Imparare a ri-conoscere l’altro

Esperienze di percorsi educativi per arricchire l’immaginario dei ragazzi sull’Altro.

 

Chiara Lugarini*

 

Scrivere sul tema della migrazione non è mai facile perché in tanti hanno già scritto e perché molteplici possono essere i riferimenti, gli sguardi, le vie di accesso al tema. Ho scelto di partire da alcune esperienze che da qualche anno porto avanti con gruppi diversi di studenti della scuola secondaria di I grado.

Che siamo tutti diversi è un fatto oramai sotto gli occhi di tanti se non di tutti, ma riuscire a capire quale sia la portata di questa diversità è qualcosa che credo spetti spiegare alla scuola e a chi si occupa di formazione. Non a caso la normativa rivolta alle scuole da diversi anni segnala e richiama all’importanza di valorizzare le specificità di ciascun allievo e di favorire la costruzione di un contesto culturale e di socialità in cui le diversità di ognuno siano valorizzate. Tra le diverse normative si citano le più recenti “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo cicilo di istruzione” che in passaggi distinti invitano la scuola a “fornire supporti adeguati affinché ogni persona sviluppi un’identità consapevole e aperta”, grazie alla quale lo studente riesca a costruirsi gli strumenti per “interagire con culture diverse” in modo da “comprenderle e metterle in relazione con la propria”. “Una molteplicità di culture e di lingue sono entrate nella scuola. L’intercultura è già da oggi il modello che permette a tutti i bambini e ragazzi il riconoscimento reciproco e dell’identità di ciascuno”.[1] I docenti di tutti gli ordini di scuola sono chiamati a raccogliere la “sfida universale” e ad operare all’interno delle discipline e in tutti gli ambiti comuni e trasversarli al fine di garantire “un’apertura verso il mondo” e un’effettiva “pratica dell’uguaglianza nel riconoscimento delle differenze[2]. Non solo dunque rispetto o accettazione ma anche “riconoscimento”, ovvero valorizzazione, presa d’atto dell’esistenza di queste diversità e assegnazione di un posto che le renda visibili e identificabili, rilevanti anche in riferimento a qualcosa di già conosciuto, già noto. Tra i significati di “riconoscere” riportati dal dizionario troviamo infatti: “Accorgersi e rendersi conto, da qualche segno o indizio, che una persona o cosa si era già conosciuta, che è quella stessa che si era conosciuta precedentemente; o, più semplicemente, rendersi conto dell’identità di una persona, di una cosa”. Più significativamente ancora: “Conoscere una persona o cosa quale è realmente, nella sua essenza o in una sua qualità[3]. Spetta dunque alla scuola trovare il modo per far emergere gli indizi che inducano tutta la popolazione scolastica a riconoscere le identità degli altri e a “ritrovarli” tra riferimenti in qualche misura noti, che li rendano pertanto più “familiari”, meno lontani. Gli studenti possono essere osservatori e lettori attenti di una realtà sociale e culturale ricca di rimandi, di mescolanze, di contaminazioni avvenute nel corso del tempo, e imparano a “riconoscerle”, ad attualizzarle, comprendendole, facendone esperienza e facendole proprie.

La cronaca, le frasi che ascoltiamo in molti luoghi pubblici o che ritroviamo nei giornali e nelle televisioni ci mostrano che questo riconoscimento non è affatto scontato né semplice e che c’è dunque l’esigenza di apprendere a riconoscere, la necessità che si creino e si progettino occasioni per un simile apprendimento. Lo scrittore Tahar Ben Jelloun lo spiegava bene nel dialogo sul razzismo con sua figlia. “C’è la natura e poi c’è la cultura. In altre parole c’è il comportamento istintivo, senza riflessione, senza ragionamento, poi c’è il comportamento razionale, quello che deriva dall’educazione, dalla scuola e dal ragionamento […]. Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli ala mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri.

