Scelti per voi

Silvana Franco

Orme dimenticate. Le mie escursioni in Calabria

Laruffa editore, Reggio Calabria, p. 212, 10

Con il suo libro Orme dimenticate l’Autrice Silvana Franco ci guida alla riscoperta di interessanti testimonianze del passato della terra di Calabria, che rischiano di cadere nell’oblio per il disinteresse e l’incuria delle amministrazioni che dovrebbero salvaguardarle.

Il pregio del libro che si può considerare una guida turistica, seppure anomala, sta nel fatto che ci propone un viaggio sia nello spazio, in quanto ci porta in varie località di tutte le province calabresi, sia nel tempo, in quanto ogni opera riscoperta ed esaminata viene inserita in un contesto storico ben preciso attraverso informazioni sul committente, sul costruttore, sull’utilizzo e sulle sorti toccate poi nel corso della storia.

L’autrice spesso interviene in prima persona raccontando le modalità di riscoperta dei vari edifici e gli incontri con studiosi, archeologi o personalità del luogo, che hanno fatto da guida e hanno illustrato le caratteristiche delle costruzioni visitate e spesso ridotte a ruderi.

I vari siti visitati sono, generalmente, raggruppati in base alla provincia di appartenenza, ma in alcuni casi, considerata la loro collocazione, l’autrice non ritiene opportuno seguire tale ordine e ricorre ad una trattazione trasversale.

Ciascuno dei sei capitoli, nei quali è divisa l’opera, segue un itinerario ben preciso, teso alla riscoperta di beni architettonici, pittorici e archeologici poco noti, posti in luoghi difficilmente accessibili, ma di grande importanza storica e culturale, che meritano d’essere tutelati e valorizzati per diventare mete da affiancare ai più classici e conosciuti itinerari turistici.

Attraverso il racconto appassionato dell’autrice e grazie alle splendide fotografie, che corredano l’opera, si materializzano sotto i nostri occhi chiese e conventi bizantini, castelli normanni, torri di guardia aragonesi a testimonianza di un passato ricco di storia.

La descrizione minuziosa dei diversi stili che caratterizzano i reperti esaminati è arricchita anche dal racconto di miti, leggende ed eventi storici documentati che permettono di ricostruire le attività e il genere di vita condotta dagli antichi abitanti di questi luoghi, dai monaci basiliani, che si rifugiarono nelle grotte per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste, ai signori normanni o aragonesi, ai quali si devono i bellissimi castelli e le torri di guardia.

Particolarmente interessante è, secondo me, il capitolo che passa in rassegna i popoli che abitarono la Calabria a partire da Italici, Ausoni, Greci, Romani, Bizantini e altri gruppi, Albanesi, Grecanici, Armeni, Valdesi, Ebrei, che si insediarono in zone ben definite integrandosi con la popolazione locale, ma mantenendo le proprie tradizioni e la propria lingua, di cui resta traccia ancora oggi soprattutto nella cosiddetta “Bovesia”, nel reggino, dove si parla il grecanico o in alcuni paesi delle province di Cosenza e Catanzaro dove si conserva l’antico arbërechë.

Queste testimonianze sono la dimostrazione che la Calabria da sempre è stata terra di accoglienza e la sua prosperità è stata determinata anche dall’apporto di popoli provenienti da fuori. Forse si dovrebbe tenere presente questo aspetto in un’epoca in cui ci si trova di fronte a sbarchi continui di profughi che potrebbero costituire una risorsa per paesi pressoché abbandonati dalle nuove generazioni.

Numerosi sono gli spunti di riflessione che si possono cogliere dalla lettura di quest’opera che può costituire uno stimolo a riscoprire un patrimonio artistico così ricco, a divulgarlo, a valorizzarlo, per incentivare il turismo, che è una delle poche risorse che possono riportare questa terra alla prosperità e alla grandezza conosciute nel passato.

In fondo il nostro passato è ancora tra di noi: basta interrogare ciò che resta e fare silenzio per ascoltarne le voci, come dice l’autrice in una poesia:

Solo silenzio.

Eppure sento i tuoi passi.

Odo le voci.

Solo pietre, erbe selvatiche, spine.

Tuttavia mi appaiono immagini.

Visioni variegate di epoche remote.

È il nostro passato.

Non si dimentica.

