Un villaggio per educare

Gentile Redazione,

è dall’inizio della scuola che le chat di classe imperversano sui telefoni di tutti i genitori. C’è la mamma apprensiva che chiede delucidazioni su come l’insegnante di matematica abbia spiegato la divisione col resto perché a lei sembra un metodo assurdo, quella inferocita che denuncia che la sciarpa di sua figlia è stata gettata da quel tremendo compagno nel wc della scuola – e le insegnanti dove erano? – il padre preoccupato che chiede come mai questi bambini saltino così spesso l’intervallo, la ex rappresentante che chiede disperatamente che qualcuno presenzi alle elezioni del nuovo rappresentante perché lei non vuole essere rieletta e la mamma antisociale che la chat non la legge nemmeno ma che poi viene rimbrottata perché non ha portato in tempo i soldi x la gita. Arriva poi il giorno in cui il telefono si silenzia perché genitori e insegnanti si riuniscono. Le insegnanti raccontano il loro programma, i genitori distrattamente ascoltano. L’atmosfera è noiosa e rarefatta. Nessuno osa dire. Tutti vorrebbero. Allora il padre preoccupato chiede timidamente delucidazioni sull’intervallo e le insegnanti, fattesi rosse dalla rabbia per tanta ingerenza si arroccano su inflessibili spiegazioni che sostanzialmente dicono: poche storie, qui decidiamo noi, non abbiamo altre possibilità per punirli. L’insegnante di italiano riprende la parola e fa notare che anzi certi comportamenti dei ragazzi a scuola andrebbero monitorati dai genitori e che le famiglie dovrebbero essere piú presenti e intervenire, ma sono i genitori che questa volta si arroccano e dicono “noi l’educazione a casa gliela insegniamo, forse siete voi che non sapete lavorare sulla cooperazione di gruppo”. La domanda, allora, è semplice ma urgente: genitori e insegnanti si capiranno mai? O, forse, si capiranno di nuovo? Qual è la strada per istituire un nuovo ma sensato e condiviso dialogo?

Andrea M.

