Uomini che educano

Uomini che educano
Salvatore Guida
Si è discusso in molteplici contesti di come e perchè non vi siano –
o ve ne siano sempre meno – uomini che scelgano le professioni legate
all’educare. Devo dire che, pur aduso per ampia età, ai più speciosi
e aggrovigliati ragionamenti, recentemente mi sono sentito libero di
scambiare, in modo semplice e “rilassato”, un po’ di idee in propo-
sito senza sentirmi né saccente, come chi tutto abbia compreso del
problema, né rassegnato come chi al destino cinico e baro affidi tutte
le responsabilità. Ciò è avvenuto, dopo la sollecitazione di Barbara
Mapelli a guardar dentro il tema degli uomini in educazione, nell’am-
bito di un blog dal titolo A.A.A cercasi educatore maschio (da un’idea
lanciata da Andrea Marchesi e Christian Sarno). Pochi interventi che,
a mio avviso, tracciano efficacemente alcuni temi di riflessione, con
qualche crudezza, forse, ma sicuramente con sincerità e passione. Pri-
ma di riportare qualche stralcio mi preme precisare che, almeno nel
mio caso, intanto che partecipavo alla discussione, esultavo perchè la
cosa mi compensava della frustrazione provata qualche mese prima
quando, improvvido neofita di Facebook, avevo tentato di lanciare un
gruppo di discussione tra uomini, praticanti in diversa misura di temi
pedagogici; il risultato era stato deludente: una decina di adesioni ab-
bastanza formali e, peraltro, in larga maggioranza si trattava di amiche
e colleghe che mi incoraggiavano a continuare e, in buona sostanza, si
auguravano che, finalmente, pedagogisti ed educatori cominciassero
a confrontarsi tra loro e non pensassero, ciascuno per proprio conto
e in maschia solitudine, di essere predestinati a rifondare le scienze
pedagogiche!
Andrea:
Se penso ai miei esordi, prima metà degli anni ’90, in campo sociale
ed educativo ricordo una presenza equilibrata, una leggera maggio-
ranza femminile a tratti impercettibile. Ripercorro i volti dei tanti
177colleghi incontrati in questi vent’anni e mi tornano in mente tanti
educatori maschi. Che cosa è successo ? Che cosa sta determinando
l’evaporazione del maschile dalla professione educativa ? C’è forse
un ritorno alla femminilizzazione dell’educazione ? E che effetti sta
producendo sui soggetti implicati nelle interazioni educative ?
Davide scrive:
marzo 1, 2012 alle 11:40 pm
Caro Andrea, vorrei provare a rispondere ad alcune delle tue doman-
de di non facile risposta. Non facile perché le dimensioni culturali,
sociali ed economiche che stanno alla base di questa inversione di
tendenza sono a mio avviso estremamente sfaccettate.
Purtroppo per ragioni anagrafiche mi trovo costretto a evadere in
parte la tua domanda, ovvero “perché in un passato non troppo
lontano era così diversa la situazione”. Essendomi appena laurea-
to non ho avuto una testimonianza diretta di questo mutamento,
ma sul presente un’opinione, anche se tutt’altro che solida, me la
sono costruita.
Partirei però col fare una premessa importante: ogni mestiere
in campo educativo ha le sue percentuali in quanto a presenza
maschile. Se da un lato è vero che a livello assoluto nei corsi di
scienze della formazione la maggioranza degli iscritti è compo-
sta per lo più da ragazze e donne va altresì detto che nel corso
di scienze dell’educazione nel curriculum “educatori residenziali
e territoriali” la percentuale di uomini aumenta e non di poco.
Non posseggo dati precisi da presentare, ma paragonati al corso
di infanzia (abbastanza scontato date le rappresentazioni di gene-
re che la maggior parte dei giovani sì è fatta di un nido) e cosa
ancor più grave al corso di formazione primaria (in cui i maschi
di un corso non si contano neanche sulle dita di una mano) non
siamo messi poi così male!
Al momento faccio parte di quella esigua minoranza che oggi ha
scelto di studiare scienze dell’educazione, ma ammetto, con il fine di
formarmi a tipologie professionali educative di secondo livello come
quelle di coordinamento/supervisione/formazione, anche se è mia
personale convinzione che non è possibile operare a questi livelli più
alti senza aver indossato i panni dell’educatore per un certo tempo.