Storia rivissuta ,nei pressi di un rudere

Nicoletta Mandaradoni

Lisa Brambilla

Divenir donne. L’educazione sociale di genere

Edizioni ETS, Pisa 2016, pp. 210, € 20,00

Già il titolo del libro di Brambilla suggerisce il nucleo centrale della questione trattata dall’autrice: il percorso (peraltro tortuoso e difficile) delle giovani donne nel proprio declinarsi femminile e come tale declinarsi sia frutto di una costruzione sociale e culturale, sempre storicamente situata. In modo molto documentato e approfondito, con un linguaggio peraltro fluido e di lineare comprensione, l’autrice ci conduce attraverso il passaggio dalla concezione del genere come destino naturale alla concezione che ne rintraccia il senso socialmente normativo: con attenzione pedagogicamente orientata, si sofferma sia sul portato dell’educazione formale che su quello dell’educazione informale. Se, nel primo caso, la nuova riforma scolastica suggerisce spazi dedicati all’educazione all’affettività, con specifico riferimento proprio alla disparità di genere, tuttavia Brambilla fa acutamente notare come la cultura del femminile tradizionale passi comunque attraverso le materie curriculari, relegando così in un “a parte” quasi accessorio il tema centrale del genere. Nel secondo caso, quello dell’educazione informale cui l’autrice si dedica principalmente (anche attraverso gli esiti di una ricerca sul campo, condotta intervistando giovani donne), il testo si focalizza sui modelli impliciti inconsapevolmente trasmessi e interiorizzati, avvicinandosi “con rispetto e curiosità al quotidiano e alla sua diffusa formatività” (p. 46). Un quotidiano nel quale il genere umano è costantemente fatto coincidere con l’autorappresentazione del maschile, peraltro non alieno dalla responsabilità femminile nel trasmettere il sapere relativo alla “complementarietà” del “secondo sesso” rispetto al “primo”, quello maschile appunto. Un quotidiano che passa anche attraverso il ruolo del sapere e dello studio, dalla “pedagogia dell’ignoranza di tempi più lontani, alla pedagogia del sapere femminile come “ornamento”, all’attuale diffuso accesso delle donne alla scolarizzazione superiore. Non poteva mancare in questo percorso la riflessione delle donne sulle donne: una sezione del libro racconta infatti la storia del femminismo e delle sue diverse declinazioni, fino alla teoria gender che, andando oltre la focalizzazione del solo femminile, si dedica allo studio della costruzione sociale dell’appartenenza di genere intersecando la dimensione del corpo con la sua significazione e riportando così al proprio posto la materialità biologica come elemento che non può essere oscurato: il corpo delle donne è infatti ancora “segnato” da vissuti di fragilità e rischio, dall’aggressione sessuale alla gravidanza indesiderata. Ed è inserendosi in questo chiaro quadro di riferimento teorico che l’autrice sottolinea come la contemporaneità determini un eccezionale sforzo formativo nel navigare tra la silenziosa e continua pressione sociale ai ruoli femminili di dedizione e subalternità, e la graduale erosione e moltiplicazione dei modelli di genere. Se infatti vi è un’area che permane, una sorta di zoccolo duro dell’identità di genere femminile è proprio quella della dedizione, della cura, dell’attenzione all’altro: tra il dovere e l’istinto (!), questo ruolo femminile è anche segnato dall’approvazione sociale che premia e gratifica l’adesione al compito. Molto acutamente, l’autrice fa notare come il compito di cura non si limiti soltanto alla classica dedizione ai bisogni dell’altro, ma si esprima altresì nell’adeguarsi ai desideri dell’altro, in particolare allo sguardo maschile, al quale ancora le giovani donne tendono a rispondere con un atteggiamento mentale preoccupato e compiacente, dimentico del proprio stesso piacere. Di fronte al fatto che tuttora si considerano ovvie le esperienze identitarie più diffuse, la via pedagogica correttiva viene identificata giustamente dall’autrice nella loro decostruzione attiva e trasformativa, cioè nella decostruzione critica dell’ovvio, in grado di problematizzare le esperienze formative di genere e riportarle al loro senso di esito di apprendimento: senza un simile sguardo alternativo la teoria normativa interiorizzata finisce per autoconfermarsi. È dunque un libro di spessore, quello di Brambilla, denso di riferimenti teorici e di agganci al reale, al concreto, al quotidiano. Un libro che inquadra la storia del femminismo con notevole padronanza e al contempo ci porta considerazioni ed esempi di giovani donne anche molto lontane dalla consapevolezza di genere. Un libro appassionato e al contempo riflessivo, nel quale la consapevolezza dell’autrice abbraccia il passato e il presente del divenire donne, con un preciso sguardo al futuro e a ciò che dal punto di vista pedagogico può dare impulso, e in taluni casi promuovere, l’ emancipazione dalle prescrizioni normative del e al genere.