Se per cultura intendi educazione, e se ti ho seguito bene, allora anche il razzismo può venire con quello che si impara…”. “Non si nasce razzista, si diventa. C’è una buona e una cattiva educazione. Tutto dipende da chi educa, sia nella scuola come a casa.”[4]

Oggi abbiamo a disposizione molteplici materiali da utilizzare con i ragazzi per “allenare” il loro sguardo, ma nel lavoro che ho avuto modo di condurre negli ultimi otto anni credo che l’elemento più prezioso e utile nello sviluppare un percorso di ricerca sui temi della diversità, dell’identità e dell’intercultura sia stata la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. La Convenzione, infatti, dichiara da subito l’importanza di mettere al centro tutti i bambini e i ragazzi, indipendentemente dalla loro origine, dalla loro religione, lingua, genere, dalla loro condizion economica (art. 3) e di garantire loro un nome, un’identità, la nazionalità , la famiglia (art. 8), ma ricorda anche che a loro va garantito il diritto di esprimere la propria opinione, di informarsi, di conoscere altre persone e di associarsi (art. 13 e 15). Con questi riferimenti orienta il nostro spazio pedagogico e di azione. Per prima cosa dunque è necessario partire da questi bambini e ragazzi e individuare le modalità che consentano loro di partecipare, di formarsi, di esprimersi. Occuparsi di questi aspetti diventa una forma che crea lo spazio per quel “riconoscimento” che la scuola deve operare verso tutti i suoi studenti e che deve favorire tra loro, altrimenti il rischio è che si “faccia finta”, si operi in modo più teorico e intellettuale che fattivo, orientato cioè a costruire o a rafforzare modalità di relazione effettivamente aperte e inclusive. Carla Melazzini parlava seppur in altro contesto di “Assioma della significanza”, sostenendo che “insegnare significa dare significato alla parola (e a tutte le attività che se ne servono). Se il significato, per essere tale, non può essere imposto ma deve essere condiviso da insegnante e alunno, ne deriva il corollario della reciprocità, nella relazione personale come nella didattica: che significa accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”.[5] Partire dalla partecipazione di tutti gli attori coinvolti (alunni e docente) ci permette di delimitare uno spazio comune all’internoe del quale confrontare le nostre identità e far emergere le differenze.

Un’ipotesi di lavoro sperimentata a partire da questo presupposto e da altri è stata la creazione di uno spazio web di classe, gestito inizialmente dal docente e poi sempre di più in collaborazione con gli studenti www.sconfinamenti.net, all’interno del quale sono stati creati alcuni “luoghi” specificatamente dedicati a raccogliere testi, immagini, video, interviste, opinioni, resoconti di attività tutte riguardanti il tema dei diritti, della diversità, della migrazione, e quindi dell’intercultura. Intercultura che viene in realtà nominata pochissimo in quanto tale perché diventa piuttosto la cornice, lo sfondo sul quale lettura, scrittura, discussione e laboratori si fondano. In questo spazio web si raccolgono i materiali sui quali di volta in volta la classe si confronta: un testo narrativo scritto da un autore di seconda generazione, la presentazione o il trailer di un film visto insieme, il testo di una canzone, una serie di immagini. Inizialmente i documenti sono suggeriti dal docente, ma man mano anche gli stessi ragazzi contribuiscono pubblicandone di loro[6], dopo averli ricercati autonomamente o dopo averli realizzati in modo originale.

Per prima cosa l’oggetto didattico proposto viene condiviso ed esplorato insieme in aula, durante le ore curricolari; a seconda del linguaggio in cui si presenta viene letto o visto, analizzato, compreso, mettendo in campo tutte le modalità didattiche che si usano abitualmente quando si opera sulla comprensione di un testo o di un video; successivamente, una volta che il significato, il senso generale, la struttura è stata resa accessibile a tutti e in qualche modo negoziata da parte dei ragazzi, si passa alla discussione, all’interpretazione ed è questo un momento delicato da predisporre e curare con particolare attenzione. Se è vero che ogni bambino e ragazzo ha il diritto di esprimere la sua opinione, come afferma la Convenzione, l’adulto che conduce deve essere capace di dare il giusto spazio di parola e di “riconoscimento” al pensiero di ognuno, indipendentemente dal fatto che possa discordare con le più “giuste” e note teorie dell’inclusione, del rispetto per gli altri. Se si intende realmente andare a costruire un immaginario diverso, più critico e ampio, sui migranti, sui diversi, sugli stranieri e allenare a “riconoscere” il valore dell’Altro è importante non bleffare e non chiedere quindi ai bambini e i ragazzi di avere già posizioni e pensieri che si reputano corretti e accettabili come, purtroppo, spesso capita invece nelle classi. Il dialogo deve poter essere reale e l’apertura all’altro lo sappiamo non si dà fin da subito, si costruisce nel confronto; si “apre” un varco grazie ad un susseguirsi di esperienze di discussione in cui ognuno ha modo di scoprire e di costruire nuovi significati, di confrontare le proprie conoscenze e i propri riferimenti culturali con quelli dei compagni, degli autori letti, visti o ascoltati, scegliendo eventualmente di mutare opinione e giudizio. Un esempio: dopo aver visto insieme il film di Crialese “Terraferma” alcuni studenti scrivono sul blog i loro commenti per proseguire la discussione avviata insieme. Ecco cosa scrive Fabi che, pur dichiarando di non aver apprezzato il film, dimostra di averne colto numerosi spunti per allargare il suo sguardo e leggere da una nuova prospettiva il tema della migrazione e degli sbarchi a Lampedusa sui quali la classe si è trovata a dibattere. “A me questo film non è piaciuto, anche se mi ha fatto riflettere! Mi ha colpito molto il comportamento di Filippo: quando è fuori in barca con Maura, arrivano i clandestini e li prende a bastonate! Ecco questa scena mi sembrava un po’ troppo crudele nei loro confronti infatti mi ha impressionata molto! […] La seconda cosa che mi ha colpito del film è il contrasto tra la legge del mare e la legge dello stato! La terza è la bravura del nonno che rischia la sua barca e tutto per salvare delle vite umane e non gliene frega niente se sono di colore o no! Mi ha colpito anche l’arroganza e il menefereghismo dello zio che non gli importa degli immigrati ma pensa solo alla pubblicità dell’isola e non offre neanche un po’ d’aiuto quando vede che sono sdraiati sulla spiaggia in cerca d’aiuto!”[7]

