Amore e fragilità

Saremmo senza amici, senza amore, senza rapporti che abbiano un grado sufficiente di autenticità se non ammettessimo di aver bisogno degli altri e delle altre, come loro hanno bisogno di noi.

Barbara Mapelli*

Due parole. Fragilità e amore si coniugano bene assieme ed è facile assegnare ad entrambe una maggiore prossimità alle soggettività femminili piuttosto che a quelle maschili.

L’amore è stato il compito e il destino assegnato alle donne, addestrate fin dalla nascita, e lusingate, perché protagoniste del sentimento più sublime, mentre agli uomini spettavano le imprese di ogni natura, l’erigere e distruggere civiltà e culture. A fronte di conquistatori e guerrieri, combattenti dell’azione e del pensiero, le sensibili, le attente, le ascoltatrici e le prestatrici di cure, nell’intimità e nelle professioni. Qualità minori legate all’universo delle emozioni, qualità delicate e fragili quelle delle donne, davanti alle quali ogni uomo può stupirsi, rallegrarsi, commuoversi e anche provare ammirazione, purchè questo non leda l’ordine naturale delle cose.

Sto scrivendo cose che sembrano appartenere a un mondo che ci stiamo lasciando alle spalle, certamente nelle sue forme più perentorie, eppure queste realtà, sopravvissute per secoli, sono ancora potenti dentro e fuori di noi ed è bene non smettere mai di farci i conti.

Allora voglio trasformare in virtù fragilità e amore, vissuti delle emozioni e della dipendenza, virtù non certo minori, ma che tratteggiano i tempi e i passaggi, i significati del nostro vivere nella contemporaneità. E posso farlo perché negli ultimi decenni le ricerche e il pensiero delle donne – e non solo – hanno tracciato percorsi inediti, una progressiva liberazione dalle necessità di adeguarsi a un pensiero unico che ha sempre privilegiato e dato valore alle virtù opposte al riconoscimento di fragilità.

Offrire alla fragilità lo statuto di virtù significa dare valore a un pensiero di esperienza che avvicina alla vita e non si nega al vissuto e alla sapienza delle emozioni. La consapevolezza di una condizione di vulnerabilità, propria alla condizione umana, avvia a un’autoconoscenza e conoscenza del mondo che prevede plurimi orizzonti esistenziali ed evita la convinzione – l’illusione – di aver raggiunto il luogo e il tempo da cui cogliere la verità, lasciandosi l’opportunità di ricreare nuovi mondi, nuovi simbolici, dai quali riprendere percorsi inediti di vita. È dunque, questo, un pensiero leggero – un muoversi con più levità nel mondo – ed è un pensiero che ama la vita, la sua stessa vita, nel profondo dell’interiorità inconoscibile al soggetto stesso e la vita esterna, che imprime la sua impronta sul soggetto. E per mantenerla vitale apre ad altri modi di pensiero, ne riconosce la storia e l’evoluzione e l’importanza che si intreccino con il suo, pur senza confusività. Le emozioni e i sentimenti hanno cittadinanza in questo lavoro della mente, lo compongono e lo ricreano con le nuove esperienze, con il loro continuo divenire, mentre la fragilità, riconoscimento di sé insieme agli altri e alle altre, accompagna la quotidiana ricerca di senso, insegnando ad accettare che nulla resta invariato, le acquisizioni di significato, le esperienze più lontane e vicine sono un patrimonio da non disperdere, ma a patto di non fermare il pensiero.

E il pensare introduce all’agire o vicendevolmente si influenzano nelle scelte operate dell’abitare nel mondo.

Ma è spesso complesso e faticoso mantenere anche negli atti concreti di presenza nelle relazioni e nel mondo la consapevolezza di fragilità, una fatica che richiede coraggio – e coniugo insieme due termini, fragilità e coraggio, che sembrano opposti.

La difficoltà e la resistenza ad accettare la propria fragilità come una condizione permanente, che può divenire – anche – forma e sostanza di nuovi modi del conoscere, aperto e permeabile, impedisce il riconoscimento della dipendenza reciproca, lo svilupparsi di una dimensione relazionale vera. Saremmo senza amici, senza amore, senza rapporti che abbiano un grado sufficiente di autenticità se non ammettessimo di aver bisogno degli altri e delle altre, come loro hanno bisogno di noi.

Eppure vi è tutta una tradizione di pensiero, maschile, che ci ha formato al valore dell’indipendenza. Filosofi, letterati, pensatori di varie discipline hanno costruito una pedagogia dell’autonomia che ci ha indirizzati e indirizzate ad apprezzarne il valore, in contrapposizione al disvalore della dipendenza.

