Il colore del gelso

Ogni scrittura è un’esposizione, aperta o meno, in cui attraverso la maschera sottile della finzione l’autore si fa vedere, si lascia vedere. Anzi, direi di più, si lascia vedere ben oltre quel che di sé vorrebbe mostrare.

Angelo Villa*

Perché si scrive? Cosa ne connota l’esigenza, in non pochi casi, forse la maggioranza, l’impellente, indilazionabile necessità? La psicoanalisi ha posto in primo piano il ruolo fondamentale della parola nel processo terapeutico, sino al punto da meritarsi l’appellativo di “talking cure”. Parlare, o meglio, dire permettere a una soggettività di prendere forma, di uscire da una segregazione che sintomaticamente la rinchiude nella sofferenza. In un silenzio, cioè, che è,per l’appunto, un non detto, un segreto che però cerca voce magari nel corpo o nei vissuti carichi d’angoscia. In questo senso, parlare o dire è, letteralmente, prendere la parola, appropriarsene, lasciando così finalmente spazio a una verità a lungo trattenuta.

Dire quindi non è banale azione, ma un atto. Cosa aggiungere? Dire è dire a qualcuno, esporsi affinché un altro intenda. Spesso, se si pensa a un ambito familiare, dire a qualcuno che, per una ragione o un’altra, è “sordo”, cioè non vuole o non può sentire, oberato dai suoi stessi sintomi.

É la ragione, in fondo, per cui l’afasia di chi finalmente esce dal suo stato è correlativa alla sordità di chi non ascolta. Un circolo vizioso che la parola si impegna a spezzare. Per dire che cosa? Il contenuto è relativo alle contingenze che la determinano, meno al senso profondo che la abita, quello cioè che porta a dire: io ci sono, e la prova di quel che sono, di ciò per cui io sono compare in quel che io dico. Tu che ascolti e che mi hai ascoltato senza mai ascoltare sei ora confrontato con le mie parole che ora finalmente esprimono la realtà del mio essere. Quell’identità che ho negato a me stesso, davanti all’altro. O, più esattamente, a quell’altro che sei tu. O, anche, tu.

É una logica di questo genere che il dire è chiamato a esplicitare nel momento stesso in cui la parola, una parola piena, avrebbe detto Lacan, si fa strada nell’enunciato di un individuo. Mutando, di conseguenza, la posizione del parlante e, si spera, quella dell’ascoltatore. Dire è, in questo senso, un farsi riconoscere, un volere farsi riconoscere che, come tale, non può non indirizzarsi a un altro individuo, a qualcuno, insomma, che c’è.

Il dire implica così la dimensione del vivente, poiché è un essere umano che si rivolge a un altro.

È un atto che, affinché abbia valore, si esplica davanti, di fronte a un altro. La questione è assolutamente essenziale, tanto essenziale da costituirne il cuore. Se il dire, infatti, comporta una fatica è perché tale fatica si traduce in quel che si può tranquillamente configurare come un atto di coraggio. Ma, quel che qui importa sottolineare, è come tale atto reperisca la sua condizione d’esistenza in rapporto alla vita stessa, al suo dispiegarsi. Non si può dire a qualcuno che non c’è più. O, anche semplicemente, che non è lì.

Per la scrittura, il processo è differente. Chi scrive non ha nessuno davanti a lui: è la condizione della sua stessa libertà. Di fronte, ha solo quello spazio potenzialmente illimitato e perciò fonte inesauribile di angoscia: il foglio bianco. Non deve misurarsi, almeno apparentemente, con lo sguardo, l’esserci di un altro, per quanto tale presenza possa essere ospitata, desideratamente o meno, nella sua mente, assillando la sua immaginazione. Cosa dirà? Cosa penserà l’altro, come giudicherà quel che scrivo? L’altro è, dunque, presente, ma comunque, al momento, non è lì. E la distanza può far sentire a maggior agio lo scrivente, allentando i vincoli inibitori. La letteratura, lo dice il vocabolo stesso, rinvia per sua intima vocazione alla lettera. E, quindi, che cosa è mai una lettera se non uno scritto che un individuo invia a un altro…

