Educare oggi

Trovare un plausibile terreno di incontro tra un “dire”, e un teorizzare, pedagogico ed un “fare” legato alla pratica quotidiana è stato per noi una sorta di piacevole ossessione che ci ha accompagnato, per oltre vent’anni, sia quando, semplicemente, ci sporcavamo le mani con l’educazione nei suoi contesti scolastici e, ancora di più, extrascolastici, sia quando, fatti più accorti e competenti, abbiamo deciso di dar vita a Pedagogika.it.

Non è stato per niente facile cercare di tradurre quella sorta di cambiale contenuta nell’acronimo di Stripes (Studio Ricerca ed Interventi Pedagogie Extra Scolastiche, una sorta di omaggio, in vita, all’opera e all’insegnamento di Riccardo Massa) in un modo condiviso, avveduto e verificabile di lavorare nei servizi, con i bambini, gli adolescenti, i loro genitori, con altri operatori di aree disciplinari attigue, e talora sovrapposte, che pur potendosi inscrivere nel generico contesto dell’educazione di questa erano solo parziali specificazioni, attribuzioni, diluizioni atte ad affogare la specificità pedagogica in un confusivo affollarsi di trattini preceduti/accompagnati dai diversi psico, socio, etno, ludo e così via meticciando.

Non ci pareva di avere le forze per riuscire a smarcarci, noi ed il nostro lavoro, da tale volontaristica, e talora utile, ibridazione per riuscire a definire una nostra, propria e specifica, appartenenza all’ambito pedagogico. Da tale sensazione di impotenza o, quantomeno, di difficoltà che volevamo superare, era sorta l’esigenza di creare uno spazio aperto, una rivista dove dare spazio a riflessioni e contributi che aiutassero a ridefinire confini e contesti, teorie e metodologie proprie dell’accadimento pedagogico, a precisare a quali condizioni, con quali dispositivi, con quale riflessività, con quali rimandi biunivoci, teoria e pratica pedagogica potessero reciprocamente rinforzarsi, assumere dignità scientifica propria senza doverla mutuare dalle discipline affini, parallele, cugine forse, ma non sorelle. Ci siamo cimentati, in più occasioni, nello sforzo di superare la difficoltà cui sopra accennavamo, cercando di ragionare sul perché sia così arduo, per chi opera quotidianamente in ambito educativo, testimoniare il proprio esperire evitando la sponda di uno scarno rendiconto e, dall’altra parte, quella di uno sproporzionato, e talora ingiustificato e acritico, riferirsi alla letteratura prevalente e citare autori e testi più o meno digeriti e fatti propri. 

Abbiamo accarezzato l’idea di intitolare il dossier all’immaginario dell’educatore, alla visione che ha di sé l’educatore e all’immagine sociale che ne hanno i mondi attigui a quello dell’educazione agita, praticata, ripensata. É emersa viva, invece, la necessità di dare spazio ad una più ampia escussione di materiali e documenti, magari di non recentissima redazione ma, tuttavia, costitutivamente attuali, pensati e costruiti intorno ad un nucleo forte di pensiero: cosa possa e voglia dire, oggi, educare. Ci è piaciuto dare ostensiva testimonianza di come ci si confronta sia al nostro interno sia nei contesti che, per diverse strade e ragioni, sentiamo o abbiamo sentito più vicini al nostro modo di lavorare e di riflettere sul nostro lavoro.

Di uno di questi sforzi riflessivi diamo conto in apertura del dossier, riportando ampia parte di una tavola rotonda realizzata qualche anno fa. Ci è sembrato che dalla spontaneità di quegli interventi emergesse il senso di quella che prima abbiamo definito un’ossessione, ancorché piacevole.

Tanto da proporla prima dei contributi, preziosi, che vengono dall’Università, dal mondo della cooperazione, dell’associazionismo.