Il punto è che a ben vedere gli uomini esistono, ma dove si concen-
trano? Forse uno dei corsi in cui sono più numerosi è, non a caso,
il curriculum di formazione degli adulti, senza contare il corso di
178sviluppo delle risorse umane, caso unico ed emblematico, in cui
gli uomini superano in numero le donne iscritte. E’ strano notare
(o forse no!) come la presenza (e il numero) di uomini nei vari
percorsi di formazione in campo educativo predisposti dall’univer-
sità, sia proporzionale rispetto all’età degli utenti alle quali queste
professioni si rivolgono. Più si abbassa la fascia d’età dell’utenza,
minore è percentualmente il numero di uomini impegnati in tali
tipi di professioni. Un caso?
Ma il problema non riguarda solo le aspettative degli uomini che
si iscrivono a tali corsi, ma nasce anche dal tipo di richiesta di
“genere” che il mondo del lavoro fa ai novelli laureati. Sono sta-
to contattato da varie cooperative ed ex collaboratori (educatori,
ma non solo) che spesso mi chiedono di lavorare per o con loro.
Quanti di questi mi chiedono di lavorare con bambini? Tenden-
zialmente quasi nessuno. Quando si parla di adolescenti però la
musica cambia notevolmente. Infatti la maggior parte dei lavori
che mi sono stati proposti e che ho potuto sperimentare li ho fatti
con gli adolescenti o i giovani adulti (a prescindere dalla presenza
di una più o meno “diagnosticata” difficoltà).
Questo è una primo tassello del discorso che ha a che vedere con
alcuni meccanismi culturali difficili da intaccare:
– il primo è che spesso è la domanda di lavoro (di genere) a creare la
sua offerta, e questo è il frutto di processi culturali latenti che ci in-
dirizzano verso le nostre future professioni (passando per la famiglia,
il gruppo dei pari fino ad arrivare alle esperienze di vita più allargate
ai macrocontesti sociali).
– tali processi agiscono ovviamente anche rispetto alle aspettative
dei futuri educatori che poco si vedono a lavorare con utenti mi-
nori troppo giovani.
Gli aspetti culturali si intrecciano però anche con altri fattori che
non possono essere tenuti in secondo piano: economici (per fare
un esempio quali differenze esistono fra le aspettative di guadagno
degli uomini e delle donne?), politici (quale idea del potere e quale
livello di ambizione esistono in campo educativo a seconda del
genere e come questi aspetti influenzano la scelta degli individui?),
e molti altri ancora se ne potrebbero elencare (pedagogici, sociali,
lavorativi/contrattuali) e per ognuno di essi molte sono le possibili
domande che ci possiamo porre.
A questo punto rilancio la riflessione a te e a tutti coloro che vorran-
no partecipare alla discussione!
179Andrea scrive:
marzo 2, 2012 alle 4:52 pm
Molto interessante, Davide. La tua analisi intanto rende meno
scontata la questione: forse non c’è una semplice riduzione della
presenza maschile in campo educativo, ma c’è una differenziazio-
ne – che probabilmente non è poi così una novità – in relazione ai
contesti specifici nei quali prende forma la professione educativa.
Nell’ambito formativo e operativo “prima infanzia” gli uomini
sono una rarità, nei contesti di lavoro con adulti e giovani, i ter-
mini cambiano. Forse allora c’è un nesso tra la percezione di una
latitanza maschile in ambito educativo e la progressiva predomi-
nanza che il settore “prima infanzia” sta assumendo, sicuramente
a livello di indirizzi universitari e in parte anche a livello operati-
vo ? D’altronde la professione educativa è giovane se intesa come
declinazione specifica dell’operatore sociale, mentre è antica se la
riconduciamo alla cura della prima infanzia di esclusiva pertinen-
za femminile. Un’ipotesi allora potrebbe essere: si sta riducendo
lo spazio del lavoro sociale in generale (tagli, contrazioni, etc..)