È, del resto, impossibile che quando una persona scrive un testo letterario non abbia in mente qualcuno, un possibile destinatario, prima di un pubblico, di un target di riferimento. Si parla a qualcuno, si scrive a qualcuno, ma lo scenario cambia considerevolmente. Infatti, quando si scrive un racconto, una poesia, un romanzo può ben essere che l’altro presente nella mente dello scrivente non lo sappia nemmeno, non ne venga a conoscenza. Per più d’una ragione o, forse, anche per la banale motivazione che è scomparsa. Se il dire comporta la presenza, la scrittura abita l’assenza, vi si installa al suo interno. Un lavoro letterario è un testo che, come il messaggio nella bottiglia, va nelle mani di chi lo raccoglie, tutti e nessuno, in linea di massima. Chi scrive lo sa. O, meglio, sa che non sa in quali mani finirà il suo scritto. E, dunque, offre il suo lavoro a un’infinità di lettori di cui non conosce il volto, i gusti, la personalità…

Lo scrivente cerca un riconoscimento, indubbiamente, a suo modo. Ma, non è quello della parola.

Cosa cerca, dunque? La fama, l’onore, può essere. Il farsi riconoscere come uno scrittore, un grande e sensibile scrittore? Diventare noto, insomma, lusingare la propria vanità, incrementare il proprio narcisismo? O, ancora… Sia come sia, è una strada che non intendo sviluppare, tanto prossima com’è a uno scontato moralismo. Preferisco soffermarmi su un altro punto, più interessante. E, anche, più decisivo.

O dello scrivere

Se la scrittura ha a che vedere con l’assenza, l’andare dalla lettera alla letteratura comporta, come si è appena detto, l’accentuazione del tema della mancanza. È un fossato che man mano si allarga e che scava sempre più una distanza tra il riferimento a uno specifico destinatario, un volto, un corpo e i lettori, cioè gli altri, un insieme nel quale la particolarità si disperde, si confonde pirandellianamente. Una trasposizione che finisce per convocare lo scrittore al confronto serrato con sé stesso, con quello che deposita nel suo testo. La questione di fondo allora muta, se rapportata al dire. Lì si riconduceva a un “io ci sono”, qui assume una portata ancor più ontologica, se così si può dire, perché lo scritto porta a evidenziare un “ecco quello che sono”. Lo scritto mi riflette, mi fissa impietosamente e nel contempo mi offre, senza vergogna, allo sguardo, alla curiosità o alla malignità altrui. È per questo che lo scritto solleva mille e mille reticenze, il desiderio di provarci e poi di lasciar cadere. Come si mostra nello splendido Bartleby e compagnia di Vila-Matas, costruito a partire dall’enigmatica e in quietante figura del celebre racconto di Melville. O, altrimenti, può causare cupe riflessioni sul suo valore e senso definitivo, come in Tommaso d’Acquino o Beckett o, che ne so, Virgilio, mirabilmente e angosciosamente ripreso da Broch nel racconto della tentazione, provata dal poeta mantovano, di bruciare l’Eneide, il suo capolavoro letterario. Sì, distruggerlo, annullarlo, ridurlo in cenere. Nella lettera indirizzata agli editori che accompagnava il manoscritto del Tractatus, Wittgenstein precisava che in realtà nessuno ha bisogno di scrivere un libro, essendo dato che ci sono ben altre cose da fare nel mondo!

E, dunque? Lo scritto è uno specchio attraverso il quale l’autore intravede, in maniera più o meno opacizzata, lo spettro della propria morte, la mancanza, l’assenza più crudele e, insieme, inevitabile. La morte, aggiungerei, in una doppia accezione. La morte legata a quel che l’autore lascia, ed è il motivo per cui lo scritto ben si presta a candidarsi come un elemento privilegiato per ordinare un bilancio che è il bilancio (oggettivato, inaggirabile) di un’intera produzione e quindi di un’intera esistenza. Ma, ancora, la morte come momento saliente di una vita, dinnanzi alla quale l’autore, ancora vivente, vuole trasmettere qualcosa di quel che lui ha colto nella sua esperienza d’essere al mondo. Più che un bilancio, in questo caso, lo scritto si pone, anzi si propone come una testimonianza, un dono che l’autore vuole fare a quelli che verranno dopo di lui . Un tentativo, forse, di accettare la morte, ma nel contempo di scavalcarla o quanto meno di offuscare il taglio che la stessa ferocemente traccia nel susseguirsi delle generazioni. La morte spezza, il testo, simbolicamente, prova a riannodare, a comporre una trama invisibile, nel momento in cui, contrariamente a quel che accade ne Le mille e una notte, non riesce più a procrastinarla. Lo scritto è una resa alla morte e, nel contempo, una resistenza tenace, simile a quella di Penelope che disfà e rifà l’ordito della sua tela.