Gabriella Mariotti

Carla Acerbi, Marialisa Rizzo

Pedagogia dell’oratorio. Criticità e prospettive educative

Franco Angeli, Milano 2016, pp. 198, Euro 25,00

Luogo educativo denso di esperienze di apprendimento non formali e informali, l’oratorio risulta essere un interessante oggetto di ricerca scientifica. Attraverso un’attenta lettura, che privilegia una prospettiva milanese, il testo ne sottolinea la complessità e guida a una sua analisi pedagogica: sullo stile e gli strumenti attraverso i quali agisce, sulle persone che lo abitano e che contribuiscono a definirne la “dimensione di comunità”, sugli esempi e i linguaggi presenti al suo interno. Riconosce, inoltre, le criticità e le fatiche, le possibilità trasformative e di interazione con la società e i territori. Le autrici, riprendendo alcune esperienze specifiche, rivolgono alla realtà oratoriana uno sguardo che dal passato apre la riflessione sul presente. Ricostruendo la tradizione dell’oratorio e ripercorrendo le storie e l’impegno di uomini e donne qui coinvolte, esse riflettono sulle trasformazioni socioculturali che lo hanno interessato.

Come rispondono gli oratori alle nuove sfide dei territori della contemporaneità? Come costruiscono il senso del “noi”?

L’oratorio, inteso come sistema dai confini flessibili, è in costante relazione con i territori contemporanei e le loro complessità (globalizzazione, processi migratori, nuove forme di famiglia e di comunicazione), nonché potenziale promotore di trasformazione degli stessi. Volendosi porre come comunità educante, luogo di aggregazione e incontro, risposta al bisogno di appartenenza, esso incontra, però, il rischio di tradurre questo afflato in una tensione comunitaristica escludente e incomunicante, promotrice di stereotipi identitari. Davanti a ciò l’oratorio, quale luogo educativo, è chiamato ad allenarsi al confronto con il pluralismo culturale, l’ascolto di narrazioni molteplici, la valorizzazione di differenze e libertà soggettive.

L’oratorio esiste, oggi come in passato; produce educazione diffusa e ciò lo rende un interessante oggetto di analisi pedagogica. È una realtà che entra a far parte delle storie di vita di chi la frequenta (e non solo), rappresentando una significativa esperienza di apprendimento non formale e informale. Oltre a una prima formazione religiosa, fornisce punti di riferimento e crea socialità e legami, soprattutto per i/le giovani. Proprio per questo, l’oratorio è anche un luogo che contribuisce a strutturare – in modo non sempre esplicito e dichiarato – personalità, identità “normali”, ovvero socialmente accettate di uomo e donna e di “adultità”.

Quali esempi di uomini e di donne sono proposti ai/alle giovani? L’oratorio pensa ed educa al genere? Come evitare la riproduzione di stereotipi e pregiudizi? È possibile offrire modelli adulti interessanti e diversificati? Quali apprendimenti alternativi?

Il testo invita alla decostruzione di diversi immaginari (correlati alla comunità, all’adultità, all’educazione, ai valori…) di cui anche gli oratori sono portatori. Attenzione particolare viene data alle “questioni di genere”, sulle quali si sollecita una problematizzazione e una riflessione, che guarda ai modelli presenti/presentati nella società come nella cultura religiosa, proponendo momenti di autoconsapevolezza e di analisi critica.

Progettare, dunque. La dimensione progettuale è ritenuta sostegno per gli oratori nell’ovviare al rischio di diventare contesti dalle identità rigide e “non virtuose”, mancanti di cura e attenzione per la relazione e per i singoli. Di essa è imprescindibile parte l’analisi degli apprendimenti informali, la cui consapevolezza permette a educatori ed educatrici di produrre interventi educativi intenzionali. Questo progettare educativo potrebbe rendere l’oratorio uno strumento utile all’educazione nei territori: luogo dichiaratamente educativo, in cui il fare è guidato dal pensare, in cui operatori e operatrici professionali propongono interventi significativi, valorizzandone la sua funzione sociale ed educativa.

