magici, dei giardini evocativi e protettivi.

Le dimore meditative sono quelle delle persone che hanno cercato e trovato se stesse e che amano il raccoglimento. I giardini delle dimore meditative sono il chiostro, l’orto, il giardino aereo, marino, arcano, lunare, il giardino paesaggio. Sono i giardini del pensiero, i giardini della contemplazione e della meditazione.

Il libro si chiude con un capitolo, definito dall’autore Quasi un’appendice. Giochi d’ascolto e svelamento, che accenna a come si possa vivere il giardino anche rappresentandolo: si può scriverne, si può disegnarlo o dipingerlo, si può fotografarlo. I giardini di pagine scritte o di riproduzioni pittoriche e fotografiche, siano queste opere prodotte od opere fruite, sono, con le parole dell’autore, una grande occasione per auto descriversi e interpretarsi.

Margherita Mainini

Delicati uccelli commestibili

Lauren Groff

Codice edizioni, Torino 2016, pp.340, € 16,00

Mi piace pensare che sia un lieto fine, ma è quel che c’è stato prima a non darmi pace”

E andarono avanti così, per ore, verso una specie di salvezza”.

Sembra essere condensato in queste due frasi il motivo conduttore dei nove racconti che compongono la raccolta: nove storie di donne ambientate in tempi diversi ed in luoghi diversi del nord est degli Stati Uniti con qualche “fuga” in paesi lontani.

Utilizzando una prosa ricca, intensa, incisiva e poetica, a tratti forse un po’ sentimentale, ma senza banalità o retorica, l’autrice ci presenta un universo femminile che si dibatte tra le sfide del quotidiano e gli eventi drammatici o grandiosi destinati a cambiare le loro vite. Che siano giovani donne, o donne mature, o adolescenti o semplicemente bambine le protagoniste devono fare i conti con le loro difficoltà, le loro paure, gli ideali traditi, le aspettative deluse, le perdite insanabili, eppure tutte riescono in qualche modo ad aggrapparsi alla vita e a trovare in se stesse, la forza di continuare ad andare avanti verso quella “specie di salvezza”, che non sarà né benefica né consolatoria perché le ferite lasciate dalle esperienze vissute non si cancelleranno e bruceranno dentro di loro per lungo tempo ancora, ma permetterà loro di raggiungere una nuova, più matura dignità, una maggiore consapevolezza, un senso di libertà fino ad allora sconosciuto e concederà loro ancora qualche barlume di speranza.

È così che una vita va a posto” si legge nel racconto “Majorette” nel quale la ragazza, malgrado un infanzia triste e un’adolescenza segnata da un grave incidente riuscirà a realizzare il sogno di andare all’Università e diventerà la più brava majorette della squadra di football. Si sposerà con il ragazzo al quale sorprendentemente interessano le sue opinioni e alla nascita della sua bambina sentirà “una fierezza radicarsi nel profondo dell’anima e le sue ossa diventare d’acciaio, come se lei stessa si fosse trasformata in un’arma per proteggere sua figlia”.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, la protagonista Bern è una giornalista di guerra, americana, che, in seguito all’invasione nazista di Parigi fugge con altri quattro colleghi, tutti uomini. Le circostanze in cui si troveranno coinvolti porteranno allo scoperto la meschinità e l’egoismo dei personaggi e costringeranno Bern, delusa e tradita da tutti, compreso colui che diceva di amarla, a sacrificarsi e ad essere “divorata” sulla tavola dell’altrui sopravvivenza, proprio come quei passerotti che un giorno, quando lei era ancora molto giovane, le erano stati presentati ad un pranzo come squisite prelibatezze:“Questi uccellini vengono catturati, accecati, ingrassati con il miglio e infine annegati nell’Armagnac e arrostiti tutti interi”. Lei ne aveva solo provato un senso di orrore!

La moglie del dittatore” viene definita come un passerotto, fragile, indifeso, sottomesso all’oscuro carisma del marito “enorme con la bocca crudele”, ma, nel momento della disfatta, sarà proprio lui stesso a scoprire che si è appropriato del potere e della forza che venivano da lei, lasciandola ora completamente svuotata, ma finalmente libera.

In “Spartiacque” la protagonista, in un lungo, intenso monologo rivolto al marito morto in un incidente riflette sul “non detto”: “E’ stata colpa mia se non ho detto quello che avrei dovuto dire: che non ero il tipo uccellino o forse non il tipo da nido”.

In “Fuga” è la piccola Lily, affetta di disturbo bipolare, che nell’angosciosa attesa del ritrovamento dei suoi genitori dispersi, trova un po’ di pace nell’osservare la vita di tre piccoli uccellini appena nati “creature molto più deboli persino di Lily, tanto che lei si sente riempire di una specie di luce calma e azzurrina, una luce fatta di oblio”.

