La scuola che non c’è

Che non c’è, che forse non ci sarà mai, che però vorrei!

Vivo, ho vissuto la scuola come passeggero su un treno di cui nessuno conosce bene né destinazione né percorso. Dove si alternano bigliettai, capitreno, addetti alla ristorazione e poliziotti ferroviari, tutti a lavorare senza precise regole d’ingaggio, orientati al rapporto con i passeggeri non sulla base di un protocollo di comportamento o di una qualche deontologia professionale ma sulla base delle personali propensioni, della buona o meno buona educazione, dell’attaccamento al lavoro o della demotivazione personale.

Mi piacerebbe sapere dove vado e come ci vado!

Sono studente, insegnante, genitore, sono l’inascoltato: sono un passeggero pagante, avrei dei diritti.

Mi piacerebbe sapere in che scuola son capitato, se quel che di buono mi sembra di aver trovato lo debbo al sistema o al caso che mi ha fatto imbattere nel “mio” maestro di Pietralata, nel Mario Lodi della mia epoca.

Mi piacerebbe sapere se ogni malfunzionamento sia da addebitare alla Malascuola o se alla disavventura di essere incappato in qualcuno indegno di praticare la professione educativa.

Mi piacerebbe, da studente, insegnante, genitore, che qualcuno mi chiedesse cosa ne penso io della scuola, quali sono le cose che mi sembra siano da cambiare, quali da salvare, verso quali obbiettivi di cambiamento orientare i processi di riforma.

La riforma, il riformismo, sono parole che sento pronunciare da anni, tanto che mi sembra si siano svuotate di significato: ogni ministro e ogni governo proclama la riforma che verrà; ogni montagna partorisce minuscoli topolini e non tutti nascono vivi; ciascun ministro riformatore sostiene che non farà nulla senza aver trovato il modo di consultare le varie componenti della scuola mentre in realtà si va, per solito, a creare una “corte” diversa, di diversa esperienza, di diversa appartenenza politica. Una corte, frequentata dai vari esperti, ognuno dei quali è competente, se va bene, in qualche  specifica area e nessuno, ministro compreso, ha un disegno complessivo; nessuno mostra, prendendo a prestito una metafora dalla medicina, di voler affrontare qualcosa di più della specifica patologia; nessuno che abbia una visione, per così dire, olistica, complessiva, che guardi al tutto, all’insieme. Nessuno ce l’ha, o forse nessuno ha il coraggio di dichiararla, anche perchè nessuno ama essere impopolare; nessuno ha, forse, voglia di cimentarsi con la smisurata resistenza al cambiamento che il mondo della scuola, dei docenti, degli amministrativi, dei dirigenti scolastici è in grado di mettere in campo. A nessuno è venuto in mente di chiedere ad uno studente, insegnante, genitore, che scuola vorrebbe. 

Io ho pensato che magari a me, prima o poi, prima di crescere, di maturare e di invecchiare, capiterà che qualcuno mi chieda: “ma tu cosa ne pensi? Come la vorresti la scuola? Ci hanno provato tutti a prefigurarsi una riforma della scuola: tanto vale che ci dici anche tu come la vedi. Che danno potrai mai fare? Tranquillo, al massimo non lascerai traccia di te, non più e non meno di quella che hanno lasciato Gonella, Segni, Bettiol, Tosato, Martino, Ermini, Rossi, Moro, Medici, Bosco, Gui, Scaglia, Sullo, Ferrari Aggradi, Misasi, Scalfaro, Malfatti, Pedini, Spadolini, Valitutti, Sarti, Bodrato, Falcucci, Galloni, Mattarella, Bianco, Russo Jervolino, D’Onofrio, Lombardi, Berlinguer, De Mauro, Moratti”.

Vi siete scordati di Fioroni?” – risponderei –  “O è solo perchè è ancora in carica? Perchè ha ancora la possibilità di far qualcosa?”.

