I comportamenti oppositivi e provocatori in un bambino con disabilità

L’Analisi Del Comportamento Applicata (Applied Behavior Analysis-A.b.a) non è un “metodo”, ma una scienza applicata che prende decisioni educative e modifica strategie di intervento basandosi sulla raccolta e sull’analisi di dati, ha criteri di scientificità studia e si applica ai comportamenti significativi nella vita quotidiana.

Jarin Morelli*

Non dire bugie!”… “Vieni qui!!!”… “Ora basta!”…

Molte volte nel lavoro educativo ci troviamo a dover gestire improvvisi episodi di allontanamento o frasi inverosimili che ci lasciano smarriti e privi di strumenti se non quelli tradizionali del rimprovero, del richiamo o della sanzione, sia per porvi un immediato freno sia per impedire che vengano ripetuti in futuro.

Altrettanto spesso si avverte che tutto il lavoro fatto sia servito a poco e anzi, il fenomeno della “gara tra chi ha più pazienza”, e a chi la “spara più grossa”, si ripresenta puntuale, nonostante tutto.

La paralisi minaccia la possibilità di proseguire con l’intervento educativo e potrebbe venir meno il nesso fondamentale tra conoscenza pedagogica e materialità educativa, il “fare educativo” rischia di collassare per lasciare spazio a infinite domande e infinite risposte che non indicano un’azione pedagogica concreta e agibile; si vorrebbe vincere quel senso di frustrazione che fa nascere un allarmante pensiero: “io le ho provate tutte, con lui non si può lavorare, ma come è possibile?? cosa devo fare??? come?!”

Per poterci dare una possibile risposta a questo fenomeno e cogliere suggerimenti concreti possiamo considerare il vasto orizzonte della Analisi Del Comportamento Applicata (Applied Behavior Analysis). A.b.a si occupa di “modificazione di comportamenti significativi per l’individuo in ambienti naturali (Baer, Wolf & Risley 1968)”; non è un “metodo”, ma una scienza applicata che prende decisioni educative e modifica strategie di intervento basandosi sulla raccolta e sull’analisi di dati, ha criteri di scientificità studia e si applica ai comportamenti significativi nella vita quotidiana.

Includiamo quindi una molteplicità pressochè infinita di “modi di fare” che per eccesso o per difetto, rischiano di alterare la qualità della vita. I rapporti e i legami tra le dimensioni in gioco divengono così evidenti: comportamenti/abilità/autonomia/dignità. Potremmo proporre A.b.a in termini pedagogici come “analisi applicata del comportamento tesa alla promozione e alla conservazione della dignità dell’individuo”.

Perché focalizzarsi sul comportamento e isolarlo, in presenza simultanea e incrociata di emozioni, vissuti, transfert pedagogici, dinamiche familiari che mediano e intervengono nel vivere quotidiano, non si rischia di tralasciare qualche elemento fondante del processo educativo?

Aldilà di quanto potremmo dibattere in merito al concetto di “limite”, possiamo affermare che un limite esista, ma che questo riduzionismo sia necessario, funzionale e quindi all’apparenza riduttivo in termini ecologici. Se un vincolo ci apre la strada a nuove scoperte, possiamo allora definirlo “limite”?

Prima di ogni altra cosa, iniziando da una brevissima e non esaustiva disamina, il comportamento per sua natura presenta caratteristiche apprezzabili per uno studio a carattere scientifico: è oggettivamente osservabile e descrivibile, è misurabile ed è modificabile. Secondo l’approccio comportamentale inoltre segue alcuni principi fondamentali ai quali risponde, in primis quello del rinforzo positivo che suggerisce che fornire attenzione o approvazione ad un comportamento, ne aumenta la probabilità di emissione. Le leggi del comportamento sono quelle finora conosciute (Cooper J.O., Heron T.E., Heward W.L. 2007) e sottolineando “finora”, intendiamo e ribadiamo lo status di A.b.a, avere un approccio scientifico e naturalmente critico: mai statico e mai autoreferenziale, individualizzante, basato su dati e ricerche e non opinioni, sillogismi, pseudo teorie né tantomeno interpretazioni meramente filosofiche.

All’interno del percorso educativo di un bimbo di nove anni che esibiva alcuni comportamenti che potremmo definire “oppositivi e provocatori”, ho potuto utilizzare strategie “evidence based”, fondate cioè sulla raccolta dati per gestire e modificare tali comportamenti. Il bambino durante il percorso casa/oratorio in cui lo accompagnavo, scappava attraversando la strada anche una quindicina di volte, senza apparente criterio. Richiamato a tornare non rispondeva e anzi si poneva in situazioni di pericolo oggettivo; oltre ai comportamenti di “fuga”, il suo discorso e le narrazioni erano pervase da esagerazioni e iperboli (“Gioco nel Milan”; “Abbiamo fatto 50 goal!!!”) e affermazioni raramente aderenti a condizioni o storie di vita realistiche.