Ora, tra il bilancio e la testimonianza, non sempre distinguibili tra loro, perché spesso la testimonianza è il bilancio, offerto, di una vita e il bilancio una testimonianza, raccolta e riassunta, della stessa, si consuma quell’azione che rende possibili entrambi, cioè la confessione. È a questo che, in definitiva, è destinata (o condannata) la scrittura letteraria, specie, ovviamente, quando è autobiografica. Anche se è lecito domandarsi quando non lo sia, in fondo. Ci si ricordi, tanto per fare un esempio, della celebre affermazione di Flaubert: “Madame Bovary, c’est moi!”. Ogni scrittura è un’esposizione, aperta o meno, in cui attraverso la maschera sottile della finzione l’autore si fa vedere, si lascia vedere. Anzi, direi di più, si lascia vedere ben oltre quel che di sé vorrebbe mostrare. Se la finzione lo copre, lo nasconde, tanto da ambire a confonderne i tratti, dissimulandoli, l’esposizione lo denuda o, più veridicamente, lo mette in balia delle infinite proiezioni altrui, grazie alle quali ciascun lettore lo riveste degli abiti che la propria fantasia gli detta. E così il gioco tra chi scrive e chi legge prende forma, sino al punto da non comprendere più bene di chi sia realmente lo scritto. Di chi ha depositato delle parole su un foglio o di chi li le ha riprese e le ha donato non una nuova vita, ma un’altra. Una delle tante, quanti sono i lettori o meglio ancora quanti sono i fantasmi che si infilano nella psiche del lettore. Uno stesso libro letto anni dopo o in un diverso momento della propria esistenza procura altri pensieri, idee, sentimenti…

Dunque, torniamo a quanto accennavamo in precedenza. Nella lettura o nella rilettura il libro rivive, nasce a nuova vita. Cioè, il libro rigenera, ricrea, quasi inesauribilmente, la vita, ripropone la sfida tra la morte e quel che le resiste.

Per questa ragione, quindi, una narrazione autobiografica lo è ancor di più di altre, per quanto, insisto, il rapporto tra il biografico e il non apparentemente biografico sia poi, alla fin fine, più labile di quel che si pensa. I ricordi si formano, insegna Freud, cioè appaiono contaminati dai vissuti, dalle emozioni, dagli stati d’animo inconsci che il tempo rende attuali nelle varie vicissitudini della quotidianità. Narrare è far uscire da sé quel che vi soggiornava dentro e, poi, lasciarlo lì, affidandolo al lettore più ignoto, in verità, perché il libro veicola quel che trasmette di una vita, di un esser stato al mondo. Affinché resti, a suo modo, nel mondo.

Per Zeno, il protagonista del romanzo di Svevo, scrivere potrebbe essere una terapia, e forse, in taluni casi, lo è. Ma, l’appello alla vita che la scrittura promuovere è più forte, proprio perché sfugge di mano al suo autore, come i figli a un genitore.

Il giardino e l’ombelico

Da questa prospettiva, leggere comporta il rifarsi a quella fonte di vita che il libro porta, a quelle pagine che osano attraversare la morte, la scomparsa, l’assenza. Quando uno legge, lo fa da solo.

Lì ritrova o pensa o cerca di ritrovare l’altro o, forse, chissà, sé stesso. L’esperienza della lettura assume un carattere ancor più intimo, non facilmente descrivibile quando il lettore si trova dinnanzi al testo autobiografico di una persona cara che, purtroppo, non c’è più. Si scorrono le parole vedendoci dietro l’autore, il suo corpo, il suo esserci, i suoi umori… Lo si avverte come se lo si afferrasse con lo sguardo, con la mano… E, insieme, a lui, ci si ricordasse di noi, di come si era e di come la morte, la maledetta morte aspetti, a sua volta, anche noi.. È la meteora angosciante di un brivido, l’allarme di un buio che improvvisamente si espande, ma, nel contempo, è un brillio nero che ne rilancia un altro, di segno opposto con cui sembra quasi confondersi e che celebra il miracolo fugace della vita, il suo scomposto animarsi.

