Cinema

Di Claudio Amendola

Il permesso – 48 ore fuori

Italia, 2017

Produzione: Carnielboniventofilm

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 93 minuti

A CHI? A coloro che dimenticano che dietro le mura del carcere c’è vita che vuole venire fuori.

PERCHÈ? Per assaggiare lo strazio di chi si libera per breve tempo dal laccio della galera e vuole riannodare, solo per un poco, i legami d’amore lasciati fuori.

IL FILM: Un poetico pugno arriva dritto nello stomaco di spettatori e spettatrici già dalla prima sequenza che ritrae quattro carcerati temporaneamente in permesso di uscita: occhi macchiati di brutto, nervi tesi, pugni stretti vengono ritratti in dettaglio, quasi senza parole. Perché è inutile spiegare e narrare quello che non vogliamo sentirci dire, che non vogliamo sapere; che la vita dietro le sbarre è orrenda, brutale, fa male e lascia segni che neppure i puri raggi solari là fuori possono lavare via, neanche per un secondo.

E infatti soltanto la porta di uscita viene inquadrata, il dentro non viene inscenato, né indicato, neppure da lontano; lì dentro sono tutti nella stessa faticosa condizione, ma fuori possono finalmente prendere forma le identità lasciate in sospeso e così quella pelle macerata così a lungo dall’odore di chiuso, finalmente respira. Non conta perché i personaggi stiano dentro, ma conta dove vanno a stare ora che sono fuori; nessuno di loro corre, urla di sollievo, nessuno cerca uno spazio aperto dove vagare senza limiti. Tutti hanno una meta ben chiara: la ragazza altolocata torna dalla madre respingente, il ragazzo di periferia torna dagli amici e complici, il giovane uomo torna dalla moglie, l’uomo adulto torna dalla famiglia. Ma nessuno trova ciò che cerca; niente resta così come era stato lasciato, tutto è cambiato nel mondo là fuori mentre l’orologio emotivo dei carcerati si è fermato proprio quando si è fermata la loro esperienza nel mondo; nel carcere i sentimenti si congelano e quando si ritorna alla realtà ci si scontra con cambiamenti pungenti, inevitabilmente dolorosi. Il desiderio, la spinta verso chi si ama non è sufficiente a raggiungere il traguardo perché la madre è impegnata, gli amici non lo sono poi così tanto, la moglie è morta. Vicende crude, di sangue e rabbia, di vendetta, di sofferenza, di morte sono inseguite attraverso azioni e sguardi che non superano i confini del ridondante; parlano le inquadrature, spesso impietose, parla la colonna sonora, viscerale e seduttiva. Delle quattro storie, due si intrecciano e, dopo il permesso, tornano dentro, al punto di partenza, con in mente una speranza, un orizzonte, ma gli altri no, gli altri non tornano. Da vedere per seguire un modo ben fatto di ritrarre la metamorfosi di vite brutte che poche volte si salvano perché l’inferno se le divora. Un buon faccia a faccia con la disperazione viva.

Di Paul Verhoeven

Elle

Francia, Germania, Belgio, 2016

Produzione: SBS Productions, SBS FILMS, Twenty Twenty Vision Filmproduktion

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 130 minuti

Ma che gente siete?

A CHI? A nessuno (tranne che ai followers di implausibili contorsioni psico-sociologiche).

PERCHÈ: Per evitare di cadere nella trappola di stereotipi pericolosi travestiti da arte spinta.

IL FILM: la prima inquadratura è nera, buia come le urla femminili avvinghiate al suono tagliente di vetri infranti. Poi l’obiettivo si accende portandoci nel bel mezzo della scena: un’estetica dello stupro che ritrae la donna, vestita di nero, stesa a terra supina mentre l’uomo, vestito di nero e coperto in volto, si solleva dal corpo di lei e esce dalla finestra aperta; il controcampo è dedicato allo sguardo elegante di un gatto, unico testimone, dal pelo dello stesso colore grigio della borsa di pelle della donna; a rompere le tinte in scuro della scena sta il vermiglio del sangue dipinto lungo le gambe della vittima; siamo di fronte a un quadro che lucida con un po’ di brivido e un po’ di interior design, tipico di un appartamento parigino di gran classe, una faccenda raccapricciante. Lentamente, ma neppure troppo, l’evento si ricompone dentro i tasselli della vita della signora francese che trattiene nella memoria quanto le è accaduto; d’altronde il freddo acceso di un volto – che solo Isabelle Huppert poteva interpretare, cova braci che esibiscono un passato traumatico: il papà si macchiò di una straziante carneficina mai spiegata e la figlia, al tempo bambina, ne fu la complice. A nessuno potrebbe sfuggire l’assonanza tra il disturbo psicotico del padre e quello della figlia che, per forza di cose, vive in modo puramente strumentale ogni scambio umano; con il figlio babbeo che crede a ciò che è inverosimile, con la madre narcisista che si compra i giovanotti prestanti, con l’ex marito, fiacco e immaturo, con il marito dell’amica a cui ruba qualche sgangherata prestazione sessuale e anche con i collaboratori che la supportano nella realizzazione dell’unico mestiere che poteva scegliere, ossia la realizzazione di videogiochi a sfondo pornografico. Ma, alla fine, chi era l’uomo che l’ha stuprata? Ovviamente è il vicino che, come ogni thriller che si rispetti, torna sempre sul posto. La seconda ma principale domanda è: perché sto vedendo questo film? Si può reggere una rappresentazione disturbante quando essa è in grado di accendere lampi di pensiero e di desiderio inediti o censurati, ma in questo caso la sofferenza è stata duplice: la voglia di scappare da una condizione di violenza elegante messa in campo sullo schermo senza sosta e la rabbia provata nel vedere ancora circolare e, soprattutto, premiare testi filmici che esibiscono plot che succhiano alla fonte della perversione, del pornografico travestito da eros drammatico, dal disagio psicologico, del mistero. Il noir seducente che ritrae donne violentate da compagni e padri, raffinatamente squilibrate e donatrici di corpi dati in pasto allo sguardo famelico o rattrappito di vecchi e giovani spettatori, è ormai fuori luogo. Il film è una strada cieca, senza speranza, senza poesia, senza fondale, eppure si carica di molta e ben manovrata malizia che, invece di denunciare il disagio, lo ritrae con compiacimento, facendo passare un serio disturbo esistenziale per un macabro atto di violenza che neppure il gatto ha gradito. Dopo la prima sequenza, infatti, il felino grigio è sparito dalla scena. Ha fatto benissimo!