È quindi molto probabile che il bimbo, con diagnosi di “ritardo nell’apprendimento” che frequentava un luogo educativo tre volte a settimana, non ricevendo attenzione sufficiente dai caregivers per alcune azioni corrette lasciate passare come “normali”, abbia imparato a riceverne per comportamenti scorretti (ipotesi emersa a seguito di un’analisi funzionale), “bravate” o frasi incredibili; parte dei suoi comportamenti rischiavano così di porlo incontro sia a ingenti danni fisici, sia a mancare l’integrazione col gruppo di pari, dal quale avrebbe potuto subire bullismo o esclusione per le affermazioni iperboliche che era solito fare. Ho valutato quindi di poter intervenire su questi comportamenti, e di poterne fare emergere almeno uno nuovo alternativo e costruttivo.

Per avere criteri oggettivi ai quali attenermi ho definito il comportamento di fuga o allontanamento come “il procedere del bambino a una distanza maggiore di tre metri da me, in assenza di una richiesta di permesso/accordo su questo comportamento, durante il tragitto casa/oratorio”; gli episodi di comunicazione “inadeguata” sono stati definiti come comportamento vocale che non attenesse a fatti veritieri o autentici, riguardo all’età, alle condizioni economiche e socio culturali, evidente scenario di vita del bambino, e che fosse anche privo di espressioni attendibili o contenente frasi iperboliche ( “La mamma ha comprato una Ferrari”; “Ho fatto 50 goal”).

Il comportamento di comunicazione adeguata che intendevo venisse emesso con maggiore frequenza è stato definito come una comunicazione verbale che si attenesse ai fatti della giornata, racconti di avvenimenti in ambito famigliare, scolastico, o relativi al gruppo dei pari (“Ho fatto i compiti”; “Oggi abbiamo studiato Geografia”) e attinenti all’età, alle condizioni economiche, socio culturali, ed evidente contesto di vita del bambino, privi di frasi iperboliche (“Ho fatto un goal”), richieste di permesso (“Posso andare là?”) e anche dichiarazioni o espressioni di volontà (“Vorrei andare dai miei amici”) e richieste di permessi (“Posso attraversare la strada?”).

In ambiente naturalistico ho quindi seguito il percorso casa/oratorio insieme con lui, e raccolto dati sul numero di fughe e allontanamenti, e numero di volte in cui erano dette frasi iperboliche. Durante la raccolta dati pre-intervento agivo in modo non strutturato, richiamando il bimbo quando si allontanava e minimizzando le sue frasi incoerenti “insegnandogli le buone maniere” o correggendolo, senza dare granché importanza invece alle frasi adeguate che pronunciava.

In seguito, per due volte in una giornata (andata/ritorno), tre giorni a settimana e complessivamente sei settimane, per una durata temporale di sette ore totali, ho proceduto con una strategia combinata di “estinzione” e “rinforzo differenziale”; in linea con l’etica i comportamenti “pericolosi” venivano invece gestiti come emergenze e quindi, nel caso, prontamente interrotti e corretti.

Le strategie che ho inteso utilizzare sono una combinazione di “estinzione e rinforzo differenziale”; ciò implica sostanzialmente non fornire conseguenze (richiami, rimproveri, correzioni) a comportamenti inadeguati e fornire invece approvazioni differenti e attenzione, in modo immediatamente successivo all’emissione del comportamento adeguato; dapprima in modo continuo e successivamente per ogni comportamento corretto emesso e con una frequenza variabile (ved. Schemi di rinforzo, Estinzione, Rinforzo Differenziale, Comportamenti Problema). La stessa strategia è seguita ad ogni comportamento incompatibile con quello di fuga o comunicazione inadeguata, o che fosse alternativo o diverso (fuga /vicinanza – distanza di tre metri / prossimità; discorso iperbolico/ discorso veritiero; allontanamenti improvvisi/ accordo regole e permessi).

Venivano fornite attenzione e approvazioni solo a fronte di comportamenti che per quel momento e in quelle condizioni erano adeguati, e allo scopo di incentivare l’emissione di comportamenti nuovi, come ad esempio il dialogo libero su tematiche inerenti a fatti reali come la scuola, la vita in famiglia, le amicizie, ecc, venivano poste domande sull’andamento della giornata o altri eventi potenzialmente significativi per il bimbo.

La teoria, così come la letteratura e la ricerca applicata dimostrano che, con buona probabilità, si agiscono e apprendono/esibiscono in numero maggiore e con una maggiore frequenza, comportamenti che ricevono conseguenze positive per chi li emette (attenzione, approvazione, provocano un piacere di per sé) o ci permettono evitare conseguenze spiacevoli. Questi variano ovviamente da individuo a individuo, non a tutti piacciono le stesse cose e non per tutti sono spiacevoli altre, che uno stimolo possa o meno aumentare il numero o la frequenza di emissione di un comportamento si può solo osservare successivamente all’emissione di questo stimolo.