dopo una parabola espansiva che è durata almeno 30 anni, gli uo-
mini sono culturalmente orientati a questo tipo di declinazione
dell’educativo e quindi vi sono sempre meno uomini in educa-
zione perchè il campo educativo che rimane in piedi è sempre di
più quello della prima infanzia. Qualcosa ancora, però mi sfug-
ge. L’argomento economico, per esempio, non mi convince: da
sempre l’educatore è un lavoro precario e sottopagato (anzi, forse
dovremmo dire che dalle origini ad oggi vi sono stati alcuni mi-
glioramenti) e da tanto /da sempre le aspettative reddituali degli
uomini sono superiori, ma io continuo ad avvertire che almeno
fino a qualche anno fa questo aspetto non fosse così determinan-
te, come se in gioco ci fossero altri elementi di risarcimento sim-
bolico in grado di compensare il fattore economico. Che siano
venuti meno alcuni di questi fattori di risarcimento simbolico ?
(penso per esempio alla componente di impegno civile, politico,
sociale proiettato in ambito educativo) Oggi fare il giornalista (a
meno di essere figlio/a di una qualche grande firma o di un qual-
che potente di turno) significa legarsi ad un destino di precarietà
e di redditi bassi e incerti, ma non noto una caduta di desiderio
tra i giovani rispetto a questo campo professionale ? Questo per
dire che la dimensione culturale, direi antropologico culturale,
della questione mi sembra la più interessante e sfuggente.
180Salvatore Guida scrive:
marzo 4, 2012 alle 1:25 am
C’era una volta, quasi una fiaba, lo “status sociale”: quella forma com-
binata di percezioni ed immagini pubbliche che, sommate all’auto-
percezione, alla tipologia del rapporto di lavoro , alla parte evidente,
nota e legale del curriculum, costituiva la credibilità, il peso sociale,
di una professione e di chi, in questa professione, aveva un proprio
ruolo, una attiva presenza. Lo status sociale era quello che, anche a
prescindere dall’entità dei compensi, molto spesso era alla base delle
scelte occupazionali. Ho vissuto tempi in cui fare il maestro, l’inse-
gnante di scuola media, o anche solo fare lezioni private ti garantiva
un pubblico riconoscimento ed un appellativo, “professore” che nei
paesini ti valeva stima, rispetto, saluto, iscrizione d’ufficio al circolo
(culturale, sociale, parrocchiale o altro) e metteva molti in condi-
zione di potersi permettere, ad esempio, di poter dire: io lavorare in
banca? ma scherziamo? ho una dignità, ho studiato io! Quanto oggi
rifiuterebbero un lavoro in banca per fare l’educatore, l’insegnante,
il ricercatore? credo, purtroppo, pochi! E quali sono le ragioni? Ne
butto lì un po’: qual buona prova di sé hanno dato le generazioni di
insegnanti che si sono succedute dagli anni 70 in poi?, qual fascino,
quale appeal ha avuto per i giovani una professione che, sempre più,
sommava rassegnazione, stanca ripetizione di modelli didattici stan-
tìi? Vogliamo ignorare il fatto che da almeno 11 anni non ci sono più
concorsi per entrare nella scuola primaria? Che di concorsi per edu-
catori negli enti locali non si parla da parecchio? Che i rapporti di
lavoro si sono andati sempre più precarizzando? Ma perchè mai una
matricola, sapendo dei dati sulla disoccupazione, generale e, di più,
di quella giovanile e, di più ancora, di quella connessa agli ambiti
umanistici e alle professioni sociali, dovrebbe scegliere di fare l’edu-
catore? Quando ci penso mi ritrovo, dopo poco, a incartarmi su una
sorta di dilemma dell’uovo e della gallina: dobbiamo perseguire un
buon sistema formativo e scolastico per avere buoni educatori, anche
maschi, o dobbiamo formare buoni educatori, anche maschi, per
avere un buon sistema formativo e scolastico? Parlarne, certamente,
serve – e lo faremo, insieme, il prossimo 14 marzo in Bicocca – ma,
forse, occorre ampliare gli orizzonti d’indagine, uscire dai confini di
una lettura pedagogica e psicologica per andare a vedere il peso delle
politiche del lavoro di questi anni , indagare come il sistema dell’av-
viamento al lavoro sia, al momento, tutto meno che un “sistema”…..