Una cultura che ha costruito nel tempo disuguaglianze e disimmetrie tra donne e uomini, assegnando alle prime i ruoli e le immagini della dipendenza e ai secondi la costruzione e il destino glorioso dell’autonomia attraverso un vaglio culturale e di valori che assegnava (e assegna ancora) prestigio alla seconda e disconoscimento alla prima. La seconda virtù maschile, la prima condizione femminile, condizione sia di collocazione sociale che di fragilità, minorità soggettiva di ciascuna e di tutto il genere. Per scoprire poi, come ormai le donne hanno svelato, che la mitica autonomia maschile si avvale per sopravvivere della cura complessa, continua, invisibile che erogano fin dalla nascita i diversi e successivi soggetti femminili che stanno a fianco dell’uomo e ne rendono possibile la pretesa di indipendenza.

Ma senz’altro da tempo si è iniziato a erodere questa immagine dicotomica – una delle tante – che oppone l’ autonomia maschile come virtù alla dipendenza femminile come debolezza e minorità e a riconoscere il valore della dipendenza e la sua caratteristica di trama che intesse le vite di tutti e tutte.

Gli stessi uomini, quelli che ora hanno iniziato a riflettere sul loro genere, sulle storie e sulla storia che si è costruita per dare visibilità e valore di virtù maschia – con le diverse declinazioni che le varie epoche, le politiche e i saperi hanno rappresentato – a tutta una serie di atti e gesti reali e simbolici, riconoscono la debolezza di questi miti fondativi.

Non sono numerosi, ma indice di un percorso intrapreso, i richiami maschili a questa fragilità inconsapevole e combattuta con illusorie costruzioni di miti da un Io ingombro di sé, prigioniero di sé stesso, come scrive Ricoeur1.

Richiami alla necessità di convinzioni e di comportamenti relazionali che superino la solitudine di un io ingombro di sé stesso, inconsapevole dell’autoinganno della presunta autonomia, oppure consapevole ma incapace di porsi all’interno di un nuovo orizzonte di progettualità di sé. Si confrontano così due forme diverse di fragilità: la debolezza di un’autoreferenzialità che rifiuta di riconoscersi vulnerabile e bisognosa dell’altrui presenza e amore e la fragilità accettata, nelle delusioni e ferite che costituiscono inevitabilmente il prezzo di ogni esistenza nella perpetua, irrisolvibile tensione tra necessità del riconoscimento da parte dell’altro e bisogno di affermazione di sè. Un paradosso che non può prevedere alcuna conciliazione, ma soltanto un’apertura che va mantenuta tale poiché costituisce il paradigma di una concezione di libertà, che trova in filosofe e pensatrici del Novecento e nelle elaborazioni del pensiero femminista le sue formulazioni. Un discorso complesso che forse può riassumersi, anche se schematicamente, in alcune affermazioni. Sto parlando – e in buona compagnia2 – di una concezione di libertà che non si propone di controllare il reale ma semmai di rispondergli con le proprie scelte: una libertà responsiva, appunto, che si colloca nei varchi che si aprono tra ciò che accade senza che il nostro volere possa intervenire e la nostra possibilità di accettare eventi e circostanze volgendole al meglio possibile per noi. Una libertà che possiede le virtù soprattutto della plasticità, mutevolezza e che si basa sulla comprensione di ciò che noi siamo e diveniamo, anche plasmati e plasmate dalle necessità esistenziali, e sull’accettazione, il consenso rispetto a ciò che ci capita di essere, anche senza che sia una nostra scelta3.

Anche nel discorso d’amore, nella costruzione di una relazione di intimità tra due soggetti, riconoscersi reciprocamente dipendenti e dipendenti dalle condizioni in cui l’amore è nato ed è necessitato a vivere, diviene un riconoscimento di fragilità dei soggetti e della relazione che li lega, che – e di nuovo si presenta il paradosso, che il sentimento d’amore amplifica – rende più forte il sentimento e il rapporto, la capacità di riconoscimento e il rispetto della libertà di ciascuno.

