Editoriale

Vulnerabile a chi?

Maria Piacente

Il mio nome è Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. E in quanto tale esigo i miei diritti. Esigo che mi trattiate con rispetto. Io Daniel Blake, sono solo un cittadino, niente di  più niente di meno”.

Questo il grido di dolore di Daniel, carpentiere inglese cardiopatico, vittima designata, preso dalla rete burocratica del suo Paese fino a morirne. Non un grido fine a se stesso, ma una denuncia fatta da un uomo che, anzichè concentrarsi sulla sua cagionevole salute e precaria condizione economica, riesce a “vedere” il mondo, a guardarsi intorno e incrociare altre persone che hanno bisogno di aiuto e di affetto, e lui lo sa ancora dare.

Un uomo che riesce a non perdere la sua umanità nonostante le prove difficili alle quali viene sottoposto dagli ingranaggi burocratici dopo che l’ultimo arresto cardiaco gli proibisce di lavorare  per guadagnarsi la vita e lo obbliga a rivolgersi all’assistenza pubblica. Daniel è un bravuomo, rimasto da solo da quando è morta la moglie, ha ancora fiducia nel prossimo, è ancora in grado di amarlo, ed essere riamato: siamo persone e le persone si aiutano a vicenda.

Con la pellicola Io, Daniel Blake, Palma d’oro al Festival di Cannes 2016 come miglior film il grande regista Ken Loach porta al centro ancora una volta i grandi temi della vita. Una umanissima storia che ci mostra il destino degli ultimi, di chi subisce le ingiustizie sociali, economiche, la burocrazia del welfare.

Welfare la cui metamorfosi kafkianamente assume i colori delle dittature e degli apparati politici. Welfare che per fronteggiare in qualche modo l’enorme portata dell’impoverimento generale cerca disperatamente di categorizzare, classificare, nominando diversamente e in altri modi le difficoltà e le sofferenze degli ultimi nel tentativo di padroneggiare ciò che a livello sociale si amplifica sempre più paurosamente.

Travestito da tenero agnello il welfare cambia nome, cambia aspetto, ma difatto non cambia mai, o quasi. Per i nuovi poveri che si stanno affacciando da ormai diversi anni a causa di una dissennata politica economica a livello nazionale ed europeo si inventano nuove modalità di aiuto che cercano di intercettare il bisogno prima che quest’ultimo prenda il sopravvento fagocitando di fatto la persona o la famiglia che si viene a trovare in questa condizione. 

Da qualche anno, infatti, a questa parte stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti a livello di vulnerabilità sociale, fragilità e di processi di impoverimento, che stanno sempre di più riguardando nuove fasce della popolazione; in particolare l’ex ceto medio. Si tratta in molti casi di uno scivolamento da una situazione molto benestante ad una situazione in cui si fa fatica a mantenere un tenore di vita decente. Il vulnerabile, quindi, non è tanto chi versa in una situazione di gravi difficoltà ed è perciò già segnalato e supportato dai servizi sociali, non è il senzatetto; ma è chi sta per diventare povero, è il commerciante, il piccolo imprenditore…

Quelli che consideriamo vulnerabili non sono per così dire “alla canna del gas”, ma stanno più o meno rapidamente scivolando verso quella condizione, per cui possono in qualche modo ancora riprendersi, per loro c’è ancora speranza.

Sono soggetti che occupano un posto ben preciso nella società e che potrebbero essere molto attivi nelle comunità in cui vivono, ma che non lo sono per le difficoltà in cui versano in quella fase della loro vita.

Si tratta di famiglie che hanno un buon livello culturale e sociale, che però per vari motivi, in gran parte legati alla crisi economica e alla perdita del lavoro, stanno via via perdendo la loro capacità economica, la loro posizione sociale e la loro sicurezza personale.

Genitori separati, mamme e papà soli, ma anche famiglie unite in cui i genitori seppur lavorando fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Genitori che guadagnano talmente poco che è più conveniente per loro non lavorare e occuparsi dei figli piuttosto che iscriverli all’asilo nido o occuparli con attività sportive. O ancora genitori che non si possono permettere di pagare la mensa, il doposcuola o le gite… Che cosa vuol dire per un genitore trovarsi in una simile situazione di difficoltà? E quali sono le conseguenze su bambini/e? Che ricadute ha tutto ciò su di loro e sui loro rapporti con i coetanei?

Nella maggior parte dei casi, chi si trova in questa situazione di vulnerabilità tende ad isolarsi; non si fa avanti per chiedere aiuto, da un lato perché non riconosce di averne bisogno e dall’altro per orgoglio e vergogna.

È venuta a mancare la fiducia nelle istituzioni e di conseguenza si vive secondo una visione più individualista, cercando di guardare solo ai propri problemi e cercando di affrontarli da soli, ma ciò non fa altro che peggiorare la situazione.

Come fare per creare luoghi di incontro, di comunità, per consentire alle persone di uscire dal loro isolamento, e di sentirsi più attive, più utili e di rendersi più visibili agli altri?
Le modalità di interazione, principalmente basate sulla tecnologia risultano sempre più lontane e impersonali. Il riuscire a “vedersi di persona” non è più così scontato; eppure è solo “vedendosi” che ci si può rendere conto della difficoltà dell’altro.

Si sta diffondendo sempre più una diffidenza nell’entrare in contatto con l’altro, anche se è il nostro vicino di casa o fa parte della nostra comunità. C’è la mancanza di una originaria e genuina curiosità verso l’altro e di un più generale senso di comunità.

Quali sono allora i progetti che possono essere attuati per mettere le persone in contatto tra loro? Come far rinascere nelle persone la fiducia negli altri, la voglia di vivere condividendo le proprie risorse, il proprio tempo e la propria vita con chi gli sta intorno?

Bisognerebbe evitare di focalizzarsi solo sul lato negativo della questione e cercare invece ciò che di buono già c’è o potrà esserci; bisognerebbe andare alla ricerca di segnali positivi, verso una riscoperta del buon vicinato, del senso comunità e del potenziale generativo che la condivisione porta con sé.

Bisognerebbe che donne e uomini potessero, veramente, rimanere nella comunità sempre cittadini e cittadine.

Sono solo un cittadino/a, niente di più niente di meno!

E, con questo ultimo numero per il 2016, vi salutiamo e vi auguriamo ogni bene, soprattutto serenità e affetto.

Per il prossimo 2017 abbiamo in serbo per voi molte novità, la Rivista diventa ancora più ricca e innovativa. Arrivederci nel 2017!