Risponde Santa Barilari, insegnante di scuola secondaria di primo grado e mamma

A ciascuno il suo, mi viene subito da dire. A ciascuno le proprie responsabilità, i propri compiti, la consapevolezza del proprio ruolo. Partiamo dalla scuola e dalle ragioni che hanno reso l’agenzia educativa per antonomasia contenitore del disagio di studenti, famiglie e degli stessi insegnanti. In realtà fino agli anni Sessanta il potere del docente era assoluto, la sua figura era ossequiata e rispettata, non esisteva dialogo tra docente-famiglia, al massimo un breve monologo del docente, accettato passivamente dal genitore, che non si sognava nemmeno di mettere in dubbio l’operato del maestro o del professore. I voti, le bocciature, le punizioni, comprese quelle corporali, non venivano assolutamente messi in discussione, ma accettati come “dura lex, sed lex”. Nella scuola di oggi l’operato del docente è sempre più messo in discussione, deve spiegare perché ha dato quel voto, perché ha fatto quella verifica, perché ha fatto saltare l’intervallo ai bambini, soltanto che i docenti, almeno la maggior parte, non sono stati preparati al cambio di scenario in maniera adeguata. Come ben sottolineato da Giacomo Stella nella sua lucida analisi Tutta un’altra scuola (Quella di oggi ha i giorni contati), Giunti, 2016, gli insegnanti sono a disagio, si sentono frustrati nel loro ruolo e sono insofferenti perché è il ruolo della scuola come unico luogo di trasmissione del sapere che non esiste più. Il docente non è più l’oracolo della conoscenza, basta collegarsi a Google per avere qualsiasi risposta (anche sbagliata!); ecco che allora al docente tocca fermarsi a riflettere sul ruolo proprio e su quello della scuola, sulla consapevolezza della propria professionalità: la scuola dell’apprendimento, non dell’istruzione, che mette al centro la persona in toto, è una comunità educante che promuove la discussione, il confronto e la collaborazione, dove il docente assume il ruolo di guida e propone problemi, senza fornirne la soluzione ma indirizzandone la ricerca delle possibili soluzioni, sapendo che il proprio ruolo è quello di insegnare a pescare, non quello di fornire i pesci. L’insegnante ha un ruolo educativo fondamentale, deve saper leggere i cambiamenti e interpretarli, senza pensare di delegare o rimbalzare esclusivamente alla famiglia la palla dell’insegnamento delle competenze civiche-sociali e relazionali, che è compito della scuola, come peraltro la normativa sia italiana che europea prevede (e quindi ci impone). Soltanto la consapevolezza del proprio ruolo e della propria professionalità, la consapevolezza dell’obiettivo alto che ogni docente si deve porre, il riconoscimento del cambiamento della società e la sua corretta lettura può condurre la classe docente ad un’apertura e a un sano dialogo, nonché alla collaborazione con l’altra fondamentale agenzia educativa che è la famiglia. Anche ai genitori bisogna dare il proprio e il dovuto. La famiglia deve riprendersi la responsabilità dell’educazione dei propri figli, senza deleghe e con la consapevolezza che l’esempio è il primo vero insegnamento. Il genitore spazzaneve o che mette sempre le reti di salvataggio ai propri figli di sicuro non li preparerà ad affrontare le bufere della vita o ad attraversare i ponti pericolanti che li attendono, li priverà di fare esperienza e di sbagliare, due elementi che servono per crescere e diventare dei cittadini responsabili e consapevoli. Questo non significa che un genitore debba disinteressarsi della vita scolastica del proprio figlio, anzi. Sarebbe opportuno invece intervenire rispettando il proprio raggio d’azione, lasciando il campo di autonomia che spetta al ragazzo e dialogando con la scuola, ma in che modo? Sicuramente con franchezza e discrezione, con un dialogo costruttivo e rispettoso della professionalità altrui. Sui gruppi Whatsapp dei genitori tanto si è detto e tanto si è criticato, sicuramente non è lo strumento che deve essere demonizzato, ma il suo uso: lo schermo del telefonino rende la comunicazione ovattata, ci permette di sfogare la rabbia che nasce dalla mancanza di dialogo diretto, schietto e costruttivo, di sfogare la frustrazione di chi non riesce a gestire il fallimento o ad accettarlo, per cui si rischia di farne un uso improprio se non addirittura deleterio. Come sottolineato da Monica D’Ascenzo del Sole 24ore in diversi articoli sull’argomento, i gruppi Whatsapp sono un mezzo per i genitori di appropriarsi di qualcosa non loro, per cui si devono lasciare ai ragazzi i loro spazi, anche lo spazio di sbagliare…

Da genitore e da insegnante vivo (ahimè o per fortuna) il doppio ruolo e più volte ho vissuto il disagio della mancanza di dialogo o del dialogo distorto. Ma da genitore mi impongo di guardare criticamente al mio ruolo, sapendo che il pilota dell’aereo sono io e non posso chiedere a mio figlio di sostituirsi a me né posso imporgli di guardare il panorama dal finestrino o di allacciarsi la cintura, eppure la tentazione di interferire nella sua vita scolastica, sulle scelte delle sue insegnanti l’ho avuta… Ma mi sono chiesta se per il suo volo fosse utile e sana la mia interferenza o se invece lo avesse portato fuori rotta, interrogandomi profondamente a chi fosse dovuto il proprio. Sembra così difficile sia per i genitori che per gli insegnanti lasciare spazio di sbagliare ai nostri ragazzi, forse perché tutti noi pensiamo che le nostre strutture adulte mentali, emotive, affettive siano anche patrimonio dei nostri figli, mentre tutto è in divenire, in costruzione…

La strada per fondare un dialogo che sia educante ed educativo prevede di interrogarsi sulla bussola da utilizzare nella lettura del percorso vita: non vogliamo figli perfetti, ma felici, consapevoli e responsabili, non desideriamo alunni che marciano al passo ma musicisti che suonano strumenti diversi per trovare l’armonia, vogliamo costruire una società in cui la collaborazione e la valorizzazione delle differenze sia il fine del nostro agire educativo. Non è una sfida facile, ma sicuramente non è impossibile. Dobbiamo riprendere il dialogo con noi stessi, con gli insegnanti, con i nostri figli, con il fanciullino che c’è in noi, nella consapevolezza dell’“honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere” (“Vivere con onestà, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno il suo”).