Un uomo e una donna che giocano con le parole (e con le identità)

Sullo scorso numero abbiamo promosso il Seminario “Hélène Cixous e Jacques Derrida: il linguaggio delle relazioni” organizzato dalla Rivista Pedagogika.it, in collaborazione con la Casa delle Donne di Milano e Sil- Società italiana delle letterate.

Vi proponiamo qui un articolo scritto da una delle organizzatrici del Convegno che riporta parole, pensieri e riflessioni che il seminario ha prodotto.

Barbara Mapelli*

In un dorato pomeriggio milanese1 di fine ottobre molte donne e alcuni uomini si incontrano per parlare di filosofia. Sembra incredibile, ma è così. Io c’ero. L’occasione è un seminario che si è tenuto il 22 ottobre alla Casa delle Donne e il titolo – Hélène Cixous e Jacques Derrida: il linguaggio delle relazioni – evoca immediatamente il tema centrale del convegno: il rapporto più che decennale tra una donna e un uomo, due persone appassionate del loro reciproco pensiero, delle loro scritture, talvolta più letterarie che filosofiche, teatrali e indisciplinate, anche se rigorose, con una originalità che supera ogni barriera predefinita di stile. 

Ma molto altro avvicina Cixous e Derrida. Le origini ad esempio: ambedue ebrei, nati in Algeria e successivamente stabilitisi in Francia. Una pluriappartenenza che diviene sentimento di non appartenenza, un’esperienza che li accomuna, come ambedue riconoscono, e che troverà, per lei, una soluzione nell’approdo a una cittadinanza sovranazionale, la cittadinanza letteraria.

Sono effettivamente di nazionalità francese, cosa che non vuol dire poi tanto, e ho sempre sognato di poter attraversare il passaporto per andare verso una nazionalità della quale mi sono detta, alla fine, che è letteraria. Se vi è un Paese in cui mi ritrovo è la letteratura in generale, che evidentemente non ha frontiere”.

La cittadinanza letteraria

E la tentazione di rinnegare le sue origini, di rinnegare il suo cognome, il suo lungo naso, che la denuncia immediatamente come ebrea. “Il sentimento oscuro di essere emersa là per caso, di non essere di nessun qui per via ereditaria o discendenza, la sensazione fisica di essere un fragile fungo, una spora schiusasi in una notte, e che tiene alla terra soltanto grazie a frettolose e fragili radici. Un altro sentimento nell’ombra: la certezza che non potrà mai essere scalfita che “gli arabi” erano i veri figli di quel suolo polveroso e profumato. Ma quando camminavo a piedi nudi con mio fratello sui sentieri caldi di Oran, sentivo la pianta del mio corpo carezzata dalle palme accoglienti degli antichi morti del paese e il tormento della mia anima si placava (…) Il mio nome selvaggio. Un nome barbaro, bizzarro e sconosciuto. Senza origine. Né francese, e neppure ebreo. Un piccolo brutto anatroccolo tra i patronimici ebrei d’Algeria. Un nome peggio che ebreo, o ancor più ebreo che un nome ebreo famigliare. Una specie di nome trovatello. Un quasi anonimo. Anche gli ebrei d’Algeria non sanno che farne (…) Sono stata sul punto di sacrificarlo quando il mio primo libro stava per uscire. Mi sono riveduta: il mio nome, il mio naso troppo grande troppo aquilino, le mie prominenze. I miei tratti eccessivi. In extremis rinunciai a rinunciare ai miei segni distintivi. Accetto il destino. Ciò di cui mi guardai bene, salvaguardando il nome e il mio naso, era la tentazione di rinnegare.

Giochi di parole

Mi sono concessa questa lunga citazione perché può rappresentare un assaggio del linguaggio di Cixous, per chi non l’abbia letta, il suo scrivere con il corpo, un linguaggio talvolta difficile, che sembra respingere, ma dal quale occorre farsi sommergere, senza pretendere di capire tutto e, procedendo così, apparentemente senza obiettivo – si diceva durante il seminario – si può arrivare a qualcosa che ci riguarda, che accoglie la nostra ricerca, la stimola, l’aiuta a trovare altre e nuove direzioni. E così è la relazione di questi due personaggi, perennemente dislocati per destino e scelta, che trovano patria nella perenne ricerca dentro il linguaggio, in cui entrano, di cui moltiplicano i significati, le assonanze, le analogie, che la lingua francese generosamente consente – e in effetti molti giochi di parole sono intraducibili in italiano – un gioco molto serio, in cui si innestano le loro biografie e prende senso centrale la loro relazione: un gioco per la vita, in cui Derrida si rappresenta soprattutto come colui che conosce già il verdetto, l’ineluttabilità della morte, mentre Cixous viene da lui presentata come continuo richiamo alla vita.

Cixous e Derrida

Uno scambio fitto, fatto soprattutto di reciproche letture e scritture elaborate insieme, di telefonate, incontri e confronti, anche pubblici, che durano parecchi decenni, si diceva. Una relazione e un dialogo interminabile tra una donna e un uomo, in cui la differenza sessuale non viene teorizzata ma praticata come un confine mobile, che non impone separatezze o binarismi, ma identità permeabili, mutevoli e cangianti, che si nutrono e mutano nell’avvicinarsi all’altro/altra. Più una poetica della differenza sessuale che una teoria, poiché rifiuta ogni rigidità definitoria. 

Oltre la morte

Ma il verdetto incalza Derrida che muore, pochi mesi prima di un convegno cui avrebbe dovuto intervenire insieme a Cixous. Eppure la vita prevale sulla morte: Hélène, aprendo un cassetto, trova uno scritto di Jacques, la relazione che lui avrebbe dovuto tenere a quel convegno e che le aveva mandato chiedendole di non leggerla prima di quell’occasione. E il loro discorso e dialogo interminabile allora può continuare, scavalcare la morte, rappresentare – nella loro relazione – il primato della vita. Come il titolo di un libro di Derrida dedicato a lei, Hélene Cixous, per la vita.

Il seminario

Hanno partecipato all’incontro Nadia Setti e Mario Vergani, relatrice e relatore, e Claudia Alemani, Paola Bono, Elisabetta Cibelli, Pierfilippo Pozzi, Maria Piacente, Angelo Villa e altri e altre ancora che hanno contribuito coi loro interventi allo svilupparsi del dialogo. C’ero anch’io, come già dicevo, nel ruolo di coordinatrice del dibattito. L’incontro è stato organizzato dalla rivista Pedagogika.it, con la collaborazione della Casa delle Donne di Milano e la Società Italiana Delle Letterate, e il patrocinio dell’Institut français di Milano.

*Docente di Pedagogia delle differenze di genere presso l’Università di Milano Bicocca

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Questo articolo è stato pubblicato sul sito http://27esimaora.corriere.it

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