Il processo autorealizzativo e creativo nella narrazione di sé

L’esperienza esistenziale è una ricostruzione creativa, in cui la dimensione creativa non rappresenta tanto il prodotto (un libro, un diario ecc.), quanto la condizione esistenziale stessa coincidente con il soggetto che realizza se stesso anche grazie alla possibilità di narrarsi.

Roberto Travaglini*

«Il tempo non c’entra per nulla. Mi ha sempre sorpreso che i miei contemporanei, convinti d’aver conquistato e trasformato lo spazio, ignorino che si può restringere a proprio piacimento la distanza dei secoli.

Tutto ci sfugge. Tutti. Anche noi stessi. La vita di mio padre la conosco meno di Adriano. La mia stessa esistenza, se dovessi raccontarla per iscritto, la ricostruirei dall’esterno, a fatica, come se fosse quella d’un altro. Dovrei andar in cerca di lettere, di ricordi d’altre persone, per fermare le mie vaghe memorie. Sono sempre mura crollate, zone d’ombra» (Yourcenar, 2014, p. 280).

Queste sono le parole di Marguerite Yourcenar, autrice della celeberrima opera intitolata Memorie di Adriano; il libro, pubblicato insieme ai Taccuini di appunti, contiene le annotazioni e i ricordi di frammenti autobiografici, nonché le tracce delle vicissitudini legate all’elaborazione dell’opera che, protratta per una trentina di anni, è passata attraverso la fase ideativa dell’età giovanile, la parziale stesura, lo smarrimento degli appunti e il loro ritrovamento, sino ad arrivare all’elaborazione finale; il contenuto di questa opera letteraria può rappresentare un riferimento paradigmatico utile alla presente riflessione.

La stessa Autrice inserisce il volume, seppure con difficoltà, nel genere del “romanzo storico, o quello che per comodità si vuol chiamare così”, sottolineando che questo tuttavia “non può essere che immerso in un tempo ritrovato: la presa di possesso d’un mondo interiore” (Yourcenar, 2014, p. 280).

Pare quasi, in effetti, che non solo l’opera in sé, ma il modo con cui è stata realizzata offra la possibilità di entrare nel vivo del discorso della narrazione della narrazione di sé, per comprenderne il significato autorealizzativo e creativo coinvolgente non solo il processo narrativo, ma l’esistenza stessa che si racconta e che proprio grazie alla narrazione compie integralmente il suo percorso realizzativo, sostenuto da un processo circolare progressivo e illimitato.

La significatività dell’opera si schiude dunque sia nella sua possibile funzione di specchio esistenziale, impersonato dalla figura di Adriano, il quale, ormai vecchio e malato, ripercorre, rivolgendosi a Marco Aurelio (il libro inizia con «Mio caro Marco, […]»), le vicende intime ed esteriori della propria storia; sia rispetto al percorso creativo compiuto dall’Autrice che sembra essersi impegnata nel difficile compito di coniugare precisi e puntuali riferimenti storici con le inferenze esistenziali di un uomo del passato, ma che potrebbe facilmente sembrare un nostro contemporaneo, impegnato com’è a contenere dentro di sé molte delle apparenti dicotomie dell’uomo occidentale, sempre teso verso un’esistenza in cui la complessità dell’essere nel mondo non si limita alle azioni esteriori e in cui gli “affari dello Stato” (Yourcenar, 2014, p. 21) cercano di trovare posto accanto a categorie di pensiero come la bellezza e la saggezza.

La figura di Adriano può simbolicamente rappresentare la ricerca di un accordo tra le richieste del mondo, incardinate al ruolo impersonato socialmente, e la necessità di non tradire se stessi e la propria autentica natura; l’Autrice riesce a restituirci tutto questo grazie a una narrazione che invita a rendersi conto di quanto sia necessario avere consapevolezza del proprio agire, una consapevolezza che permetta di essere al contempo all’interno e all’esterno delle vicende, in veste di attore e spettatore; per questo chi scrive dovrebbe «non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d’una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato» (Yourcenar, 2014, p. 289).

L’esperienza esistenziale diviene quindi una ricostruzione creativa, in cui la dimensione creativa non rappresenta tanto il prodotto (un libro, un diario ecc.), quanto la condizione esistenziale stessa coincidente con il soggetto che realizza se stesso anche grazie alla possibilità di narrarsi.

