Cinema

di Pete Docter

Inside out

USA 2015

Produzione: Pixar Animation Studios

Distribuzione: Walt Disney Pictures

 

Ridere e piangere

A CHI: Ai genitori appesantiti dall’ansia.

PERCHÈ: per imparare che bambini e bambine non vanno protetti dalle emozioni negative, che non piangere fa molto male. Per apprezzare i toni antieroici di un film che guarda le cose dal di dentro.

IL FILM: Il posto che occupa per più tempo l’attenzione sta a metà tra una navicella spaziale e un bazar di oggetti trasparenti e rotondi, è abitato da cinque esserini di vari colori che, ce ne accorgiamo subito, raffigurano le cinque emozioni primarie: gioia, tristezza, paura, disgusto, rabbia. Dove siamo? Dentro la mente di una fanciulla. Lei ha circa undici anni, abita in un piccolo paese freddo, va a scuola, passa i weekend a pattinare con mamma e papà. Ogni volta che cade, gioca, dorme, mangia, studia, dalla sua centralina mentale i cinque esserini emozionali si attivano per stabilire chi di loro reagirà a quel certo evento; in realtà non c’è nessuna democrazia, nella scala gerarchica delle emozioni in cima si trova soltanto la gioia che interviene pressoché in ogni evenienza a colorare di tinte luccicanti gli eventi, è la dittatura delle emozioni positive, perché lei, la fanciulla, deve essere contenta, allegra, divertita, su di morale; un’occasione sconfortante o deludente potrebbe rompere l’equilibrio emotivo perfetto. Va da sé che le emozioni difficili da reggere, come la paura e specialmente la tristezza, vanno tenute lontane dalla sala pilota, potrebbero interferire provocando sofferenza insopportabile, dolore ingestibile. Poi, però, un evento inaspettato come il trasferimento in un’altra città causerà una serie di reazioni che non potranno più tenere in disparte l’unica emozione giusta per affrontare la separazione e il distacco: la tristezza. La rappresentazione in forma animata delle emozioni e della loro funzione deve avere avuto alle spalle un pool di consulenti fatti di psichiatri e psicoanalisti di ultima generazione perché non è facile trasporre sullo schermo le complesse dinamiche mentali che coinvolgono emozioni, ricordi, esperienze. Non è facile intrattenere lo sguardo senza mettere in primo piano un eroe e le sue rischiose avventure fatte di azioni di forza, non è facile imbastire una storia che ha per protagonista la dimensione emozionale, vissuta da un personaggio comune, per giunta di genere femminile. Peccato, però, che le inquadrature riportano o il dentro o il fuori dell’esperienza, lasciando intendere che vi è un rapporto di causa ed effetto tra emozioni ed eventi, tra interno e esterno. Nella realtà non ci sono le emozioni che pilotano le nostre reazioni in forma immediata, né ci sono eventi che invocano le nostre emozioni come se fossero entità autonome, non ci sono ricordi inanimati, raggruppati in sfere di cristallo. I ricordi sono vivi e vegeti e, anzi, lavorano in stretta collaborazione con le emozioni. In ogni caso è ammirevole lo sforzo di avere provato a mettere in scena il complesso gioco di emozioni e pensieri che orienta le nostre esperienze. Ammirevole, soprattutto, l’avere costruito un plot senza il solito scontro tra il Bene e il Male; ammirevole è la combattuta amicizia tra la gioia e la tristezza, parti che stanno bene solo se si completano reciprocamente; ammirevole e utile è soprattutto l’avvertimento ai genitori ansiosi, a quelli che io chiamo genitori-controfigura che vivono per sostituirsi alla figliolanza in ogni circostanza difficile, per salvarla da emozioni spiacevoli, per annullare la frustrazione. La tristezza, nel film rappresentata con un girovita tondeggiante e un paio di occhialoni buffi, è l’unica emozione che separa, che rompe l’illusione di avere tutto e per sempre, è l’unica che porta nel profondo delle cose, che fa sentire freddo ma dà l’energia per muoversi ancora. Da vedere per smettere di illudere le giovani generazioni con false certezze. La verità è che chi nun chiagne nun po’ mai rirere.

Cristiana La Capria

 

 

di Anna Muylaert

È arrivata mia figlia!

Brasile, 2015

Produzione: Africa Filmes, Globo Filmes, Gullane Filmes

Distribuzione: Bim

 

Il gioco dei posti*

A CHI: Alle figlie, alle madri, alle colf e alle loro datrici di lavoro.

PERCHÈ: Le docenti lo mostrino alle alunne dai tredici anni in su per aiutarle a fare domande, per aiutarle a darsi risposte. Ma anche per farsi sorprendere dal modo in cui una figlia insegna alla madre a cambiare vita; per apprezzare il complicato intreccio di ruoli che muovono i rapporti di amore e, soprattutto, i meccanismi accesi dall’invidia.

