Quando l’altro fa parte del noi

Siamo soliti vedere con più facilità le macro-differenze, specie di carattere etnico, magari sulla scia di alcune notizie di cronaca che tendono a enfatizzare la differenza fra noi e l’altro, giustapponendo identità e culture presunte fisse e immutabili. Meno volte prestiamo attenzione alle micro-differenze che caratterizzano la nostra società.

 

Isabella Pescarmona*

 

Multiculturalismo come normale esperienza umana” è il titolo di un articolo scritto nel 1976 da Goodenough che suscitò un grande interesse fra il pubblico di antropologi. Sebbene sia una pubblicazione di quasi quarant’anni fa, essa si rivela una risorsa quanto mai attuale per ripensare il rapporto fra noi e l’altro. A un primo sguardo, il titolo potrebbe suggerire una sorta di accettazione o tolleranza verso la diversità di provenienze ed etnie presenti nelle nostre società complesse, un qualcosa con cui ci siamo abituati a convivere (e a scontrarci). Tuttavia, tale titolo nasconde un significato più profondo e sottile.

L’autore fin dalle prime battute espone chiaramente che la cultura non è da intendersi come qualcosa di monolitico, un’entità che inizia e finisce entro confini predeterminati, quasi come un contenitore in cui i singoli si muovono passivamente. Egli evidenzia come la cultura sia intrinsecamente dinamica, in quanto formata da persone “che apprendono la cultura in un contesto di interazioni sociali” (Goodenough, 1976: 4). La cultura non è data, ma appresa, e pertanto oggetto di negoziazione e modifiche da parte dei singoli. I singoli si considerano più o meno parte di una cultura a seconda di quanto accettano e condividono abitudini, credenze e aspettative di un certo gruppo. Ognuno però non fa riferimento a un solo gruppo, bensì interagisce quotidianamente con una molteplicità di gruppi e culture. Noi – attori (Goffman, 1969) della nostra società – non prendiamo parte unicamente alla cultura del nostro gruppo etnico, o della nazione in cui viviamo, ma ogni giorno partecipiamo e agiamo anche ad esempio nella cultura familiare, in quella scolastica o in quella del gruppo dei pari, solo per citarne alcune. In ciascuna di queste culture apprendiamo e mettiamo in gioco convinzioni, abitudini e azioni di volta in volta diverse, selezionandole in base a quanto le consideriamo valide in quello specifico contesto. Diveniamo così nel corso della nostra vita “esperti” in tante micro-culture. In ciò sta la base della nostra competenza interculturale[1], ossia nella capacità di muoverci fra più culture diverse, di posizionarci in modo diverso all’interno di ogni cultura e, così facendo, anche di modificarla.

Siamo però soliti vedere con più facilità le macro-differenze, specie di carattere etnico, magari sulla scia di alcune notizie di cronaca che tendono a enfatizzare la differenza fra noi e l’altro, giustapponendo identità e culture presunte fisse e immutabili. Meno volte, invece, prestiamo attenzione alle micro-differenze che compongono la nostra identità e che caratterizzano la nostra società, nonché la nostra storia, perdendo così l’occasione di riconoscere non solo la complessità dell’altro, ma anche quella del noi.

È importante soffermarsi su quest’aspetto, non tanto (o non solo) come affermazione di principio, che di per sé ci troverebbe per lo più d’accordo a un livello astratto, quanto come occasione per ripensare alle implicazioni sociali e politiche che tale enunciato porta con sé. Uno sguardo che cristallizza l’identità altrui e nostra in categorie predefinite e chiuse rischia di far apparire le differenze come naturali, e non invece come prodotti culturali che sono stati costruiti nel corso della storia e che tuttora sono oggetto di definizione e interpretazione da parte dei singoli. In altre parole, semplicemente accogliere il fatto che esiste l’altro e incasellarlo in pochi tratti stereotipati non ci permette di valutare le situazioni e ci rende ciechi di fronte alla storia e al presente, nostro e altrui.

Infatti, da un lato, tale atteggiamento cela che l’identità del noi è il risultato d’incontri, scambi e prestiti da parte di altre culture. La storia fin dall’antichità è una storia di sovrapposizioni, dove non esiste un passato originario, se non inventato (Cfr. Kilani, 1994; Anderson, 1996). E così anche il presente degli altri, che non di rado ci viene proposto come una fotografia statica, è in realtà il frutto di un passato in cui anche noi siamo coinvolti. Basti solo pensare al nostro passato coloniale e alle politiche imperialiste, le cui conseguenze si vedono ancora oggi[2]. Si preferisce, tuttavia, stigmatizzare due culture diverse piuttosto che interrogare la propria cultura e la propria storia. Il problema è che, misconoscendo la storia che ci lega agli altri, non si riconosce che le diseguaglianze di potere e di accesso alle risorse dei diversi gruppi non sono il risultato di una (ahimè) differente evoluzione naturale, bensì prodotti di rapporti storici e sociali. Si corre cioè il rischio di giustificare situazioni di dominazione o di esclusione sociale, anche all’interno della nostra stessa società, sotto l’ombrello del principio della meritocrazia e dell’imparzialità.

