Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

a cura di Alessia Todeschini

Gentile Redazione,

mi considero un’educatrice se non esperta, quanto meno “navigata”. Lavoro ormai da tanti anni nei servizi e ho sempre considerato di fare il lavoro più bello del mondo, perché questa professione mi ha sempre dato la possibilità di fare della gran ginnastica emotiva e mi ha spesso regalato la sensazione di poter capire un po’ più della vita, o meglio, un po’ più di se stessi e degli altri, occupandomi, ogni giorno, di relazioni. Ultimamente sto facendo una riflessione: il mondo emotivo delle relazioni è un mare in tempesta che oltre  a conoscere meglio noi stessi ci mostra anche le parti meno belle di noi, quelle più spigolose, che tentiamo di tenere a bada, ma che con prepotenza, ogni tanto, emergono.

Non mi vergogno a dire che nel mio lavoro capita ed è capitato di sentire di non sopportare un bambino, di essere sfiancata da alcuni comportamenti e di non riuscire a trovare, seppur scavando, la giusta strategia per valorizzarlo, comprenderlo, accettarlo. E per quanti e tali siano gli sforzi ogni tanto mi trovo disarmata e credo che si tratti di una sensazione di “pelle”, che mi trascende. Se penso alla mia vita privata trovo una situazione in parte speculare. Certo, di mezzo c’è l’amore e anche quello ci trascende, ma il fatto che i figli sono uguali e si amino alla stessa maniera penso sia una falso storico. Nessuno ha il coraggio di dire che si tratta di un amore assoluto, ma diverso, e, talvolta, difficile. Perché con alcuni bambini riusciamo a stare spontaneamente, a capirci al volo, mentre con altri ci sembra una costruzione continua e calmierata, che di spontaneo ha proprio poco. Lo sento io, come lo percepisco nei tanti genitori con cui ho a che fare, per lavoro o per amicizia: penso alla  mamma di V., che con le lacrime agli occhi mi dice che sua figlia preferisce il papà e lei non sa che misure prendere, mentre il papà di G. si vede che frigge quando sta con A., mentre si scioglie appena prende in braccio E. Parlo di famiglie come tante, senza disagi evidenti. La domanda è quindi ingenua ma urgente: esiste un ingrediente segreto per fare in modo di sciogliere le distanze con chi, seppur vicinissimo, sentiamo così differenti da noi? Come fare in modo che pur nella diversità di sentire si trovi una vicinanza un po’ più facile?

Grazie.

Sonia C.

Risponde Silvia Pinciroli, pedagogista e formatrice

Cara Sonia,

parlare di emozioni e di relazioni non è mai semplice perché i protagonisti di questi racconti sono persone e il rischio di sembrare “invadenti” è molto alto. Nell’incontro con l’altro da noi spesso ci confrontiamo con caratteristiche che sentiamo molto lontane dalle nostre esperienze personali e per questo tendiamo ad allontanarle e rifiutarle. Quello che lei racconta capita in effetti sovente, non solo in ambiti educativi, come operatori, ma nei sistemi famigliari, come ben lei sottolinea. I sistemi umani hanno come caratteristica fondante le relazioni personali fra i soggetti che ne fanno parte e questo implica il tener conto delle emozioni che l’interazione tra esseri umani comporta.

Marianella Sclavi nel suo testo Arte di ascoltare e mondi possibili propone alcuni Antidoti, per evitare che l’incontro con l’altro possa creare conflitti, così da trasformare le dinamiche che si possono sviluppare in azioni “creative”. Uno degli antidoti proposti consiglia di guardare alle proprie emozioni non come strumento per guardare dentro di sé, ma fuori. Cosa significa? La Sclavi ci suggerisce di provare a comprendere il motivo per cui sento dentro di me una determinata emozione in quella specifica situazione, non per capire tanto “come” mi sento, ma soprattutto per capire che cosa, in quella specifica situazione, fa nascere quella specifica emozioni e sensazione… cosa vedo? Che senso do a ciò che vivo? Come leggo questa sensazione? Che cosa dice di me? Che cosa ri-vedo di me in quella persona?… è un interessante suggerimento per cambiare postura, per cambiare sguardo. Certo non è semplice e soprattutto scontato potersi dare il tempo di fare queste riflessioni, ma forse potremmo iniziare a provare a farlo…