Salvatore Guida era un amico, un compagno di strada. Un numero speciale, a pieno titolo, di “Pedagogika.it”, ne ha ricordato la figura. Ora ne parlo, invece, a partire da un libro che raccoglie momenti della sua vita e che passa come un testimone, nel senso proprio della vita, ai nipoti: Giardino sicano.

Salvo riprende i termini di quella motivazione a scrivere cui poc’anzi accennavo. Come se in un tempo, fuori dal tempo, ci fossimo parlati prima di comporre quest’articolo: «Perché scrivere, perché scrivere di sé? Ho dato altre risposte in altri momenti; oggi mi posso, e vi posso (ndr: si rivolge, per l’appunto, ai nipoti), rispondere che scrivere è anche confessarsi. Scrivere è poter riprendere brandelli di vita sciupata o mal vissuta, poterci tornare sopra, studiarsi con occhio anche pesantemente autocritico e cercare di riposizionare sentimenti e ricordi in un modo tollerabile e, soprattutto, comunicabile. Significa anche saper uscire dalla vertigine di sapersi al centro di uno strano gioco di relazioni dovuto all’età ed alle strane combinazioni che la vita, a sorpresa, riserva. Sapere che sei, insieme, figlio, marito, padre e nonno e chiedersi se tutti questi ruoli sei, davvero in grado di reggerli»1. E poco dopo: «É probabile che io, come tanti, del resto, abbia, senza averne piena consapevolezza, qualche conto aperto su cui debbo ancora ragionare e sul quale vorrò ancora scrivere, ma sono paziente, della pazienza siciliana che dilata le emozioni all’infinito e stravolge la sensazione del tempo piegandola alla necessità. Significa, infine, tollerare il dubbio che possa interessarvi qualcosa di come io elaboro le mie frustrazioni, coltivo pensieri e ripensamenti, interrogo il mio ombelico»2.

Curioso riferimento! Nella sua famosa interpretazione dei sogni, Freud, sempre lui, indica in quel che denomina come l’ombelico dei sogni la parte della sequenza onirica che resiste alla presa dell’ermeneutica, alla sua traduzione in un significato esplicativo. L’ombelico, d’altronde, non parla, è un centro sì, ma silente. Visibile, toccabile, ma muto. Se Bivona, il paese di Bivona è la metafora per un racconto, l’ombelico è la metafora di una biografia: è il centro che le sfugge, che vi si sottrae e, insieme, la fonda. Ma, un racconto, un racconto autobiografico non è esattamente un sogno. Provocando il signor Lapalisse possiamo autorizzarci a ritenerlo… un testo. Vale a dire, un materiale scritto che si offre a noi e che invita, piacevolmente, a rintracciarvi quell’ombelico che magari all’autore non è chiaro. E se fosse che proprio da quel punto misterioso, da quell’ombelico che la vita, lo spirito irriducibile di Salvo ci parlasse?

Del poter sorridere

Ho sempre conosciuto l’autore di Giardino sicano come un uomo sinceramente allegro, una qualità che gli ho sempre invidiato. Leggendo il suo racconto ne ho avuto ulteriore conferma.

Due episodi mi si sono fissati nella memoria, il secondo ancora di più, perché mi ricordo d’averlo sentirlo ricostruire da lui stesso, in una serata a casa sua.

Ecco il primo. Siamo in Sicilia, negli anni sessanta e Salvatore con due cugini si avventura fuori dal paese per andare alla ricerca della mitica grotta di San Filippo. I ragazzi vi si avvicinano e l’approccio, ormai verso l’imbrunire, a quel luogo tenebroso, avviene in un incedere che assume le tonalità di un romanzo gotico. Una volta avvistata la caverna, il gruppo di ragazzi procede con rinnovata energia, più speditamente di prima, la curiosità frammista alla paura è più forte della stanchezza: «…provammo ad infilarci nello stretto e basso ingresso, quando fummo raggelati da due imprevisti suoni: prima di un ringhio che non riuscimmo ad identificare; non nascondo d’aver pensato a un lupo, per quanto potesse apparire improbabile, dato che le notizie che avevo parlavano di una sua pressoché totale estinzione.»3 A un certo punto, una voce bassa da gran fumatore (la precisazione è singolare, poiché anche Salvatore lo era!) intima: “Cu è ?”, cioè: chi è?