Citare in questi termini l’esperienza umana significa recuperare quanto Abraham H. Maslow ci ha lasciato nei suoi scritti a testimonianza di una ricerca volta a descrivere le qualità e le caratteristiche di persone sane che vivono un’esistenza piena e soddisfacente, capovolgendo in questo modo l’assunto da più parti consolidato che, per comprendere la sanità, sia sufficiente analizzare la patologia. Al contrario, la sua visione dell’uomo e dell’educazione si fonda su una profonda fiducia nella natura umana, che ha in sé, sin dalla nascita, tutto quello che le serve per esprimersi pienamente, in termini autorealizzativi e creativi, perché aderenti all’originaria natura di ogni Essere.

Lo psicologo umanista si riferisce a una “coscienza intrinseca” (Maslow, 1971, p. 18) che, centrata sulla dimensione inconscia e preconscia, consente al soggetto di comprendere quale sia la sua vera natura; detto altrimenti, esisterebbe un sé individuale (Maslow, 1971, p. 190) formato dalle caratteristiche qualitative dell’individuo e dalle sue inclinazioni naturali destinate a incontrare, nel corso dello sviluppo esistenziale, il mondo sociale e culturale. Si tratta di un mondo che potrebbe però interferire negativamente sull’espressione autentica di sé (Maslow, 1971, p. 191), con il rischio per il soggetto di non essere più in grado di riconoscersi.

La pensa allo stesso modo anche un altro psicologo umanista, lo statunitense Carl Rogers, “eudaimonista” quanto Maslow per avere fondato la sua visione dell’Essere sul benessere eudaimonico (Boniwell, 2015, p. 59): il dáimon (coincidente con la natura autentica dell’uomo) corre il pericolo di essere imprigionato dalle inibizioni educative di una società poco o per niente “creativogenica” (Arieti, 1979), perché è poco o per nulla propensa a favorire “l’impulso a espandersi, svilupparsi e maturare, la tendenza a esprimere e attivare tutte le capacità dell’organismo e del sé” (Rogers, 1970, p. 351).

Rimanendo imprigionato dalle maglie di pressanti attese sociali, dal carattere meramente strumentale e utilitaristico, l’individuo potrebbe non realizzare mai compiutamente i suoi talenti innati, molti dei quali appaiono inutili agli occhi della società contemporanea, soprattutto se sono dei talenti espressivi caratterizzanti in particolare le imprese compiute in campo artistico e narrativo.

Lo sviluppo di questi talenti sono in realtà fondamentali per il verificarsi dei naturali processi di autodeterminazione che, secondo la teoria del flusso (flow) postulata dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi (1988; 1997), sono processi “autotelici”, nel senso che orientano l’Io ad autorealizzarsi in una condizione di libero flusso tra sé e l’oggetto relazionale, senza fini esteriori, cosicché l’esperienza può farsi “ottimale”, soddisfacente e piacevole in sé; si tratta di processi necessari per la costruzione di una sana identità individuale, durante i quali la prestazione è al massimo livello, il rapporto tra sfide e capacità è equilibrato, e lo stato d’animo generale è positivo. L’individuo in questo modo realizza le sue intime potenzialità creative, si autorealizza.

Come rimarca Maslow, l’autorealizzazione “è uno sviluppo intrinseco di ciò che già esiste nell’organismo, o meglio di ciò che l’organismo è in se stesso” (Maslow, 2010, p. 226). Da questa prospettiva paradigmatica, per innescare il processo creativo bisogna riuscire a esprimere in maniera ottimale e autonoma quanto è già presente nel proprio intimo, ancorché confortati dalla presenza di adeguate sollecitazioni socioeducative che agevolino il riconoscimento di simili intrinseci potenziali.

Il riconoscimento di sé passa attraverso un dialogo interiore, ma è anche vero che questo processo narrativo di sé richiede un tempo, e questo lo spiega bene ancora una volta la scrittrice francese:

«Coloro che avrebbero preferito un Diario di Adriano alle Memorie di Adriano dimenticano che un uomo d’azione raramente tiene un diario; più tardi, al fondo di un periodo di inattività, egli si ricorda, prende nota e, il più delle volte, stupisce» (Yourcenar, 2014, p. 287).