Sempre la Sclavi poi propone una postura di ascolto che lei definisce Attivo perché innesca non solo il sensoriale, ma anche il pensiero e la creatività, in un movimento, una sorta di danza che lei definisce “umoristica”. Non vuol certo dire banalizzare o non prendersi sul serio, anzi! La Sclavi suggerisce di porsi in un ascolto che permetta a noi e all’altro di entrare in connessione riconoscendo-si nell’altro… ma è possibile?? «Il ricercatore ‘volontariamente goffo’ è uno che considera le sensazioni di disagio e sconcerto, gli spiazzamenti e le dissonanze emozionali non esperienze da evitare e che disturbano o distorcono la conoscenza, ma delle importanti risorse conoscitive, delle occasioni per esplorare e accogliere anche altre cornici.» (M. Sclavi, 2003, pag.100). L’invito è ancora quello di porsi in ascolto, di provare a sfruttare queste sensazioni apparentemente fastidiose, e che diciamolo spesso ci fanno sentire in colpa, come un’occasione per imparare, conoscere ed esplorare… interessante cambio di prospettiva non trova?

Diventare esploratori e quindi curiosi di andare alla ricerca, di provare a vivere ogni esperienza con un nuovo sguardo antropologico che permetta di accogliere anche le differenze e le discrepanze come possibilità. Attraverso le Sette Regole dell’Arte di Ascoltare la Sclavi ci propone alcune possibilità di sfruttare le nostre emozioni come strumenti di conoscenza per cercare di comprendere come ognuno di noi legge le proprie esperienze nel mondo, provando ad utilizzare una modalità “umoristica”:

– Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.

– Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.

– Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.

– Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.

– Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.

– Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.

– Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé.

Non esistono quindi formule magiche che possano risolvere questi enigmi e rispondere a queste interessanti domande, ma credo che l’interazione tra sistemi umani permetta sempre, anche nelle situazioni che ci affaticano e che sembrano renderci fragili e a volte “colpevoli”, di creare si una magia unica e rara che solo l’incontro tra emozioni e persone permette. L’entrare in relazione con l’altro da sé non è mai facile, non è mai scontato ed ognuno di noi reagisce a suo modo. A volte l’altro riattiva pensieri, sensazioni ed emozioni che vorremmo non ascoltare, non sentire e non provare, ma è inevitabile e forse è l’unica possibilità per ogni sistema umano di rimanere in equilibrio: ri-specchiarsi e ri-vedersi continuamente nell’altro così da ritrovare non solo eventuali grigi difetti da migliorare, ma i colori della bellezza da coltivare. Non siamo perfetti, per fortuna, ma dobbiamo ammettere la possibilità di fare degli errori, di riconoscerli e di porvi rimedio, sia come educatore sul campo sia come genitore… perché le emozioni non si imparano, fanno parte di noi: «Quali sono i sentimenti degli uomini? Sono la gioia, la collera, la tristezza, la paura, l’amore, il dispiacere e il piacere. Questi sette sentimenti appartengono agli uomini, senza averli mai imparati.» (Li Chi, Enciclopedia cinese del I sec. a.C.). Le emozioni quindi come nostre personali chiavi di lettura e di conoscenza, che ognuno possiede e dispensa durante tutto l’arco della propria esistenza, ogni giorno della propria vita nella relazione con l’altro, in una magica danza di gruppo, in continuo divenire e trasformazione. Il consiglio quindi è quello di cercare di diventare un esploratore in ascolto così da poter scoprire qualcosa di realmente magico ed unico… «Non smetteremo mai di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e conosceremo quel luogo per la prima volta» (T.S. Eliot, Quattro quartetti).

Buona ricerca e buon viaggio!

Testi di riferimento

L. Anolli, Le emozioni, Unicopli, Milano, 2002;

M. Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Bruno Mondadori, Milano, 2003;

K. Smith, Come diventare un esploratore del mondo. Museo di vita tascabile, Corraini Edizioni, Mntova, 2008.