Musica

Fabrizio Moro

Pace

Sony Music, 2017, 18,90

Pace, questo il titolo dell’album, è il frutto di due anni di lavoro e arriva dieci anni dopo la vittoria del Festival di Sanremo, nella categoria “giovani”, con Pensa: Fabrizio Moro dà uno sguardo dietro ed uno davanti a sé, medita sulle scelte compiute nel passato e considera le conseguenze con cui deve convivere nel presente. Un disco “terapeutico” per il suo autore, in quanto le undici canzoni che lo compongono sembrano essere il risultato di altrettante brevi sedute psicanalitiche con se stesso: ciò che cerca è un equilibrio in grado di permettergli di vivere serenamente con se stesso e con gli altri, una pace a tutto tondo, interiore ed esteriore; ciò che non dice è che questa pace non vuole o non può trovarla, condannato, volente o nolente, ad un’irrequietezza che da sempre lo accompagna, come fosse una condizione permanente. “Cerco solo il modo di trovare la pace che non ho”, ci spiega lui nel brano di apertura, intitolato, come la raccolta, Pace. Qui si ridefinisce la personalità dell’artista, il suo nuovo io, tracciando un processo di introspezione che l’ha accompagnato per tutta la realizzazione dell’album: Fabrizio resta nudo davanti ad uno specchio e riconosce tentativi e fallimenti, sospeso tra il vero e il falso. L’accompagnamento musicale, semplice e minimale, permette di far risaltare il testo e la sua profondità.

Nell’elettronica Tutto Quello Che Volevi, le parole, i pensieri ed i ricordi, dal passato, si ripresentano prontamente nel presente.

Giocattoli ci fa capire come il gioco infantile sia una fase della nostra crescita che si trasforma in un vero e proprio esercizio alla vita. L’innocenza ed il disincanto dei bambini vengono considerati come il segreto che garantisce quella giusta spensieratezza che serve per affrontare al meglio la vita. Uno spunto interessante lo regala l’arrangiamento, con la presenza di due linee vocali, caratteristica spesso presente nei lavori precedenti dell’artista.

La scintillante e ritmata energia alla Jovanotti in Semplice conduce l’ascoltatore a Portami via: basta uno sguardo o un sorriso di sua figlia a trasmettere a Fabrizio la forza per non ricadere nelle ombre del passato e non farsi turbare dalle incertezze del futuro. É la dedica, passionale e razionale al contempo, di un padre che riconosce l’incredibile e magico potere che quella nuova piccola presenza ha portato alla sua vita.

Con La Felicità un ritmo lento, scandito e cadenzato ci porta elegantemente a riflettere sui sogni e su quel sentimento di contentezza da ambire ed inseguire sempre.

L’anima rock di Moro compare in L’Essenza, lottando contro il mondo, entità cinica e malvagia: gli eventi della vita possono intaccare tanti aspetti di un uomo, ma nulla potrà mai modificare il suo modo di essere, la sua essenza, appunto.

Sono anni che ti aspetto è un commovente inno per chi non vuole arrendersi mai: “La differenza tra ogni uomo sta nell’intenzione e adesso so che posso scegliere”. Il cantautore romano, con la sua voce roca e graffiante, elenca ed analizza tutte le sue paure ed i suoi limiti in una sorta di esame di coscienza: “Le paure che sento come distanze da un centro sono l’amore che ho dentro e che non so controllare”, confessa lui.

Dopo la scatenata e ballabile Andiamo, c’è la breve ma emozionante È PForte L’Amore che sorprende, non solo per il testo o la musica, ma anche e soprattutto per la presenza di un duetto, alternativa praticamente mai presa in considerazione da Moro: a fargli da partner c’è Bianca Guaccero (madrina del Festival di Sanremo nel 2012), la cui potente ed imperiosa prestazione canora rappresenta una piacevole scoperta nonché una notevole intuizione.

Intanto, ballata romantica e sussurrata, inizia con chitarre avvolgenti in stile U2 e sancisce la fine del disco con una vittoria strappata: la quiete contrasta e domina la tempesta, la pace è raggiunta, anche se solo momentaneamente.

In Pace Moro canta di censura, di rabbia, di paura, dei rimpianti del passato, dei dubbi sul futuro, degli sbagli commessi nel presente, della ricerca di quella serenità che si nasconde nelle piccole cose che facciamo tutti i giorni. Si racconta per quello che è realmente e lo fa, come è sempre stato abituato a fare, in maniera spontanea, diretta e senza filtri o scuse, con la sincerità e la schiettezza che con gli anni sono diventati un suo marchio di fabbrica.