Dall’altro lato, non è possibile non porsi la questione della libertà di scelta e di azione da parte dei singoli. Non riflettendo sul fatto che l’identità nostra e dell’altro è complessa e multiculturale, e che siamo soggetti di cultura, cioè capaci di interpretare le situazioni sociali e operare delle scelte nell’ambito di una certa cultura appresa, limitiamo le nostre e altrui possibilità chiudendoci in copioni predeterminati (ruoli sociali, scelte personali, professioni ecc.) (Cfr. Appiah, 1996). È come se fossimo costretti in un’identità data a priori, incapaci di trasformare i nostri modi culturali e progetti di vita per rispondere alle richieste della società in cambiamento e alle nostre eventuali nuove aspettative. Guardando alle vicende attuali, ci si potrebbe interrogare ad esempio su come saranno percepiti in futuro i rifugiati: saranno sempre visti come vittime o anche come attori che possono riscattarsi e riposizionarsi rispetto al loro passato? E in quale posizione ci poniamo noi europei rispetto a queste definizioni? Ciò solleva indubbiamente la questione di chi ha il potere di rappresentare l’altro e di stabilire le condizioni in cui l’altro può agire.

Sebbene pesante, e di sicuro scomodo, prendersi in carico tali domande significa considerare la possibilità di creare nuovi confini culturali, più adeguati a rispondere alle esigenze delle nostre società multi-culturali.

Il multiculturalismo è un’esperienza che facciamo ogni giorno, ma se non diventa motivo di riflessione finisce per rimanere un’ulteriore etichetta inerte. Solo ripensando alle categorie consuete con cui definiamo noi stessi e gli altri siamo sollecitati a metterci in discussione e a compiere quel processo di decentramento che può sviluppare un’idea d’identità e differenza meno cristallizzata e modellare il rapporto con gli altri in modo meno etnocentrico. L’educazione può svolgere un ruolo chiave nel sollevare queste riflessioni e far maturare una consapevolezza critica della diversità interna al noi e al rapporto che ci lega all’altro. Le diverse discipline così come le metodologie didattiche attive[3] possono essere occasione per apprendere a dialogare con la nostra ed altrui identità e diversità.

Tale processo non è né semplice né scontato, ma forse è una delle strade più valide da percorrere per evitare l’innalzamento di nuove bandiere e fanatismi e diventare cittadini del mondo più consapevoli e aperti a costruire sentieri culturali ancora inesplorati.

 

*Insegnante e Dottore di Ricerca in Antropologia dell’Educazione e Pedagogia Interculturale, presso l’Università degli Studi di Torino

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

Anderson B., Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma 1996.

Appiah, K. A., “Race, Culture, Identity: Misunderstood Connections”, in K. M. Appiah, & A. Gutmann (Eds.), Color Consciuos. The political morality of Race, (pp. 30-105). Princeton University Press: Princeton 1996.

Goffman, E., La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna 1969.

Goodenough, W. H., Multiculturalism as the Normal Human Experience. Anthropology and Education Quarterly, 1976, 7 (4), 4 – 7.

Kilani M., L’invenzione dell’altro. Saggio sul discorso antropologico, Dedalo, Bari 1994.

Mukhopadhyay C., Moses Y., T., L’educazione multiculturale, in Gobbo F. (a cura di), Antropologia dell’Educazione (pp. 211-221). Milano, Edizioni Unicopli, Milano 1996.

Pescarmona I., Innovazione educativa tra entusiasmo e fatica. Un’etnografia dell’apprendimento cooperativo. CISU, Roma 2012.

Pescarmona I., Identità e memoria coloniale nel dibattito europeo, Educazione Interculturale, 11:3, 327- 341, Trento, Erickson, ottobre 2013.

Pescarmona I., Learning to participate through Complex Instruction, Intercultural Education. 2014, 25: 3, pp. 187-196.

[1]                    [1] Nell’accezione di Mukhopadhyay & Moses che definiscono la competenza interculturale come “il processo grazie al quale una persona diviene progressivamente competente in sistemi multipli di criteri per percepire, valutare, credere e fare” e comprende tutte “le strutture di sapere estremamente complesse che gli individui usano per interpretare il mondo, farne esperienza e agire su di esso” (Mukhopadhyay & Moses, 1996: 212).

[2]                    [2] Su questo punto si veda la riflessione sull’identità e memoria coloniale nei paesi europei in Pescarmona, 2013.

[3]                    [3] Come ad esempio l’apprendimento cooperativo. Tale metodologia didattica in relazione all’educazione interculturale e alla costruzione di condizioni per un dialogo equo è affrontata in Pescarmona, 2012; 2014.