capire che una lettura socio economica e politica della faccenda ci
181può dare diverse chiavi di lettura. Se questo mondo non funziona
più su basi valoriali che possano giustificare le diverse scelte sui cur-
ricula formativi e i corsi universitari, ma si fonda su dati prettamenti
economici o di prospettive occupazionali, a noi tocca, non dico di
adeguarci all’andazzo ma, quantomeno, prendere atto che i giovani –
e tra questi i maschi ancora di più – vogliono risposte, in questa fase,
legate alla conquista di un lavoro, di uno stipendio e non possono
permettersi il lusso di fare delle scelte per passione, per propensione
alle professioni dell’educare. Bisogna, in questa fase, scendere dalle
nuvole epistemologiche e sporcarsi le mani con le questioni di cui,
con diversi toni e coloriture, stanno discutendo le parti sociali con
il governo. Il distacco tra il territorio e l’università si è andato ad
allargare anche perchè, contemporaneamente, si è allargato anche il
distacco tra i garantiti e quelli in cerca di prima occupazione. Si par-
lano lingue diverse, ci si capisce sempre meno: gli adulti, i decisori,
gli amministratori, i selezionatori, esprimono richieste e aspettative,
per quei pochi posti disponibili, che nè l’università è in grado di
fornire nè il territorio e il mondo del lavoro possono garantire di as-
sorbire. Perchè formarsi a una professione che non potrai quasi mai
esercitare? ……. La proposta è quella di un accordo di piano che,
in questo momento e per il territorio milanese, andrebbe elaborato
e condiviso dagli aventi causa, almeno in via sperimentale; potrebbe
essere utile aprire una stagione di confronto tra università e coope-
rative per garantire un flusso tra percorso formativo e inserimento
lavorativo; accordi mirati perchè un master professionalizzante si
concluda, oltrechè con una valutazione, con un contratto di lavoro
– anche a termine e anche di apprendistato – presso uno degli enti o
cooperative che hanno partecipato all’accordo di piano. Forse qual-
che spostamento nelle percentuali di iscrizioni ai corsi di laurea si
potrebbe conseguire…………….. e saremmo comunque all’inizio
di un lungo cammino!
biviopedagogico (Christian Samo) scrive:
marzo 4, 2012 alle 8:23 am
Lascio anche io, qualche breve riflessione, sollecitato da Davide
(che ringrazio per aver partecipato alla discussione).
La questione dell spostamento del maschile verso altre fun-
zioni/ruoli dell’educazione potrebbe essere interessante, se ci
penso, nelle cooperative che conosco i maschi esistono, ma so-
182prattutto in ruoli apicali, dirigenziali, di governo insomma.
Forse è corretta la lettura di davide quando prova a suggerire che
i maschi siano più interessati ad altri ruoli e ciò, mi pare di poter
dire, fa i conti, almeno in parte, con un modo diverso (forse cul-
turale) di approcciarsi al “Potere”.
Il potere nelle organizzazioni (non solo nelle cooperative) è
spesso maschile, è maschio il collega (immagino dirigente/se-
lettore del personale) che dice ad Andrea che son scomparsi 3
maschi dal campo.
Nella cooperazione sociale, ogni tanto, si assiste alla nascita di
cooperative condotte e governate da donne, quasi come se fosse
l’unico modo di arginare il Potere maschile.
Il potere è maschio, è maschio in politica, è maschio nelle aziende
ed è forse maschio anche nelle cooperative, dove però la predo-
minanza è femminile e quindi ciò salta maggiormente all’occhio.
Le cooperative, forse, subiscono lo stesso effetto delle aziende,
dove per occuparsi dei figli, le donne non possono/riescono ad
occuparsi di altro?
Se la leggo così, mi vien da pensare che prendere un maschio
(per una cooperativa) ha gli stessi vantaggi del profit, cioè: nien-
te maternità, niente gravidanza, niente assenza per “colpa ” dei
figli (tanto di solito ci pensa la mamma) e meno problemi di
sostituibilità.
E se la ricerca del maschio fosse, anche, un bel “trucco” aziendale
mascherato dietro questioni di senso Psico-Socio-Pedagogiche?
Christian S.