IL FILM: È una donna, non a caso, a firmare la regia di questo film che riprende il grande e il piccolo segno dei legami sanguigni, le smagliature e i tatuaggi del tessuto di cui sono fatte le relazioni al femminile. La faccenda che forma l’intreccio è in sé comune: una signora molto ricca con una bella villa e una famiglia poco unita tiene al proprio servizio, notte e giorno, una colf con cui intrattiene un rapporto di rispetto e affetto che dura da molti anni. Ma qui l’elemento innovativo si aggancia all’arrivo della figlia della colf che disorienta la famiglia, minaccia le relazioni consolidate, ne svela le ambiguità. La regia e la prospettiva da cui seguiamo la vicenda è inconsueta perché è doppia, guarda sia la faccia sociale sia quella sentimentale della storia e apre domande difficili. La prima: la figlia della colf, adolescente istruita e determinata, deve sedere al tavolo della colf o al tavolo dei proprietari di casa? La figlia della colf, che non è una colf ma non è neppure parte della classe sociale dei datori di lavoro di sua madre, dove si colloca? in quali spazi della casa si può muovere? In piscina può bagnarsi? In quale stanza può dormire? Dove fa la colazione? I confini tra gli spazi della casa riflettono i confini tra i ruoli nella casa: chi può andare dove? Gli spazi e i ruoli, se non concordati, fanno a pugni e qualcuno si fa male. La seconda domanda, di natura relazionale, è mossa dai legami al femminile: la madre che ha sgobbato per mandare i soldi alla figlia ma che non l’ha cresciuta perché lavora in una città distante, è una cattiva madre? La figlia che non chiama mamma sua madre, che sfugge ai suoi abbracci e insiste a farle notare l’umiliante condizione di lavoratrice sottoposta, sottomessa, subordinata, è una cattiva figlia? E ancora: la datrice di lavoro, generosa e capricciosa, incapace di amare il figlio e il marito, è una donna malvagia quando si mette a invidiare la colf e sua figlia che invece si fanno amare facilmente dai maschi della casa? Ogni nervatura del paesaggio umano raffigurato presenta ombreggiature e sfumature di molte gradazioni. Non è facile rispondere con un monosillabo alle domande che penetrano il pensiero e lo mettono in azione. Le inquadrature restituiscono immagini delicate eppure insinuanti, come quelle della colf e del figlio della padrona di casa stesi sul letto, i corpi visti dall’alto in uno scambio di abbracci più forti di quelli che passano tra una madre e un figlio. La colf è una madre per il figlio della datrice di lavoro ma ha trascurato la sua di figlia; una catena di vuoti sono riempiti dall’affetto di supplenti di amore e creano invidie che trasudano da scene taglienti, dialoghi laconici, primi piani di occhi insicuri e zeppi di desiderio. Con uno stile animoso ed esilarante, senza alcun inserimento superfluo, ecco un film liscio e intelligente da indossare come fosse un abito che fa leva sulla essenzialità dei colori, sulla semplicità del taglio e sulla originalità del tessuto i cui fili meritano di essere seguiti per fissare da una visualemolto insolita una storia comune che guarda con coraggio alle lotte domestiche di potere tra donne.

 Cristiana La Capria

 *pubblicato su www.raccontidiscuola.it

 

 

di Federico Bondi e Clemente Bicocchi

Educazione affettiva. Crescere a scuola,

Italia, 2015

Produzione: Ardaco Producions

 

È un film insolito Educazione affettiva, che cattura l’attenzione e insegna; che commuove e stupisce; che documenta e fa andare lo sguardo al di là della quotidianità spicciola delle cose di scuola. È un film molto bello che racconta sì certo la scuola (nello specifico una classe quinta elementare statale) ma senza stereotipi, senza concentrarsi su fatti eclatanti (né negativi né positivi), con l’attenzione volutamente centrata sui gesti minuti, sulla diversità dei volti, sull’interiorità degli allievi protagonisti.

La storia raccontata è semplice e profonda allo stesso tempo. Un gruppo di ragazzi e ragazzine (in quell’età di confine fra gli ultimi tratti sicuri dell’infanzia e le incertezze dell’adolescenza) che hanno convissuto per cinque anni nello spazio rassicurante dell’aula e negli spazi magici del giardino della scuola, sperimentano con la guida distante, attenta e sapiente dei loro due insegnanti la significatività del crescere stando insieme e la progressiva consapevolezza del momento del distacco. E così, fra attività didattiche d’aula, lavori di gruppo svolti all’ombra degli alberi del giardino, fra esercitazioni col gesso alla lavagna e riflessioni collettive sul passaggio alla fase successiva della scuola e della vita (“Non voglio andare nel futuro…” scrive una delle allieve in un suo tema che il maestro legge a voce alta…) lo spettatore viene catturato progressivamente senza alcun voyerismo, ma con un’autentica partecipazione cognitiva ed emotiva nelle vicende e nei dialoghi del  micromondo dell’aula e della scuola.  Si entra nei ritmi, nei riti, nei rumori, nelle ritualità dell’aula e ci si trova a nostro agio lì dentro, perché si comprende che quelle ragazzine e quei ragazzi  si trovano – loro per primi – a loro agio e non se ne vorrebbero andare.