Con queste parole, la Yourcenar sembra dire che il ricordo, l’emersione di quanto sopito, apparentemente dimenticato, o non colto consapevolmente, rappresentano delle fasi necessarie all’espressione e, insieme, alla cura di sé, ma perché ciò accada è necessario concedersi del tempo, riuscire a sostenere il vuoto e a non temere il “non-fare”, la “non-azione”, che sono spazi meditativi da recuperare in un periodo storico come il nostro in cui la società, divenuta “liquida”, ci obbliga a vivere “vite di corsa” (Baumann, 2009); il cittadino contemporaneo è oggi indotto a scivolare rapidamente e superficialmente sulle esperienze esistenziali, a rimanere immancabilmente invischiato in un imperante senso dell’effimero dettato dall’incessante produttività di una società sempre più avvinta dal mito del rapido e frivolo consumo.

È evidente che il concetto di tempo ne risenta: rispetto al passato, è un concetto che è stato rinegoziato; ora non è più ciclico né lineare, ma “puntilistico”, vale a dire “frammentato in una moltitudine di particelle separate, ciascuna ridotta a un punto che sempre più si avvicina all’idealizzazione geometrica dell’assenza di dimensione” (Bauman, 2009, p. 56).

Una possibile cura ai malesseri derivanti da questo eccesso di liquidità, per cui il tempo è vissuto come un incessante correre da un punto all’altro senza mai sostare per riflettere sull’esperienza, approfondirla e darle un senso di continuità, è quella di coltivare un pensiero autobiografico – come invita a fare Duccio Demetrio (1996) –, in cui le categorie temporali del passato, presente e futuro possano fungere da concetti di base dell’autobiografia quale possibile “cura di sé”: in questo modo si può ritrovare un senso narrativo (altrimenti perduto) della continuità storico-biografica dell’esistenza.

Secondo lo studioso, gli anni della maturità sono quelli che più di tutti necessitano di ritrovare la giusta dimensione per rielaborare la storia personale, grazie alla costruzione di un legame tra ciò che è stato e ciò che sarà, in termini progettuali.

Il tempo in cui si è già molto vissuto volge lo sguardo indietro e tenta di ricostruire la non-linearità dell’esistenza, in cui l’autodeterminazione ha potuto incontrare le tante variabili dell’esperienza, ma che, riportata al presente, dona a questo una continuità che supera l’insieme disordinato dei singoli momenti e al contempo lo ricollega al futuro, facendolo diventare un modo per “sentire di esserci, l’essere presenti a se stessi, e al mondo” (Demetrio, 1996, p. 25).

Il presente, grazie a un io tessitore (Demetrio, 1996, p. 14), acquista in questo modo un nuovo significato e una nuova luce che non derivano tanto dalla guarigione delle ferite del passato, quanto dalla cura di sé, intesa come un viaggio formativo per comprendere il tempo che si sta vivendo nello sviluppo di una rinnovata e più soddisfacente sensibilità interiore (Demetrio, 1996, pp. 15 e 16).

*Docente di Pedagogia della cognizione e di Metodologia della ricerca pedagogica presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Presso la stessa università dirige il corso di Alta formazione in “I processi educativi del gesto grafico: dallo scarabocchio al disegno, alla scrittura”.

Bibliografia

Arieti S. (1979), Creatività. La sintesi magica, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Bauman Z. (2009), Vite di corsa. Come salvarsi dalla tiranna dell’effimero, Il Mulino, Bologna.

Boniwell I. (2015), La scienza della felicità. Introduzione alla psicologia positiva, Il Mulino, Bologna.

Csikszentmihalyi M. (1988), Optimal Esperience, Cambridge University Press, New York.

Csikszentmihalyi M. (1997), Creativity. Flow and the Psychology of Discovery and Invention, Harper Perennial, New York.

Demetrio D. (1996), Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano.

Maslow A.H. (1971), Verso una psicologia dell’essere, Ubaldini, Roma.

Maslow A.H. (2010), Motivazione e personalità, Armando, Roma.

Rogers C.R. (1970), La terapia centrata sul cliente. Teoria e ricerca, Martinelli, Firenze.

Yourcenar M. (2014), Memorie di Adriano, Einaudi, Torino.

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