Salvatore scrive:
marzo 11, 2012 alle 7:49 pm
Salve Christian, confesso che la tua ipotesi/provocazione ha il suo
fascino! Tuttavia, mi tocca dire che, almeno sulla base della mia espe-
rienza, la questione del “trucco” mi appare abbastanza improbabile.
E ti spiego perchè: se si trattasse di un problema di riequilibrio tra
presenze maschili e femminili (sia nell’accezione di mantenimento
del potere al maschile, sia in quella di riduzione del rischio ma-
ternità/morbilità dei figli) sarebbero necessari dei gap sufficiente-
mente piccoli da poter essere colmati con una strategia di almeno
medio termine. Ma in una situazione come la mia, ad esempio,
(un membro – io – del cda su 5; 15 educatori/pedagogisti maschi
183su 350, tutti a tempo indeterminato, sedimentati in 23 anni di
attività) i numeri sono così lontani da essere incolmabili e da poter
resistere a decenni di politiche compensatorie. E non siamo i soli:
molte sono le cooperative che contano numeri e percentuali simili
alle nostre. Io sono un presidente maschio perchè sono un socio
fondatore ma credo mi tollerino più per affetto che per altro (ab-
biamo avuto “anche” presidenti femmina)..
La storia deve essere un’altra: deve entrarci, come diceva Andrea la
questione della contrazione dei servizi educativi non legati alla fascia
della prima infanzia; deve entrarci il problema delle retribuzioni e delle
aspirazioni. Sono d’accordo con te che le questioni psicopedagogiche
spiegano solo in parte il fenomeno, a meno da non interrogarci, a
monte, sul problema dell’identità di genere; a meno da non chiederci
davanti a quale fragilità autopercettiva ci troviamo se per percepir-
si come maschi abbiamo bisogno di collegare la nostra identità pro-
fessionale a stereotipi di potenza, muscolare e nerboruta nel fisico o
raziocinante, professorale e altamente remunerata, quale indicatore
dell’avercelo comunque, bossianamente, lungo e duro! Deve entrarci
anche, in qualche strano e residuale modo, quel sentimento revan-
scista e rivendicativo che faceva dire nelle canzoni di lotta degli anni
70: ora anche l’operaio vuole il figlio dottore. Ecco, i figli dell’operaio
sono diventi dottori e vorrebbero farlo! Le loro sorelle, più realiste e
portatrici di fiato e lunga lena hanno continuato a studiare, si sono
adattate, piano piano rompono muri secolari di marginalità e conqui-
stano posizioni, pur pagando alti costi (contratti farlocchi, retribuzioni
discutibili e pesanti frustrazioni) ma procedono e guardano i colleghi
maschi con un po’ di incazzatura e con un po’ di tenerezza, chieden-
dosi, anche loro: siamo davvero più brave o son proprio loro un po’
tonti e bamboccioni, che voglion la pappa pronta? Che vogliono subi-
to iscriversi alla Direzione? Che vogliono essere manager o, piuttosto,
mollano il colpo e cambiano mestiere? Non so, forse sono deliri anche
i miei ma devo dire che i pochi maschi, incontrati sulla mia strada
professionale, che hanno retto e non se ne sono andati altrove erano
altamente motivati, avevano voglia di fare e non avrebbero – con tutto
il rispetto per i bancari – mai cambiato il loro lavoro per un stipendio
anche considerevolmente più alto! Ma abbiamo davvero bisogno di
eroi? O non dovremmo far sì che, maschi o femmine, i nostri educa-
tori siano meglio pagati e tutelati? Possiamo lasciare che di queste cose
parlino solo le cosiddette parti sociali? E noi, noi che ci lavoriamo,
cosa possiamo fare?
Mi è sempre piaciuto, più che cercar risposte, far le domande
giuste; pensando, in tal modo, di aver fatto già una buona parte
del lavoro. Devo dire, in modo compiaciuto, che anche questa
volta, aver fatto qualche domanda appropriata sta producendo
qualche primo risultato: i pochi uomini che lavorano nella no-
stra cooperativa, dopo il convegno di questa primavera, hanno
deciso di affrontare questo tema e, pur continuando a dirsi che
«non vogliamo fare autocoscienza», hanno cominciato a incon-
trarsi per parlarne!
Vedremo cosa ne sortirà …

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