Scrivevo recentemente che senz’altro l’amore non è cieco e certamente non acceca, anzi, semmai affina il sentire, il pensare che non si limita all’essere amato ma si espande ad altro, in un catena virtuosa che teoricamente non ha limiti. D’altronde è esperienza comune, quando siamo innamorati o innamorate il nostro sentimento diviene una espansione personale, che deriva – nuovamente un intreccio con la fragilità – dalla destabilizzazione, disorientamento che l’amore crea nel soggetto rispetto al suo mondo precedente, ai valori e priorità che l’hanno abitato. Questa precarietà ci svela più chiaramente la nostra mancanza e dipendenza, ci ricorda l’inevitabilità dei vissuti di vulnerabilità e ci chiama a renderci responsabili di questa stessa apertura verso il nuovo che ci muta e muterà. Un varco, una soglia che possono anche intimorire, costruire una paura patologica della dipendenza dall’altra persona che genera violenza. Soprattutto in chi non sa, si rifiuta di accettare la necessità esistenziale di questa dipendenza.

Ma l’amore ci indica ciò che è importante per noi, essenziale al nostro vivere e benessere e ci insegna che tutto questo si fonda sulla nostra mancanza, sul bisogno che abbiamo degli altri e delle altre: siamo soggetti carenti e incompleti, è la nostra un’ insufficienza costitutiva dell’ essere umani che ci insegna la necessità della relazione con cose e persone e che ci insegna quanto siamo fragili e vulnerabili.

E tutto ciò, già accennavo al paradosso, ci rinforza, poiché insegna i limiti, le soglie che forse non possiamo superare o che possiamo, sì, ma non soli o sole.

Se l’amore allora, grande maestro, ci parla di un soggetto dipendente, mancante, incompleto, bisognoso di relazioni e consapevole della sua condizione, questo soggetto – già lo dicevo – appare molto più vicino a un’immagine di femminile che di maschile. E si rovescia allora la tradizionale scala dei valori. Le donne, da sempre considerate inferiori per la loro condizione di dipendenza, appaiono ora i soggetti più intenzionali, più capaci di vivere il linguaggio delle emozioni e delle relazioni, di vivere l’amore con le opportunità che offre, con gli sviluppi di vita che consente, accettando, quasi fosse un dono, la coscienza di fragilità che regala.

Una strada che certamente non è sbarrata agli uomini, solo che se ne facciano protagonisti, un percorso che senz’altro conduce lontano dalla violenza.

Ma molto ancora dobbiamo imparare anche noi donne: a fare buon uso delle qualità o virtù che le nostre storie nel tempo ci hanno insegnato. Ho sempre pensato che il femminismo sia stato carente nei discorsi d’amore, sempre toccati e poi abbandonati per altre direzioni. Una mancanza che stiamo pagando: l’esempio che subito mi corre alla mente è quello della difficoltà con cui riusciamo ad accettare la fragilità e la dipendenza che si stabiliscono nelle relazioni con altre donne che, di qualunque natura siano, si sviluppano come profondamente coinvolgenti, e non sempre con segno positivo. Il bisogno di riconoscimento da parte delle amiche, compagne di intimità, imprese e avventure, molto spesso non viene espresso e la non ammissione di fragilità, lo sappiamo ormai, si trasforma in sentimenti negativi, violenti anche se non necessariamente nelle forme che usualmente attribuiamo agli uomini. Ancora incapaci, anche noi, di vivere l’amore e le relazioni con altre donne nell’accettazione della dipendenza che si stabilisce tra noi, nella vulnerabilità, particolarmente delicata, perché ci sentiamo tra simili, perché ci aspettiamo di più da un soggetto femminile. Nella fragilità propria di ogni rapporto che in qualche modo ci espone, abbiamo talvolta scelto l’ipocrisia del generico donne è bello, che ancora ci offre l’illusione di una solidarietà che deve però essere sempre messa alla prova, perennemente approfondita e criticata con tutti gli strumenti che il pensiero femminista, nella sua pluralità, ha saputo raffinare. È il compito infinito dell’amore, la nostra competenza e la nostra forza, che continuamente devono essere pensate, aggiornate, trasformate in nuove esperienze. Il perpetuo nostro affacciarci dalla soglia per capire chi siamo, per osare spingerci oltre, così fragili come sappiamo di essere.

* Docente di Pedagogia delle differenze di genere presso l’Università di Milano Bicocca

1

 Paul Ricoeur e Gabriel Marcel, Per un’etica dell’alterità. Sei colloqui, ed. Lavoro, Roma 1998, p.131

2

 I riferimenti, anche se non diretti sono a pensatrici come Hanna Arendt, Jeanne Hersch, Simone Weil, Maria Zambrano, accompagnate dalle interpreti più attente tra le filosofe italiane che hanno avviato e sviluppato la riflessione femminista

3

 Cfr. Wanda Tommasi, Ciò che non dipende da me. Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo, Liguori, Napoli 2016