L’“attenzione” quindi vien vista come concetto matematico di |valore assoluto|, il segno “+” o il segno “–“ di un’azione a conseguenza di un comportamento, sono valori di merito o di giudizio estraneo al concetto di comportamento, è interpretazione soggettiva, è valore morale o estetico, quel che resta è numero, una cifra che ha un effetto; |5| è “5”, c’è quindi un qualcosa, un’azione, un gesto, uno “sbuffo”, un complimento, una risata, una reazione, che ha effetti sul comportamento altrui aldilà della nostra volontà.

Contrariamente quindi al nostro pensare e agire educativo, fornire conseguenze a comportamenti non corretti, senza fornire alternative o attenzione a quelli corretti, rischia di invertire il fine del dispositivo pedagogico che stiamo edificando e rischia di minarne le fondamenta. Non solo, il forte rischio è che si insegni questo meccanismo: mi sono comportato in un tal modo (modo che potrebbe anche essere in realtà scorretto) e ho riscosso attenzione; quindi se “mi comporto così riceverò attenzione” e quindi imparerò a comportarmi in un tal modo per avere gli occhi su di me. A ciclo inverso che fornirà attenzione rischierà di farlo solo nel momento in cui verrà esibito un tipo o una categoria di comportamenti, cominciando così una sequenza di apprendimento “per somma di errori” e di etichettamento da qualcuno definibile come “profezia che si autoavvera”.

Nei momenti in cui i comportamenti di fuga/allontanamento iniziavano, si ricordavano al bimbo le regole stabilite e condivise all’inizio del tragitto (“Dimmi quando ti allontani” o “Chiedi il permesso di allontanarti”); nei momenti in cui era la comunicazione a risultare compromessa da iperboli, si ignorava il comportamento inadeguato per alcuni secondi (un tempo variabile tra cinque e dieci) e si ponevano domande relative ad argomenti scolastici o a momenti della giornata del bimbo (“che hai fatto a scuola oggi?”; “ti sei divertito all’intervallo?”), in modo da ottenere risposte alle quali fornire approvazioni in caso di risposta attinente alla domanda, in modo che il bimbo imparasse nuovamente a ricevere interesse, a seguito di comportamenti adeguati.

I dati raccolti prima, durante e dopo hanno mostrato diversi tipi di apprendimento e decremento nel numero di “comportamenti problema”, quelli raccolti in cinque sessioni consecutive, dopo un intervallo di sei settimane restituiscono l’idea della stabilità dei comportamenti appresi.

Inizialmente nella raccolta dati pre-progetto, il bimbo scappava fino a undici volte, e usava linguaggio e semantica iperbolici per un numero di scambi comunicativi anche maggiore delle fughe.

Col passare delle sessioni, e attuando sistematicamente le strategie prima menzionate, dalla raccolta e dall’analisi dei dati emergeva che diminuivano sia gli episodi di fuga/allontanamento che di discorso inadeguato, e aumentavano gli scambi verbali corretti; al termine del progetto erano cessati, per tre sessioni consecutive, sia gli episodi di fuga che quelli di linguaggio “provocatorio”.

Per causa di forza maggiore, dovuto a vacanze del periodo estivo, si è dovuto interrompere il progetto, ma a distanza di sei settimane si è rivalutato il set di comportamenti e si è notato come quelli appresi in precedenza fossero rimasti stabili: il bimbo non scappava più, e parlava con un linguaggio adatto e proprio per la sua età.

I risultati ottenuti sono significativi e apprezzabili sia per il bimbo che per i soggetti coinvolti nella sua educazione; gli attori coinvolti nel percorso educativo definirono la situazione “normale”, che il bambino ora “si comporta bene” e si poteva avere un dialogo “semplice e non forzato” o mediato da frasi colme di esagerazioni.

Pare quindi che la modalità di espressione verbale e il seguire percorsi accanto all’accompagnatore fossero state generalizzate, cioè apprese, mantenute e agite indipendentemente che il bimbo fosse con un educatore in particolare. Generalizzare la manifestazione di un comportamento è uno dei fattori chiave per affermare che questo sia stato consolidato e reso spendibile nel quotidiano, inoltre evita che si creino dipendenze da uno o dall’altro operatore. Inoltre era riferito che gli altri bimbi giocavano “più spesso con lui”, gli educatori coinvolti nel lavoro di supporto riferivano che “non c’è più paura che si debba rincorrerlo”, “prima di allontanarsi indica dove intende andare”, “non scappa più da un lato all’altro della strada”. Non sono stati impiegati o acquistati strumenti né vi è stata modificazione intenzionale del setting, atti all’esecuzione del progetto pedagogico. Si potrebbe affermare quindi che con semplici strategie, apprese attraverso formazione e un’attenta e costante supervisione, si possano ottenere risultati degni di nota, riguardo all’inclusività, all’individuo in sé e all’intero sistema di riferimento di vita del bambino.

*Pedagogista e analista del comportamento

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