Un elemento che si nota fin dalle prime battute del film è la metodologia dei due insegnanti: si tratta di due maestri uomini (un fatto abbastanza inusuale nella scuola italiana) dai modi essenziali e misurati che come prima cosa trasmettono ai loro allievi l’idea che essi hanno diritto a crescere in una scuola e in una classe governate dai principi della democrazia, dove tutti gli allievi hanno garantiti gli stessi diritti, ma allo stesso tempo il vissuto individuale di ciascuno viene tenuto in considerazione, valorizzato, capito. Sono compiti, finalità, metodi che per certi versi potrebbero apparire rispondenti a una visione ideale dell’educazione, ma che invece vediamo nettamente calati nella realtà, applicati in modo molto concreto, fisico perfino, consapevole e sapiente.

I due maestri mostrano nei tanti microepisodi che il film racconta che realmente si può improntare il lavoro educativo al pluralismo culturale: nei gesti, nelle azioni, nelle scelte essi mostrano rispetto totale nei confronti della diversità di tutti, riuscendo a intuire anche ciò che i ragazzi non dicono. Nel mostrare la delicatezza e la forza presenti e necessarie in qualunque rapporto educativo,  Educazione affettiva è un piccolo capolavoro: perché riesce a far cogliere elementi sottili: la significatività del vissuto, l’importanza della memoria, la difficoltà dell’introspezione, la necessità dell’ascolto. Un elemento che collega come un filo sottotraccia una delle prime scene del film con l’immagine conclusiva è una lettera in busta chiusa che uno dei due insegnanti ha scritto e preparato  e che consegna a ciascuno dei ragazzi della classe. In momenti diversi del film lo spettatore riesce a vedere le reazioni di alcuni di loro, quando aprono la busta e leggono la lettera indirizzata proprio a lui o proprio a lei. E alla fine anche noi spettatori possiamo leggere il contenuto di quelle lettere perché proprio nell’ultima scena le righe scorrono sopra le immagini, come una sorta di conclusione. E, leggendo, ci accorgiamo che quelle poche righe che hanno fatto commuovere nell’intimo i ragazzi (al punto che alcuni hanno pianto, leggendo) sono solo piccole raccomandazioni, sono brevi parole di saggezza di un adulto che si rivolge a dei ragazzi di dieci anni a cui vuole molto bene. Eppure gli spettatori sia adulti sia giovani (ho proiettato il film di recente in aula a duecento studenti universitari, dunque posso affermarlo con certezza) colgono la significatività dell’espediente della lettera. È un modo, molto intenso, per ricordare ai ragazzi che tutto quel che è stato fatto nei cinque anni di scuola in comune rappresenta un patrimonio da tenere dentro di sé come qualcosa di prezioso, rilevante dal punto di vista educativo, ma soprattutto rilevante per far comprendere l’importanza della costruzione di relazioni significative, ora con il proprio insegnante, in futuro con chissà quante altre persone, coetanee e non.

Educazione affettiva è un film adattissimo a proiezioni in ambito didattico e non solo: può essere un buon modo per avviare dibattiti e scambi di idee sulla scuola, sulle metodologie d’insegnamento, sulle relazioni fra compagni, su come insegnare a riflettere sull’importanza degli affetti. È un film che racconta in modo esemplare che le relazioni educative non possono né devono essere solo comunicazioni verbali, ma incontri di vissuti. I bambini, i ragazzi e gli insegnanti protagonisti esprimono se stessi nei volti, nei corpi, nei gesti. Ciascuno ha garantita espressività e attenzione nel linguaggio, nei silenzi, nella parola, negli atti di reciprocità, nella comunicazione condivisa, nel tentativo difficile e tuttavia necessario della scoperta di sé.

Un’uguaglianza delle possibilità, che deve essere intesa non come un’utopia, ma come un compito quotidiano da parte di tutti coloro che hanno responsabilità educative. Nel pensiero interculturale in educazione e nelle tante azioni educative e didattiche che si possono ideare e mettere in campo ispirandosi a esso (unità didattiche disciplinari, laboratori, progettazione e scrittura di libri, ricerche-azione, eventi, mostre fotografiche, installazioni didattiche, percorsi educativi, cineforum) gli obiettivi e le finalità sono ispirati al rispetto dei diritti.

Mariangela Giusti