E quel qualcuno mi direbbe che sì, che in fondo gli possiamo concedere ancora qualche mese, aspettando che abbia lo scatto di reni o di orgoglio, abbandoni il cacciavite e salga su una ruspa, prima di deludere la sequela di aspettative, tante, purtroppo, e tanto grandi da rischiare di essere condannate in partenza a non essere soddisfatte anche per via del fatto che quelli che urlavano con la Moratti stanno continuando a urlare… 

Ci pensavo ieri, e stanotte ho fatto un sogno. Ho visto l’Avvocato Agnelli, strano, stranissimo, vivo e in tuta da Mirafiori, con l’orologio da polso sulla manica unta di grasso. Mi guardava, in una mattinata d’inverno, su una  riva del lungo Po, con gli occhi socchiusi ed il naso arrossato, per il freddo forse, e mi diceva, bleso come sempre: “tu sbagli, cavo vagazzoe qui vi risparmio tutte le evve non puoi certo metterti anche tu a pensare ad una riforma della scuola; vedi, anch’io all’inizio, dopo Valletta, avevo pensato che la Fiat andava riformata, che bisognava pensare a nuovi modelli di autovetture… a investire soldi nella ricerca, a creare nuove competenze, nuovi stabilimenti, nuove reti di vendita… Ma poi ho pensato che la Fiat era un patrimonio nazionale, una risorsa dello Stato ed era lo Stato che doveva farsene carico…”. 

Mi sono svegliato, sono andato, smadonnando, a bere un gran bicchier d’acqua per riprendermi dall’incubo. Di dormire, neanche a parlarne! Mi sono seduto davanti a un PC che, col suo led lampeggiante, sembrava chiamarmi; l’ho acceso e mi sono messo a riflettere, ancora sulla scuola, davanti allo schermo. Pensieri e ragioni poche, sensazioni moltissime o, forse, metasensazioni. Tra tutte una, fortissima: posto che non credo ai morti che parlano per dare consigli ai vivi nè alla smorfia o alla cabala, le parole dell’Avvocato devono essere state mie percezioni, sensazioni non bene inquadrate o chissà che altro.

Ho continuato a guardare lo schermo luminescente e ho provato a pensare che forse l’Avvocato, il mio Avvocato, non pensava male. Diceva, infatti: “… investire soldi nella ricerca, creare nuove competenze, nuovi stabilimenti, nuove reti di vendita…. Beh, in fondo, vale anche per la scuola: investire soldi nella ricerca e creare nuove competenze può valere anche in questo campo, potrebbe voler dire mettere mano alla professionalità del personale docente, rimotivarlo. E qui prende forma, pian piano, fantasticando, un piano quinquennale per la riqualificazione che si articola in poche fasi: 

svecchiamento dei quadri attraverso prepensionamento su base volontaria e senza ricadute negative sui livelli pensionistici;

piano di formazione permanente che obblighi tutti gli istituti di ogni  ordine e grado a garantire la frequenza ai corsi di rimotivazione ed aggiornamento professionale del 20 % del personale (talché in cinque anni ci passino tutti), senza aumento di oneri per il bilancio dello Stato;

piano di reclutamento per sopperire ai prepensionamenti nella misura del 50 % dei posti lasciati liberi; il che potrebbe servire a compensare l’onerosità dei prepensionamenti;

il piano di reclutamento dovrebbe prevedere due canali di cui uno dovrebbe garantire l’assorbimento, nell’arco dei cinque anni del piano, di tutti i precari e l’altro dovrebbe essere riservato ai nuovi accessi dei neolaureati (la laurea triennale, ovviamente, sarebbe il prerequisito per entrare nei ruoli scolastici e il conseguimento del biennio, anche conseguito durante l’attività lavorativa, dovrebbe comportare un riconoscimento economico;