Il botta e risposta che ne segue sembra uscito da una pièce teatrale di Beckett o di Ionesco, quando l’assurdo sfocia nel comico. Scrive Salvatore: «Risposi subito, come avevo sentito dir da mio padre che bisogna fare quando si incontra, di notte, gente armata: “Amici”»4. Al che l’altro ribatte (Salvatore traduce), giustamente e comprensibilmente: “Amici di chi?”. Non si capisce bene se irritato o insospettito da quella dichiarazione d’amicizia avvolta nel mistero. È qui che il breve dialogo tocca il suo vertice di paradossalità nel suo cercare una legittimazione nella più artificiosa delle non spiegazioni: la tautologia. Salvatore replica, infatti: “Di chi mi conosce!”. Come, del resto, potrebbe essere amico di chi non sa chi è? L’uomo della caverna spazientito o, chissà, frastornato da questo scambio di battute piuttosto scombinato taglia corto con un “Di chi sei figlio?”. Peccato, perché se fosse proseguito ancora un poco l’esilarante siparietto sarebbe stato causa di puro godimento per il lettore. Temo però che la sua rapida conclusione avesse a che vedere con la scarsa propensione dell’ospitale pastore a stare al gioco di quel dire così sfuggente, enigmatico. L’abitante della caverna si rivelerà infatti più che accogliente nei confronti dell’impaurito gruppo di ragazzi. Il fucile che imbracciava era scarico: è lui, tutto divertito, a comunicarlo a Salvatore e ai suoi compagni. La sua generosità è quella autentica, del cuore che solo i poveri sono capaci di offrire. «Ci offrì da mangiare pane, formaggio pecorino e “tuna” un altro formaggio che voi conoscete in versione cittadina, il cosiddetto tomino»5

Ecco il secondo. Riguarda la nonna Antonietta, detta “Ninidda”. Personaggio dai tratti marcatamente isterici che quando voleva attirare l’attenzione si metteva a piangere, si alzava «e, nonostante solitamente camminasse a passetti piccoli e lenti, si metteva a correre alla finestra gridando: “mi jettu!”, mi butto giù»6.

Naturalmente, prosegue Salvo, la donna non aprì mai la finestra, ma nella divisione dei ruoli, spettava proprio a lui intercettarla, “placarla al volo e pregarla di calmarsi e lasciar perdere”7. Il padre tollerante e rassicurante cercava di invitare la donna a più miti propositi, parlandole. Salvo descrive il padre come un uomo pacato, capace di far fronte agli exploit della madre. Un giorno però, anche a lui, come a Giobbe, capitò spazientirsi. Seguiamo il testo: «Una sola volta vidi mio padre perdere la calma. Fu quando, all’ennesima partenza da scattista della nonna, mi bloccò e disse a sua madre, livido: “a’ssa si jetta!”, che vuol dire. si butti pure, anzi, buttatevi, perché le dava del Voi! La nonna rallentò, si avvicinò alla finestra, la spalancò, guardò giù, si girò con tutta l’aria solenne che le permetteva il suo metro e mezzo scarso di statura, alzò l’indice verso il figlio e pronunciò le fatidiche parole: “vecchia sugnu, no fulise, jettatit tu”, sono vecchia, non pazza, buttati tu. Nel silenzio, pian piano, vidi arricciare un labbro di mio padre, poi, come un singhiozzo, gli salì su per la gola una risata che, quando scoppiò nella sua potenza, ci trascinò tutti quanti fin quasi a piangerne. L’ultima a cedere fu lei, la nonna, ma quando si unì al coro non riuscì a smettere per qualche minuto. Alla fine, con voce più rilassata e sorridendo, mi disse: “basta con ‘sta farsa e tu , Salvatore, iu nou chi quannu m’acchiappi niar la finestra, mi fai mali assai?”8. Fu l’ultima volta che la nonna minacciò di buttarsi.»

