Autobiografia familiare

Per scrivere la nostra autobiografia familiare è necessario immergerci nell’atmosfera del tempo dei nostri avi, sentirci a casa in quelle atmosfere, riviverle.

Bruna Graziani*

Possiamo parlare di autobiografie familiari quando l’autobiografo non parla solo e tanto di sé ma della storia della sua famiglia, magari a partire da qualche avo più o meno lontano. Presuppongono che il soggetto abbia origini lontane, o in altre parole, che per capire chi siamo adesso occorre capire da dove veniamo. Da dopo Freud la consapevolezza che noi siamo gli eredi di un passato che va anche al di là dei nostri genitori e nonni si è fatta più diffusa e queste autobiografie lo testimoniano. Si avvalgono di documenti scritti e orali, di racconti riportati, di foto, di ricostruzioni d’epoca e infine di immaginazione. Al loro centro c’è pur sempre il soggetto che scrive ma solo perché è lui che raccoglie e gestisce quel materiale ed è lui l’ultimo venuto. Così funziona Care memorie di Marguerite Yourcenar (1903-1987). Tutto parte con la descrizione della sua nascita e della quasi contemporanea morte della madre, Fernande, ma subito dopo l’autrice cerca di ricostruire la vita che conducevano i suoi avi. L’ispirazione le viene guardando il cimitero dove sono sepolti:

«Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a stabilire un rapporto fra le persone giacenti qui e me. Ne conoscevo personalmente solo tre, i due zii e zia, che però avevo perso verso il mio decimo anno. Avevo appena attraversato Fernande; per qualche mese mi ero nutrita della sua sostanza, ma di questi fatti avevo una conoscenza altrettanto fredda quanto una verità di manuale; la sua tomba non mi commuoveva più di quella di una sconosciuta di cui mi avessero raccontato per caso la fine. Ancora più difficile era immaginare che quell’Arthur de C. de M. e sua moglie, Mathilde T., sui quali sapevo meno cose che su Baudelaire e sulla madre di Don Juan d’Austria, avessero portato in sé alcuni degli elementi che mi compongono. […] Dopo gli innumerevoli incroci che fanno di ciascuno di noi una creatura unica, come indovinare la percentuale di caratteristiche morali o fisiche che mi avevano trasmesso? Tanto varrebbe analizzare le mie ossa per studiare e pesare i minerali di cui sono composte. Se poi, come ogni giorno di più tendo a credere, non sono soltanto il sangue e lo sperma a farci ciò che siamo, ogni calcolo del genere era falso in partenza. Tuttavia Arthur e Mathilde si trovavano al secondo incrocio dei fili che mi riallacciano al tutto. Qualunque ipotesi facciamo sulla strana zona d’ombra dalla quale siamo usciti e nella quale rientreremo, è sempre un errore eliminare dalla nostra mente i dati semplici, le realtà banali eppure anch’esse così strane che non combaciano mai completamente con la nostra realtà. Arthur e Mathilde erano i miei nonni. Io ero la figlia di Fernande.»1

Si può prendere spunto da questo brano per costruire a nostra volta autobiografie familiari. Prima di tutto occorre documentarsi sull’epoca e la cultura. Ma poi bisogna saperla immaginare, rivivere e risentire in sé. Non bisogna cioè dare solo dei dati estrinseci ma provare a calarsi in quel mondo.

I luoghi sono molto importanti. Auerbach ha scritto una volta che Balzac era stato capace di descrivere i luoghi abitati dai suoi personaggi come «unità organiche, anzi demoniache»; «ogni fatto infatti si trasformava per lui in un’atmosfera morale e sensibile di cui s’imbevono il paesaggio, la casa, i mobili, le suppellettili, gli abiti, i corpi, il carattere, il comportamento, il sentire, l’agire e la sorte degli uomini, e in cui poi la situazione storica generale a sua volta appare come un’atmosfera totale abbracciante tutti i singoli spazi di vita». È proprio quello che qui ha fatto Yourcenar ed è quello che dobbiamo fare noi se vogliamo scrivere dei nostri avi: dobbiamo immergerli nell’atmosfera del loro tempo, e dunque, di conseguenza, dobbiamo sentirci a casa in quelle atmosfere, riviverle.

Non dobbiamo però fingere che siamo, sentiamo, pensiamo, parliamo come loro. Ecco perché conviene adottare una modalità ipotetica: Yourcenar si fa delle domande su cosa sentissero quei personaggi e prova a darsi delle risposte, ma lo fa sempre in modo dubitativo. In effetti il titolo originale del libro è Mémoirs pieux; e noi dovremmo proprio essere capaci di pietas storica nel raccontare come (forse) sono stati i nostri avi. Avremmo così pietà anche di noi stessi, se è vero che c’è qualcosa in loro che perdura in noi.

*Autrice, collabora con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari ed è titolare de la scuola di scrittura autobiografica e narrativa Il Portolano.

1 M. Yourcenar, Care memorie, p 42., Einaudi, Torino, 2007

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