Elisa Marzola

Silvia Salvatici

Nel nome degli altri. Storia dell’umanitarismo internazionale

Il Mulino, Bologna 2015, pp. 332, € 26,00

Il volume prende le mosse da due interrogativi che la stessa autrice dichiara apertamente nell’introduzione: “Le trasformazioni seguite all’affermarsi degli interventi armati in nome della difesa dei diritti umani a partire da quale contesto hanno avuto luogo? Qual è stato il percorso compiuto dall’umanitarismo prima della fine della guerra fredda?”. Il volume infatti si propone di guardare alla storia dell’assistenza umanitaria prima del 1989, rileggendo criticamente la storia dell’umanitarsimo.

Spesso si tende ad identificare l’idealismo, un insieme di valori e idee di empatia verso gli altri esseri umani, con l’umanitarsimo, cioè l’aiuto organizzato rivolto ad individui vittime di guerre, disastri naturali, carestie… Nel libro le differenze fra idealismo umanitario e umanitarismo sono ben delineate. Il testo è molto ricco di materiali e documenti e fornire un’idea della sua articolazione nelle poche righe a disposizione è piuttosto complesso, motivo per cui ci si soffermerà sui punti focali delle tre parti da cui esso è costituito.

Nella prima parte, Salvatici ricostruisce l’idea di umanitarsimo, emersa in seno civiltà occidentale fra la seconda metà del ‘700 e la seconda metà dell’800, quando in Europa e negli Stati Uniti si rafforza l’idea che non sia possibile tollerare la sofferenza di altri esseri umani: è infatti un dovere morale di ciascuno partecipare al dolore dei più sfortunati, ovunque essi vivano. Nasce così la battaglia contro la schiavitù. Il movimento antischiavista è basato sulla “filantropia coloniale” ed è animato dal movimento missionario di evangelizzazione, nonché dalla volontà di migliorare la condizione degli uomini che lavorano nelle colonie, attraverso strumenti come l’assistenza, la sanità e l’istruzione. Silvia Salvatici ricorda come anche all’interno dell’Europa la mobilitazione per alleviare le sofferenze altrui divenga ben presto tangibile: a seguito del disastroso terremoto di Lisbona, nel 1755 l’ideale umanitario prevale e si dispiegano numerose forze per portare aiuto alle vittime.

Nella seconda parte viene esaminata la “centralità assegnata dall’umanitarismo alle vittime dei conflitti armati”, in particolare a partire dalla fondazione della Croce Rossa nel 1864. Sarà la Grande Guerra a sancire l’affermazione della Croce Rossa, attiva specialmente nei territori dove avvennero i principali combattimenti. L’autrice, tuttavia, sottolinea la necessità di analizzare le pratiche umanitarie anche durante il primo dopoguerra, un periodo in cui non termina la sofferenza della popolazione del nostro continente devastato da epidemie, denutrizione e spostamenti di popolazioni. Non a caso è proprio in questo periodo che viene creata la figura dell’alto commissario per i rifugiati, a sostegno dei profughi di guerra, mentre a Londra nasce l’organizzazione Save the children, che interviene contro le sanzioni ai paesi sconfitti, poiché queste sono causa della sofferenza dei bambini.

Nella terza e ultima parte vengono analizzate le pratiche più diffuse dal secondo dopoguerra alla fine della guerra fredda, con un’attenzione particolare alle “emergenze umanitarie”. Gli obiettivi dell’umanitarsimo divengono infatti la povertà, le carestie e la fame. Il mondo della musica e quello dello spettacolo si mobilitano e il raggio di azione si sposta dalle popolazioni europee, colpite duramente durante la Seconda guerra mondiale, al cosiddetto Terzo mondo, dilaniato dalla fame e dai drammatici conflitti post-coloniali.

Nel nome degli altri è scritto in maniera scorrevole e mantiene, durante tutta la narrazione, un occhio critico: da un lato vengono messi in evidenza gli aspetti postivi dell’umanitarismo, dall’altro sono anche analizzate le sue zone d’ombra, tra cui la spettacolarizzazione delle crisi umanitarie che contribuisce a far conoscere al mondo un problema, ma rende sfumate le cause profonde di una crisi e il contesto in cui essa si manifesta (tra tutti l’esempio del Live aid del 1985, a sostegno della popolazione etiope colpita dalla carestia).