Attraverso il loro faticoso percorso, le protagoniste, che si possono definire persone “normali” che vivono in cittadine spesso insignificanti ed anonime della provincia americana, in qualche modo assumono agli occhi del lettore uno spessore di tragicità e grandezza degno delle figure “mitologiche” che appassionano tanto Lollie, la protagonista del primo racconto “Lucky Chow Fun”.

Esse cercano di mantenersi in equilibrio tra normalità e follia in un’atmosfera fatta di fragilità, ma anche di coraggio, di malinconie, gioie, entusiasmi, nostalgie e rimpianti, amori reali ed amori sognati e ci offrono un esempio struggente e nello stesso tempo potente di resilienza al femminile.

Carla Franciosi

Leo e Lucia una storia italiana tra fascismo, antisemitismo e deportazione

Livio Zerbinati

CIERRE, Caselle di Sommacampagna (VR) 2016, pp. 272, €14,00

Il volto sorridente di giovane donna sulla copertina del libro avvicina ed alleggerisce i contenuti di guerra e di deportazione trattati. Si tratta di un interessante saggio storico, scritto da Livio Zerbinati, fondatore e attuale Presidente dell’ISERS (Istituto di Studi e Ricerche Storiche e Sociali), che ha al suo attivo parecchi saggi e libri di ricerca storica sui movimenti politici e sociali di fine ottocento e prima metà del novecento.

Da una lapide di un cimitero:poche parole, l’annuncio di una mancanza, e nessuna memoria.

Parte da queste parole della prefazione al libro, la curiosità e il percorso della ricerca. Inizia da un monumento funebre per una persona morta e sepolta in “terra straniera e nemica” nel febbraio del 1945, il luogo, Flössenburg, ricorda la deportazione ma si tratta di una persona estranea all’ebraismo e della buona borghesia, un avvocato. La ricerca inizia, in un paese in provincia di Rovigo e porta a Milano dove l’avvocato Leo Giro, questo è il nome di uno dei protagonisti, esercita la sua professione e ha uno studio in centro in via Passione. Il primo novembre del 1944 nel suo studio fa irruzione la polizia tedesca e lo arresta con Lucia De Benedetti figlia di un Dirigente del Comune di Milano. Lucia è sua ospite, con il marito Lamberto Malatesta che in quel momento è all’Università a tenere le sue lezioni in qualità di docente universitario. Perché questo arresto? La giovane donna è di origine ebraica, convertita al cattolicesimo e sposatasi nel 1936 con rito cattolico, Leo è stato il testimone di nozze, amico del marito.

Attraverso ricerche e consultazioni di archivi, con documenti e testimonianze provenienti da più fonti tra Italia e Germania l’autore restituisce una storia che ci appartiene. Gli eventi raccontati possono trovare differenti chiavi di lettura e si attualizzano negli interrogativi che l’autore si pone. In questa ricerca di dare un senso all’ accaduto, appare significativo il distacco, il linguaggio impersonale e lontano delle comunicazioni dei burocrati, le comunicazioni ufficiali impersonali e le lettere insistenti del marito di Lucia e della madre di Leo alle autorità e allo stesso Mussolini, emotivamente coinvolgenti. Tutto si ferma con l’arresto, l’autore cerca con cura le notizie dei trasferimenti dal carcere di Milano al campo di Bolzano/Gries e poi in Germania con le diverse destinazioni. Arriveranno nel 1945 le notizie della morte di Leo in febbraio nel campo di concentramento Flossenburg e, da una dichiarazione giurata di una deportata nel campo di Rechlin resa ai Carabinieri di Milano dopo la liberazione, si apprende della morte di Lucia a cuasa del tifo nel marzo del ’45. Le considerazioni sul destino incrociato di questi tre giovani provenienti da differenti regioni d’Italia che avevano trovato nella Milano della prima metà del secolo scorso accoglienza e lavoro, pone una riflessione sugli aspetti di integrazione, amicizia e scambio culturale. La guerra che coinvolge e sconvolge senza dare senso o indizi sufficienti a quanto accade… La storia di queste tre famiglie ben inserite nel contesto sociale del tempo poteva essere diversa? “…la scomparsa di Lucia entrerà nella memoria collettiva, quale vittima ebrea della Shoah, ma come e perché è stato deportato Leo, il suo mancato ritorno a Milano, ha invece portato rapidamente la sua memoria nella penombra che precede l’oblio”. Le motivazioni della deportazione si sono perse nella tragedia collettiva, la ricerca e la piacevole narrazione è anche un esempio di come fare ricerca storica partendo da pochi elementi, e ci invita ad interrogarci e ad approfondire “gli effetti collaterali” di tutti i conflitti, passati e presenti.

Emilia Canato