Un aggettivo

Nel libro di Salvatore Guida non c’è solo questo, ovviamente. Ci sono anche episodi d’altro tenore, perché la vita di Salvatore è stata segnata da fatiche, dolori, e dalla ferrea determinazione di riuscire. Ma, in nome di una calviniana leggerezza, non è su questo su cui vorrei soffermarmi, gli sforzi di Salvatore sono stati ripagati nella sua esistenza da un riconoscimento che, giustamente, non gli è stato negato e di cui era, a pieno titolo, orgoglioso. Io ho preferito ricordarlo altrimenti, passando attraverso l’eco di ricordi forse apparentemente secondari. Tuttavia non mi scordo l’occasione in cui Salvatore mi narrò la storia della nonna Ninidda. Rideva, rideva di gusto. Gli occhi vispi e attenti si facevano piccoli, io dicevo come quelli di un cinese. La vicenda della nonna, non meno che quella del pastore nella caverna, possiedono un elemento in comune. Entrambe si dispiegano seguendo un medesimo canovaccio. All’inizio, c’è la tensione, il timore, quando non il panico e il vago sentore dell’approssimarsi di un dramma, poi il tutto si scioglie in una risata, in un divertimento liberatorio che pare finalmente consegnarci un senso delle cose per quel che spesso sono, in verità. Una saggezza stoica, non inibita nel misurarsi con il mondo.

Ritorno, dunque, all’interrogativo dal quale ero partito. Perché scrivere? Perché, ancor più, una autobiografia? Per aggirare la morte, per trasmettere, per passare il testimone, per… Nel libro di Guida si trova la descrizione di un gelso piuttosto anomalo che aveva questa bizzarra caratteristica: «quand’era ancora giovane , 7-8 anni, ed era ancora un gelso bianco, aveva subito un innesto di gelso rosso ed era diventato un albero doppio. Una parte fogliava e fruttificava more bianche, dolci e pastose ma senza succo e l’altra parte, invece faceva foglie più grandi e più scure e produceva more rosse, di un rosso scuro, molto succose e di gusto un po’ asprigno»9.

L’innesto del gelso rosso su quello bianco genera, di fatto, un nuovo albero, o meglio, come precisa Salvatore, un albero doppio. Vale a dire un albero che si rinnova, poiché immette nel tronco precedente, quel che prima non c’era. L’albero che ne risulta conserva quello che già c’era, l’eredità ricevuta dal passato, la propria storia precedente, e vi aggiunge la parte inedita, quella che spetta al singolo individuo, il gelso rosso. Detto altrimenti, l’autobiografia di Salvo è il gelso che dona ai nipoti, affinché vi pongano il loro innesto. Così, per l’appunto, nel testo vi si scorge chiaramente, nel libro ci sono pure le fotografie, la parte bianca, quella che si lega alla tradizione familiare, e quella rossa, quella di Salvatore, dove s’intravede il suo ombelico.

Cosa serve, allora, in definitiva un’autobiografia? Credo, in definitiva, abbia la funzione di partorire un aggettivo più inerente alla persona che l’ha scritta. Una parola, un nome che provi a rappresentare qualcosa di quell’ombelico di un essere umano che ne colga l’inalienabile unicità, un suo elemento specifico, quello con cui ha attraversato la vita e continua a vivere, dopo la morte, nella memoria delle persone che lo hanno incontrato. Quale aggettivo, quindi, che mi sembra possa uscire dall’autobiografia di Salvo, ne penso uno in particolare, quello di felice. Salvatore Guida è stato un uomo che ha vissuto a fondo la sua esistenza, per quel che gli è stato dato, senza rimpianti o rancori. È stato un marito, un padre, un nonno, un pedagogista, un imprenditore felice. Un aggettivo ambizioso e impegnativo, ma, qui, in questo caso, umanamente necessario. L’ombelico di Salvatore sorride (anzi, ci sorride), comunica allegria. Una gioia che contagia e di questi tempi così depressi, così aridi di speranza, loro stessi mortiferi, lascia un messaggio allegro, di amore per la vita. Il gelso, insomma, attende: dopo il bianco, dopo il rosso, quale sarà il colore dei nuovi fiori? Ecco, quindi, a cosa è servita un’autobiografia. Ad alzare la testa per guardare avanti, non indietro. È un chiavistello per il futuro, più che il culto di una memoria, poiché quest’ultima privata d’uno slancio, d’una apertura verso il domani si riduce a essere solo un consolatorio omaggio ai bei (erano proprio così?) tempi andati. E di questo non abbiamo affatto bisogno. È la vita, la vita che vuole vivere ad esigerlo…

*Psicoanalista, membro della scuola Lacaniana di Psicoanalisi

1 Salvatore Guida- Giardino sicano. Bivona come metafora. – Edizioni Unicopli, Milano, 2015, p. 109/110

2 Idem, p.110

3 Idem, p.53

4 Idem, p. 54

5 Idem, p. 54

6 Idem, p. 115

7 Idem, p. 115

8 Idem, p. 116

9 Idem, p. 30

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