Le parole di tutti i giorni e la punteggiatura scelta permettono di cogliere la spontaneità con cui Fabi condivide i suoi pensieri e le sue emozioni: dopo la visione Fabi in qualche modo si schiera, prende posizione, dice questo mi piace e questo no e la sua non è più una posizione diciamo “da scuola” tradizionalmente intesa, ma la libera espressione di sé e del suo punto di vista. Il docente può partire da lì, insieme ai compagni per avanzare nell’analisi e nella comprensione del fenomeno (gli sbarchi) ma anche per discutere dei diversi atteggiamenti possibili (le pratiche di esclusione o di accoglienza che si possono mettere in campo) e del contesto (la dialettica ben rappresentata dai diversi personaggi del film tra l’interesse personale, l’interesse economico, la legge dello stato e quella del mare, la responsabilità individuale).

A Trottolina il film è piaciuto soprattutto perché: “1) L’argomento che ha trattato è uno dei più difficili da spiegare a noi giovani, 2) La storia era piacevole, nel senso che non era deltutto triste”. Il film nei suoi occhi diventa uno strumento per riflettere e cercare di comprendere un argomento difficile da spiegare altrimenti; attraverso il film si può “entrare” e ci si può interrogare, farsi domande ed esprimere pareri. Non piace neppure a Trottolina la scena in cui Filippo, un ragazzo poco più grande di lei, bastona i migranti in acqua invece di soccorrerli: è un gesto troppo forte, dice, non condivisibile in nessun modo.

Ma differente ancora è la lettura che da Muriel che specifica nelle prime righe del suo commento che per lei vedere quel film è stato diverso perché diversa è la sua condizione di partenza rispetto agli altri compagni: “Il film mi è piaciuto ma mi ha anche intristito. Per tutti è come sentire un racconto, un racconto che narra di uomini e donne neri che scappano dalla miseria e dalla povertà. Per me invece è sentire la storia dei miei parenti, molti dei miei parenti hanno dovuto venire qui cladestinamente, attraversando il deserto e il mare. Vedendo il film mi sono venuti in mente i volti dei miei cugini che sono pieni che cicatrici, di tagli e le mani sono tutte segnate. Mi veniva quasi da piangere quando abbiamo visto la famosa scena in cui Filippo bastona i clandestini che vogliono salire sulla barca perchè pensavo alle mani dei miei cugini, tutte segnate e piene di lividi. Magari anche loro hanno dovuto ricevere delle bastonate.”

È solo un esempio questo di come si possa costruire all’interno della classe – e con la classe – uno spazio in cui discutere, ammettere il proprio disagio e la propria difficoltà, in cui si possa portare il proprio vissuto, le proprie emozioni e arricchire così insieme il significato da dare ad un testo, ad una voce che ci chiama a riflettere sulle storie degli altri e sull’incontro con l’“Altro”.[8] Lo spazio è sicuro, è predisposto dal docente che sceglie con cura quali documenti proporre, in modo che siano adatti a quel gruppo specifico di ragazzi e che vi si possano realmente confrontare e scambiarsi idee. È anche uno spazio protetto nel quale ognuno sa di potersi esprimere con sincerità senza la preoccupazione di dover compiacere qualcuno; ogni ragazzo è consapevole che ciò che verrà pubblicato avrà la funzione di alimentare un dialogo e non sarà l’oggetto di una valutazione.

