La narrazione di sé: raccontare e raccontarsi nella vecchiaia

Narrare e narrarsi significa comunicare, dal latino “communio”, indica l’azione del mettere in comune. La comunicazione è partecipazione, trasmissione, diffusione, scambio e condivisione. Non di rado le condizioni dell’anziano rendono la comunicazione difficoltosa, caratterizzata da vocaboli e pause, silenzi e parole, che tratteggiano il profilo di volti segnati dal tempo.

Valentina Piazzi*

«Ogni vita è una enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili»1. Così scriveva Italo Calvino. Ognuno di noi ha una storia che inizia con la sua venuta al mondo o ancora prima nel ventre materno. È da qui, da questo inizio di qualcuno e non di qualcosa, come scrisse Sant’Agostino, che inizia il nostro racconto. La narrazione di sé, il cosiddetto racconto autobiografico è fondamentale da un punto di vista educativo. Conoscere la storia di vita di un soggetto permette di progettare interventi che rispondono alla personalizzazione e individualizzazione dell’azione educativa. Se vogliamo conoscere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual’è la tua storia?” Demetrio scriveva che per sturare una ferita, per colmare un vuoto, per non dimenticare, per ri-orientarsi e per prendere coraggio è necessario raccontarsi. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità2. L’educazione è relazione tra persone che scambiano esperienze attraverso la narrazione e l’ascolto reciproco: l’educazione avviene attraverso una relazione3 e si compone di quella relazione che permette di aprire nuovi punti di vista e riflessioni. Il bisogno di raccontarsi, il bisogno di narrare è qualcosa di arcaico: sin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato nella con-divisione del suo racconto una sottrazione di peso, una sorta di leggerezza del vivere. Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia. Secondo Bruner il pensiero umano è essenzialmente di due tipi: logico-scientifico e narrativo. Quest’ultimo, presente sin dalla primissima infanzia, si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni dell’uomo, delle vicissitudini e dei risultati. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio. Perché l’altro si racconti è necessario che si creino le giuste condizioni: colui che ascolta, deve rispondere al racconto in modo empatico, gestendo le proprie emozioni, mostrando vicinanza e non dimenticando che noi abbiamo una mente e gli altri hanno una mente. L’identità della persona è in continua trasformazione e la narrazione è sì una riflessione sul passato ma deve essere soprattutto uno strumento per la costruzione del futuro, che permette di immaginare alternative. Come da qualsiasi narrazione, sia essa un libro, un racconto, nuovo o antico, dalla narrazione di sé si impara. Ogni qualvolta raccontiamo qualcosa di noi, lo doniamo all’altro ed esso ne riceverà un insegnamento, giusto o sbagliato, e noi, dal canto nostro, avremmo imparato qualcosa di nuovo. Le forme di non autosufficienza che colpiscono l’anziano sono molteplici e toccano il pensiero, l’agire, la libertà la coscienza e il sapere. Ciò che la condizione di non autosufficienza va ad intaccare è lo sguardo sulla vita stessa, sulla propria biografia ed identità. Dinnanzi a ciò è richiesto di accogliere la biografia e la storia personale dell’anziano, il suo raccontarsi, il suo vissuto, i suoi valori, i suoi desideri, le sue attese, le sue memorie, i suoi rimpianti. L’immagine di questo tempo è la decadenza, l’insulto, lo spegnersi dello sguardo, che diventa assente, quasi straniero a se stesso, alla propria vicenda esistenziale. Un volto e uno sguardo, apparentemente senza storia e senza memoria, come di una pagina altra della propria biografia. È quasi una morte anticipata dentro occhi che non vedono, orecchie che non sentono, sguardi che sfuggono e si perdono, pensieri smarriti e lontani, divenuti incomprensibili4. Il bisogno di comunicare, di raccontare e raccontarsi è forte nell’anziano che vuole essere riconosciuto e accolto. E allora, tra memoria ed oblio, tra capacità di raccontare di sé e raccolta di informazioni da fonti, perché non provare a fare un salto nel tempo? Il ricordo più antico, la paura, il maestro di scuola, il mare, il libro, la musica, il maestro di vita, la sconfitta. Invitare gli anziani a parlare in gruppo o in forma privata di questi argomenti può essere il punto di partenza del viaggio alla scoperta delle vere storie degli uomini e delle donne. Narrare e narrarsi significa comunicare, dal latino “communio”, indica l’azione del mettere in comune. La comunicazione è partecipazione, trasmissione, diffusione, scambio e condivisione. Non di rado le condizioni dell’anziano rendono la comunicazione difficoltosa, caratterizzata da vocaboli e pause, silenzi e parole, che tratteggiano il profilo di volti segnati dal tempo. Ciò nonostante permane il bisogno di comunicare ed essere ascoltati. L’ascolto richiede un continuo esercizio e sensibilità da parte delle persone significative per il soggetto. Negli anziani si verifica un’incursione del passato nel presente, le esperienze passate sono vivide e possono essere rese attuali da un gesto, una parola, un profumo. L’ascolto dell’anziano può aiutare nel non favorire questo attaccamento al passato. «Devono essere ascoltati perché a volte si sceglie troppo al loro posto, invece devono essere loro a scegliere … C’è da fare un grande lavoro sull’ascolto, ci si deve abituare ad interpretare qualsiasi manifestazione che consenta di capire cosa va bene per la persona»5. La comunicazione non avviene solo con le parole, occorre quindi accogliere ogni racconto dell’anziano arricchendolo di tutti quegli elementi che appartengono anche alla comunicazione non verbale; questa ci dice molto della persona e chiarisce come interpretare le parole che vengono dette. Perché una persona si senta libera di raccontarsi è necessario che colui che ascolta si ponga nelle giuste condizioni per accogliere il racconto. Ciò che non funziona sono gli atteggiamenti che banalizzano: meglio un atteggiamento partecipe o un commento che accoglie la paura o la sofferenza piuttosto che la ricerca affannosa di parole o gesti inutili. Sono da evitare poi atteggiamenti e parole atti a negare, quando vi sia l’evidenza dei fatti, meglio rispondere alle emozioni. Ciò che funziona è l’attenzione, è il far capire che si sta cercando di comprendere, è il verificare ciò che si è percepito, ripetendo per esempio con altre parole quello che si è capito, è il dare una comunicazione di ritorno all’altro o anche solo un cenno di assenso percepibile, che confermi all’altro di essere in contatto e di avere l’attenzione richiesta. Ad incidere sulla condizione emarginata dell’anziano non sono tanto i fatti relativi al declino fisico e intellettuale, ma quelli relativi all’integrazione sociale. Si parla di decadimento della memoria, in particolare di quella relativa a fatti recenti, in termini di riduzione delle cellule corticali attive o ad un loro malfunzionamento, ma si può anche vedere questo fenomeno da un altro punto di vista, come un disinteresse degli anziani, non sempre cosciente, a ricordare fatti e narrare vicende che non possono più incidere sul loro modo di esistere, dal momento che la persona anziana non è più in rapporto dialettico con la vita e le sue vicende6. La pedagogia è uno strumento forte per leggere e interpretare i bisogni dell’anziano; essa infatti possiede tutte le prerogative per ridefinire il concetto stesso di vecchiaia, non come qualcosa che non solo distrugge ma come qualcosa che forza il cervello ad aprire nuove strade, ad inventare nuovi modi di fare e dire le cose, diversi dai nostri ma, non per questo, non umani. Quello dell’anziano è lo sguardo di chi invoca il rispetto del proprio passato ma anche del presente, è lo sguardo di colui capace di memorie lontane e di racconti ancora veri e che chiedono ascolto. «Lasciatemi la speranza di essere ascoltato. Beati quelli che sanno farmi rivivere, evocandoli, i ricordi del bel tempo passato. Beati quelli che, incontrandomi, mi sorridono e mi regalano il loro tempo. Beati quelli che non dicono mai: questa storia me l’hai già raccontata cento volte. Beato chi mi ha ascoltato, soprattutto quando non ho chiesto»7.