Il nostro incontro con l’università è stato, nel tempo, un buon viatico per crescere, per andare, pian piano e virtualmente, liberandosi da quell’approccio un po’ movimentistico, rintracciabile nella “kappa” contenuta nel nome stesso di Pedagogika.it; in questo percorso, ormai quasi dieci anni fa,  ci trovammo a pubblicare un’intervista a Riccardo Massa, reduce dal lungo lavoro legato alla nascita dell’Università di Milano Bicocca, dall’avvio di un master di Clinica della Formazione.

Ritenemmo, allora, di essere stati fortunati a raccogliere una testimonianza che, per noi e, sopratutto, per i suoi collaboratori, costituì una inesauribile miniera di spunti e riflessioni da cui partire e con cui confrontarsi.

Non abbiamo cambiato idea e riteniamo utile ripresentarla in questo numero, seguita da un’altra intervista, condotta da Francesco Cappa, in cui Duccio Demetrio dà testimonianza del ruolo e della presenza di Massa nella pedagogia italiana dell’ultimo scorcio di secolo.

Sempre nella prima parte del dossier, e sempre riferita alla rilevanza di tale lascito scientifico ed etico, proponiamo, come già anticipato nello scorso numero, qualche domanda alla professoressa Anna Rezzara, presidente del Centro Studi Riccardo Massa.

In una seconda parte del dossier abbiamo voluto proporre alcuni contributi esperienziali che attraversano alcuni temi significativi, oggetto di discussione in contesti molto diversi: dall’educazione degli adulti, Università di Napoli, alle attività di Eduraduno, sorta intorno a RomaTre, passando per i contributi di alcuni operatori della Stripes intorno alla prima infanzia piuttosto che in un setting di formazione permanente, fino ad entrare in contesti paradigmatici, come quelli rappresentati dal carcere e dagli istituti di pena minorili.

Superando iniziali perplessità, abbiamo anche deciso di dar conto di esperienze che, pur non potendosi ascrivere all’ambito pienamente e interamente pedagogico, danno tuttavia voce, in modo trasparente, ad una carica etica che riteniamo non possa essere esclusa da un orizzonte di senso che voglia affidare all’educazione compiti certo non salvifici ma, almeno, di riduzione del danno prodotto da quella frantumazione sociale e liquidificazione dei rapporti interpersonali cui si assiste in questo eterno presente che non vuole concedere a nessuno di progettare un futuro da protagonisti. Ci riferiamo ad alcuni contributi che testimoniano dell’evento internazionale, promosso dall’AIEJI,  a Copenhagen, sul lavoro dell’educatore sociale.

Infine, abbiamo voluto riportare, su proposta di Daniele Novara, del “Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti” l’esito di un confronto intorno al tema”Chi ha paura dell’educazione”, che ci pare poter contribuire, per altre vie, a quel percorso di chiarificazione/riflessione intorno ai temi dell’educare.

Conclude il dossier un brano tratto dal libro di Duccio Demetrio, L’educazione non è finita.

Sappiamo che in altri luoghi dove si fa educazione, nelle più avvedute esperienze cooperative, nei dipartimenti di scienze della formazione dei diversi atenei italiani molti operatori, docenti ricercatori si interrogano e lavorano, chi discettando sulle Scienze dell’educazione e della formazione, chi cercando di evidenziare la necessità della costruzione di un più spesso statuto epistemologico della Pedagogia, intesa come Scienza dell’Educazione.

A tutti costoro chiediamo di farsi presenti, di accettare la provocazione, di uscire da aule, laboratori, biblioteche e venire, su queste pagine, a dire quanto non siano d’accordo con le nostre ossessioni, quanto possano essere nostri compagni di strada, quanto credano, o dubitino, che, attraverso questi canali e questi contesti, si possano proficuamente avvicinare il mondo del sapere pedagogico con quello, empirico e fenomenico, frustrante qualche volta e, più spesso, esaltante, del quotidiano operare nei nidi e nei centri estivi, nei centri di aggregazione e negli sportelli di consultazione, con quel “people” fatto di tante, tantissime e ricchissime, unicità e diversità, che non vogliono saperne di stare dentro i modelli costruiti a loro edificazione e beneficio.

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