l’Università, nel frattempo, impegnata nella propria perenne autoriforma, potrebbe cominciare a smettere di guardare al proprio ombelico ed impegnarsi seriamente nella formazione dei nuovi docenti e nella realizzazione dei percorsi di formazione sul campo dei docenti in servizio. Potrebbe essere utile, ad esempio, senza che la ricerca ne risenta in misura significativa, obbligare al raddoppio dell’attività di docenza dalle ridicole 80 ore ad un appena dignitoso impegno di 160 ore annuali di insegnamento; andrebbe studiato un meccanismo di incentivazione che leghi gli andamenti dei finanziamenti agli atenei ed alla retribuzione dei docenti universitari al successo dell’attività di formazione permanente destinata agli insegnanti in servizio; andrebbe anche studiata la possibilità che gli insegnanti in servizio, meritevoli e competenti, possano essere chiamati a collaborare con l’università per periodi determinati, contribuendo così ad aumentare lo scambio tra mondo accademico e mondo della scuola.

E i nuovi stabilimenti come ci entrerebbero in questo discorso? E cosa sono gli stabilimenti se non gli edifici scolastici? Anche qui un piano quinquennale che preveda, dopo un congruo censimento delle risorse, un percorso mirato alla costruzione di nuove strutture ed uno destinato al risanamento e alla messa in sicurezza dell’edilizia scolastica: 20% all’anno a partire dai più fatiscenti. E gli interventi potrebbero seguire la scala di priorità: sicurezza, funzionalità, estetica.

Per le risorse potrebbe essere previsto un meccanismo premiale basato su defiscalizzazione per   contributi a fondo perduto di sponsorizzazione da parte di privati e questo porterebbe capitali altrimenti non reperibili. Collettori di questi fondi potrebbero essere gli Enti Locali e la sorveglianza sul corretto utilizzo e rispetto della destinazione d’uso potrebbe essere affidata ad organismi paritetici che vedano presenti le organizzazioni di categoria dei soggetti donatori e le rappresentanze dei lavoratori e dei cittadini consumatori. Il beneficio per i donatori, oltre alle ricadute fiscali, potrebbe essere quello d’immagine e, per incentivare la munificenza, potrebbe essere previsto un obbligo di consultazione all’atto della definizione dei piani di offerta formativa. Organi di partecipazione nuovi e dotati di capacità decisionali non sulla didattica ma sulla definizione di questi piani …

E con il P.O.F., si arriva a quella che il mio Avvocato chiamava le reti di vendita: l’analogia si fa più sfumata ma, in fondo, si tratterebbe di acquisire una mentalità di marketing; non si tratterebbe di vendere il prodotto scuola ma non guasterebbe un po’ di spirito competitivo.

Una domanda si fa pressante nella mia fantasticheria: e lo Stato, quale sarebbe la sua funzione?

La risposta, banale finchè si vuole, è che allo Stato spetterebbe la gestione dei fondi perequativi da destinare a quei territori che, per loro caratteristica e tessuto economico non sono in grado di garantire quell’apporto dei privati cui prima si faceva riferimento. E’ mattina, mi sono accorto che ho dimenticato di parlare del biennio unitario, dell’innalzamento dell’obbligo e di una serie di altre tecnicità che però è meglio lasciare agli esperti. Io mi contento di avere pensato al personale docente, all’università e all’edilizia scolastica: se è poco, chiedo scusa!

Mi è costato solo un po’ di insonnia e, alla fine, lo sforzo che ho fatto è simile a quello del tifoso da bar che si sforza di aiutare il tecnico della nazionale a comporre la formazione da mandare in campo. In fondo, come per il mestiere di psicologo – siamo tutti un po’ psicologi, dicono talora gli incolti – anche a fare i riformatori, che ce vo’? Siamo tutti riformatori.

Fine dello scherzo: ma ancora mi chiedo perchè non mi è mai capitato di leggere da qualche parte che qualcuno meno superficiale e più esperto di me, si cimentasse a dire, in poche righe o pagine, che diavolo di scuola ha in mente, così, anche solo per fare esercizio di fantapolitica!

Fioroni, coraggio! A qualcuno, per cimentarsi, è bastata la speranza di 25 lettori: ci penso io a mettere insieme altri 24 che ti ascoltino insieme a me.

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