Può trattarsi di un film, ma anche di altro, come ad esempio, di un gioco laboratorio sulle illusioni ottiche, o l’interpretazione di alcuni testi storici (il fenomeno dell’incontro con l’Altro visto in prospettiva storica) e l’assunzione dei panni di qualche personaggio importante chiamato a confrontarsi con un popolo diverso, nemico, lontano. È questo il caso del lavoro fatto su Abramo Lincoln e il capo indiano che pronunciò il celebre discorso a Seattle. I ragazzi scelgono di calarsi nei panni dell’uno o dell’altro e pronunciano i loro discorsi a favore della guerra o della pace, rivolgendosi al loro popolo, difendendo o meno il diritto di tutti ad esistere, appellandosi alla possibilità della convivenza o incitando al contrario alla supremazia degli uni sugli altri.[9] Nel suo commento ai discorsi registrati Giamby esprime bene la difficoltà provata nel trovare la giusta via, il compromesso tra le diverse posizioni e come i compagni abbiano assunto posizioni diverse: “E’ stato bello vedere come la pensavano i miei compagni sul fatto America (colonia Inglese) contro i Pelle Rossa. Non tutti la pensavamo allo stesso modo. Io cercavo di trovare un accordo con il presidete degli Stati Uniti, altri di fare la guerra a tutti i costi per salvare o la patria o la terra”.  Se si scorrono i commenti pubblicati sul blog si può cogliere il dialogo tra i compagni e il desiderio insieme di trovare tra pessimisiti e più otitmisti una soluzione, una posizione comune, giusta che tuteli la pace e i popoli diversi.[10]

Predisporre le occasioni, individuare gli oggetti didattici su cui lavorare, approntare uno spazio adeguato per favorire il confronto è fondamentale, ma occorre aggiungere che altrettanto determinante è il darsi tempo: l’apertura si costruisce, il varco si scava lentamente e perché possa poi tenere, reggere ha bisogno di solidificarsi con il tempo. Non si può avere fretta ed è anche per questo che il percorso brevemente presentato e presente nel blog[11] ha visto le classi impegnate ogni volta per tutto il triennio.  Nella pratica questo significa che una discussione, un lavoro su un filmato o su un testo non sono sufficienti e che va privilegiato un percorso in cui si offrono molteplici stimoli, si ricercano più situazioni di apprendimento piuttosto che limitarsi ad un’unica attività, svolta in occasione di qualche evento o di qualche ricorrenza. “Se tutti corrono ci vuole un luogo dove poter andare lenti, dove trovare il tempo necessario per non fare le cose in fretta e con superficialità. Se andiamo lenti e abbiamo la pazienza di tornare e ritornare più volte alle stesse domande, aumentiamo la possibilità che arrivino tutti e, forse, si creano davvero le condizioni per incontrare profondamente qualcosa”.[12] Ci piace pensare che questo qualcosa possa assumere il volto dell’Altro da osservare e da “riconoscere”.

 

*Fa parte dell’Associazione Melisandra e collabora con la cattedra del corso di Pedagogia Interculturale presso l’Università di Milano Bicocca

[1] Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, Annali della pubblica istruzione, pag 7

[2] Indicazioni, cit., pag 8

[3] Dizionario Treccani

[4] Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani, 1998.

[5] Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2011.

[6] http://www.sconfinamenti.net/scuola/archives/5854; o anche http://www.sconfinamenti.net/scuola/archives/5446

[7] http://www.sconfinamenti.net/blog/archives/1304

[8] La visione del film permette di passare dalla analisi di un fenomeno reale complesso soprattutto per i più giovani all’analisi di una situazione realistica e lo scarto tra realtà e finzione in qualche modo sembra facilitare l’accesso al tema e la messa in discussione dei propri giudizi.

[9] http://www.sconfinamenti.net/blog/archives/2104. Si sentano gli audio.

[10] http://www.sconfinamenti.net/blog/archives/2104

[11] Si vedando gli articoli creati dal docente o dai ragazzi nella sezione “Diritti” http://www.sconfinamenti.net/scuola/archives/category/questioni-di-diritti; o “Migranti ma non solo” http://www.sconfinamenti.net/blog/archives/category/migranti-e-non-solo

[12] Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio, 2014.