Elena De Marchi

Adriana Mazzarella

Alla Ricerca di Beatrice. Dante e Jung

Edra Edizioni, Milano 2015, p. 574, € 25,00

La nuova edizione di questo interessante libro è uscita dopo la scomparsa dell’autrice avvenuta nel febbraio 2015. Il testo è arricchito da una presentazione di Robert Mercurio che sottolinea la attualità tematica Dopo la prima edizione degli anni novanta si sono succedute più pubblicazioni anche in lingua inglese, andate sempre esaurite, a sottolineare l’originalità del progetto di questo lavoro di ricerca che è stato accompagnato negli anni da seminari di approfondimento al CIPA (Centro di Psicologia Analitica) di Milano. Per me rappresenta oggi un riferimento per ritrovarmi ancora con una analista e una donna che è stata guida per trovare la “dritta via smarrita”. Il viaggio di Dante e l’uomo moderno, recitava il sottotitolo delle prime edizioni, Dante e Jung è la sottolineatura che si evidenzia in questa ultima edizione, e si può così comprenderne meglio i riferimenti. Il tema centrale è l’uomo di oggi, come sottolineava l’autrice già nella prefazione alla prima edizione nel 1991 non è “un altro libro su Dante. Ce ne sono già tanti” ma “è un libro che parla della ricerca individuale e collettiva dell’uomo di oggi nei suoi percorsi e processi individuativi”. Adriana è stata un medico ed una analista junghiana che ha dato molte energie nello studio, nella formazione, alla conoscenza e all’approfondimento del pensiero di C. G. Jung. I suoi seminari hanno sempre accolto molti allievi e studiosi in ambiti anche diversi dalla psicologia; sempre molto generosa nel condividere quanto andava approfondendo e studiando, sapeva accogliere il nuovo e le novità. La sua casa era aperta agli incontri individuali, ma anche ai seminari e agli incontri di supervisione per gli allievi della scuola di “Sand Play therapy”; era fondatrice della Associazione Italiana e didatta della scuola. Adriana nel suo lavoro e nelle relazioni ha sempre messo molta passione, energia ed entusiasmo e questi aspetti si evidenziano nel libro dove la concretezza del quotidiano trova collocazione alla luce della sua personale ed originale riflessione sull’opera di Dante. Un viaggio nell’opera di Dante che è anche esperienza affettiva, un sentimento di approccio alla Divina Commedia che ci fa scoprire l’attualità che spesso non abbiamo avuto possibilità di cogliere quando l’abbiamo affrontata sui banchi di scuola in una età forse troppo giovane. “La commedia, non può essere compresa con il solo aiuto dell’intelletto razionale. Come tutte le grandi opere che hanno un profondo senso umano e sacro, deve essere riscoperta spiritualmente in ogni epoca, non diversamente da come Dante aveva reinterpretato e rivissuto, secondo lo spirito del suo tempo, i valori dell’antichità”.

L’opera di Dante, universale ed eterna, è importante per chi è alla ricerca di senso e progettualità nel proprio cammino quel “mi ritrovai per una selva oscura che la dritta via era smarrita”.. implica una rivisitazione di noi stessi e una nuova consapevolezza. Implica cioè rivedere con altri occhi ciò che ci accade, è quel passaggio importante che può spingerci a iniziare un percorso analitico, affidandoci così ad una guida per aprirci ad una dimensione dove la parola e l’immagine trovano espressione emergendo dalle nebbie e connotando con colori e sfumature differenti i vissuti, attribuendo loro possibili nuovi significati. Una ricerca che può portare ad una tonalità di suoni e ritmi differenti come nella musicalità del Paradiso che ci consegna un senso di tranquillità e pace dopo le sofferenze dei dannati e le attese del Purgatorio. Sicuramente questo lavoro ha la caratteristica di essere sempre nuovo ogni volta che se ne legge anche un frammento, perché è un invito ad una riflessione personale sulla poesia della Divina Commedia e apre alla ricerca individuale. La ristampa è pertanto un ottimo stimolo per riprendere il viaggio con Adriana per ritrovare con lei noi stessi attraverso l’opera di Dante.

Emilia Canato