A Giulia, che si raccontava, come solo le persone un po’ più speciali sanno fare.

*Laureata con lode presso l’Università Cattolica di Milano nel 2015. Attualmente si occupa dell’educazione di bambini speciali presso le scuole del Cantone Ticino.

1D. Demetrio, Pedagogia della memoria per se stessi e per gli altri, Roma, Meltemi editore srl, 1998, p. 51

2Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi Edizioni, 2001, p.153

3Giuseppe Mari, La relazione educativa, Brescia, La Scuola, 2009, p. 5

4Mozzanica Carlo Mario, Cento parole di prossimità. Sulle strade di una prossimità esigente senza distanze di sicurezza, Milano, Centro Ambrosiano, 2007, p. 186

5Valentino Nicola, Pannoloni verdi. Dispositivi mortificanti e risorse di sopravvivenza nell’istituzione totale per anziani, Cuneo, Edizioni Sensibili alle Foglie, 2006, p. 67

6Valentino Nicola, Pannoloni verdi. Dispositivi mortificanti e risorse di sopravvivenza nell’istituzione totale per anziani, Cuneo, Edizioni Sensibili alle Foglie, 2006, p. 128

7Mozzanica Carlo Mario, Cento parole di prossimità. Sulle strade di una prossimità esigente senza distanze di sicurezza, Milano, Centro Ambrosiano, 2007, p. 213, 214

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