Vagabon

Infinite Worlds

Father/Daughter, 2017, 18,50

All’interno delle canzoni di Laetitia Tamko, alias Vagabon, ci sono infiniti mondi: spazi emozionali che crescono con il tempo, canzoni dentro canzoni che rivelano se stesse ad ogni ascolto. Tamko è una cantautrice, poli-strumentista e produttrice conosciuta nella scena indipendente musicale dal 2014 con il nome Vagabon. Nel suo album di debutto, Infinite Worlds, affina la sua singolare voce e la sua visione del mondo con una chiarezza senza precedenti.

Infinite Worlds ha un’anima indie-folk decisamente contaminata da un punk che si manifesta subito in apertura, nel pezzo intitolato The Embers: una poderosa batteria comincia la canzone, facendola esplodere in un dirompente canto di guerra contro le persone colpevoli di far sentire gli altri piccoli: “I’m just a small fish and you’re a shark that hates everything” (“Sono solo un piccolo pesce e tu sei uno squalo che odia qualsiasi cosa”), grida lei con forza e vigore. La strofa a pianoforte cede il passo ad un ritornello deciso ed energico con chitarre in stile primi anni ’90, regolari e costanti, che accompagnano la sua potente voce, in alcuni momenti aggressiva, in altri rilassante.

Laetitia mostra tutto il suo talento soprattutto in canzoni come Fear & Force e Mal à L’Aise. Nella prima, racconta di un rapporto fallito, dell’isolamento e della ricerca di un rifugio: “I’ve been hiding in the smallest space, I am dying to go, this is not my home” (“Mi sono nascosta nello spazio più stretto, muoio dalla voglia di andare, questa non è casa mia”), canta lei, alternando armonie sospirate a brevi urla dissonanti. La canzone inizia tranquillamente prima che l’arpeggio della chitarra dia il via libera ai lenti colpi del sintetizzatore. La seconda, invece, è uno dei brani più particolari dell’album: una meditazione di 5 minuti composta da un leggero ambient-pop. Cantata completamente in francese, Mal à L’Aise è un mosaico sonoro composto da un coro di voci spettrali ed eteree, elaborate e ripetute digitalmente. Questi suoni si trascinano in uno spazio musicale indistinto, allo stesso tempo sia stregato ed inquietante che calmo e sonnecchiante. Avvicinandosi alla new-age, Tamko dona un’atmosfera ariosa alleggerendo il peso di un testo che accenna ai concetti di disagio sociale e di auto-accettazione.

In mezzo a queste due c’è Minneapolis, la perla del disco: un pop accompagnato da un pressante basso post-punk e chiuso in maniera rumorosa e nevrotica.

Dopo l’ambientale Mal à L’Aise e la hard-rock 100 Years, nella seconda parte troviamo il pop apocalittico di Cleaning House (in cui un semplice arpeggio della chitarra in sottofondo entra fin dentro all’anima dell’ascoltatore), il grunge ritmato di Cold Apartment ed il folk elegante di Alive And A Well.

Infinite Worlds è costruito su precedenti demo di Vagabon presenti nell’EP Persian Garden, uscito nel 2014 per mezzo di Miscreant Records: questa era una collezione in cui lei sperimentava canzoni che iniziavano, per la maggior parte, solo con il binomio voce-chitarra. Ma ora, in Infinite Worlds, l’artista dimostra la sua crescita musicale esibendosi con sintetizzatori, tastiere, chitarre e batteria: la possibilità di svariare tra tanti strumenti ha permesso alla cantautrice di rendere più complessi i suoi arrangiamenti e, di conseguenza, di valorizzare al massimo la poetica dei suoi testi. Il risultato è una collezione ad ampio raggio di otto canzoni che non sono facilmente qualificabili: ipnotici collage elettronici, ballate acustiche e raffiche di punk brillante e compatto, il tutto unito insieme dalla sua voce suadente.

Le canzoni della Tamko sono inserite perfettamente nella sua storia personale: dopo essere nata e cresciuta in Camerun, si trasferisce con la sua famiglia a New York. È cresciuta accompagnata dalla musica, quella tradizionale africana, che continua nostalgicamente ad ascoltare tutt’ora e che influenza la sua musica in maniera sottile e leggera.

Lo stile complessivo è un misto tra pop intimo e riflessivo ed indie-rock molto veloce e ritmato. Ciò che ne risulta è un disco per niente sbilanciato, anzi: una musica che si fa forte ed energica nei punti focali, mentre si distende e si rilassa nei momenti di pausa per permettere di riprendere fiato.

La voce sia morbida che tagliente rende alcune canzoni molto particolari ed altre difficili da ascoltare: le numerose dissonanze (che sembrano quasi stonature) destabilizzano l’ascoltatore per la mancanza di armonia ma, allo stesso tempo, creano una certa imprevedibilità e danno carattere alle canzoni.

Quello che scrivo riguarda la ricerca di uno spazio per me stessa, che sia esso fisico, emozionale, sociale”, dice Vagabon, “Riguarda la ricerca di quel posto dove sentirmi più a mio agio, di una maggiore fiducia in me stessa e di cosa davvero mi serve sentire per fare musica”.

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