Condividere il pane

Ma cos’ha di così eccezionale accogliere un gruppo di giovani migranti africani, appena arrivati nella nostra valle, con una cena condivisa, in cui ognuno dei partecipanti ha preparato una pietanza da consumare insieme?

 

Pierangela Fierro Trincheri*, Natale Giovanni Trincheri**

 

Condividere il pane, condividere gli spazi, condividere le emozioni. Non è sicuramente facile per un essere umano che è diventato oltre misura territoriale, difensore di un territorio che quasi non abita più, ma soprattutto non vive più.

Quando mio marito ed io eravamo bambini, in famiglia era cosa normale aiutare chi ne avesse bisogno: mia bisnonna, vedova di guerra e madre di cinque figli nella città di Cuneo, aveva sempre un piatto di minestra per il povero che ogni giorno bussava alla sua porta; mio padre, immigrato napoletano, in tanti modi ha aiutato persone più sfortunate nella Torino che si stava industrializzando; nonno Leone invitava volentieri nella sua casa chi gradiva bere un buon bicchiere di vino rosso; di nonno Natalin, che ha cresciuto sette figli nella frazione dove noi oggi viviamo, voglio ricordare un episodio significativo: con il figlio Santin, padre di mio marito, si stava recando nell’orto ed è stato raggiunto da voci di bambini. Quando ha visto che Caterinetta, donna sola e madre di quattro figli, si stava raccogliendo i fagioli ha bisbigliato al figlio: “Non facciamoci vedere… andiamo via”, così da non metterla in imbarazzo di fronte alla loro presenza ed alla sua povertà.

Piccoli gesti che ci hanno formato, che facevano parte della quotidianità per la semplicità e l’immediatezza con la quale si manifestavano. Luoghi diversi per crescere, mio marito nell’entroterra ligure ed io nella grande Torino, ma entrambi con la stessa impostazione di quanto sia normale, scontato concedere un piccolo aiuto a chi lo necessita, non foss’altro che ascoltarlo con attenzione.

Poi la nostra generazione della fine degli anni ’50 si è trovata a godere di tutti i sacrifici dei padri e delle madri, ha assaporato il gusto del lusso, dell’inutile, dello spreco, ma anche il rifiuto dei valori, delle certezze, dei riferimenti. Alla negazione del passato non ha saputo contrapporre un presente che lo appagasse, che ne nutrisse lo spirito e di ciò ne hanno molto sofferto le generazioni successive, a cui non sono stati consegnati valori, saperi, tradizioni. Ai racconti degli anziani, confinati in strutture dedicate, si sono sostituiti programmi televisivi di dubbia qualità. La famiglia non si incontra più a tavola per condividere pane ed esperienze, ma ogni suo componente ha ritmi ed orari diversi, per seguire danza, nuoto, musica, palestra e lavoro. I ragazzini non vivono più un’ infanzia ed una fanciullezza, ma vengono trascinati nel mondo degli adulti, senza aver assaporato la bellezza della giovane età. Uno stile di vita che rende più soli, più egoisti, più chiusi nei propri schemi ed abitudini, dove tutto deve essere difeso, spesso con rabbia.

Tutto questo preambolo per significare che ciò che era normale 30-40 anni fa, oggi non lo è più. Ci si stupisce se una persona arriva puntuale all’appuntamento concordato, se è onesta, se sa svolgere il suo lavoro con perizia e serietà, se è educata, se rispetta gli anziani.

Così anche la cena di benvenuto, organizzata senza preavviso, nella piazzetta della Chiesa di Bellissimi, frazione di Dolcedo (Imperia), ha destato immediato stupore, a cui sono seguiti commenti a favore o contrari. Ma cos’ha di così eccezionale accogliere un gruppo di giovani migranti africani, appena arrivati nella nostra valle, con una cena condivisa, in cui ognuno dei partecipanti ha preparato una pietanza da consumare insieme? Un gesto simbolico, un abbraccio che accoglie tutte le migliaia di persone che stanno fuggendo perché private di casa, famiglia, patria, di ogni sicurezza e della stessa vita. Questo peregrinare che suscita una terribile tristezza, un senso di profondo dolore nel nostro intimo più segreto pone interrogativi che da sempre si ripropongono e chiedono ad ognuno di noi il senso delle guerre, del potere, della ricchezza, della fame, della morte.

Cosa è successo a quell’uomo che voleva un mondo nuovo, più giusto, senza costrizioni né tabù, che si proclamava figlio dei fiori? Abbandonare le nostre certezze ci aiuterebbe a trovare delle risposte, se non altro a fare più chiarezza in noi, che siamo sempre più impauriti e disorientati.

Come ha scritto l’amico Emanuele Maspoli nel suo libro La loro terra è rossa[1]: “Avere il coraggio di guardarsi dentro è il viaggio più grande e più lungo che si possa intraprendere. E per farlo non si può essere soli”.

I bambini di oggi, gli adulti di domani chiederanno spiegazioni ai nostri occhi bendati ed ai nostri cuori chiusi, ma a loro dovremo rendere conto.

“A volte il coraggio salta una generazione”[2]. Potremo dire magari più di una, ma tutti quei bambini che sorridenti aiutavano a servire la lunga tavolata, sfoderando il loro inglese elementare, ci hanno dimostrato che ci stiamo avviando verso un mondo più giusto, dove è normale che il tuo compagno di banco non abbia la pelle del tuo stesso colore o che vesta diversamente, dove il tuo vicino di casa mangi cous-cous e falafel o abbia gli occhi azzurri. In questo mondo c’è così tanto spazio come lo ha dimostrato la nostra piccola piazza, dove sotto il cielo stellato di Luglio si sono trovate più di settanta persone diverse (dal turista straniero al residente norvegese, dal diffidente ligure al piemontese) che non si conoscevano e che hanno potuto condividere il pane, lo spazio e l’emozione di un incontro.

 

 

*Erborista, ha esercitato la professione nella città di Imperia per 25 anni. Ora con il marito conduce un’azienda olivicola-agrituristica ad indirizzo biologico.

 

**Impiegato per 33 anni nella Comunità montana dell’olivo, ha a cuore le problematiche del territorio e si occupa della salvaguardia dell etradizioni popolari e del dialetto.

[1]                Emanuele Maspoli “La loro terra è rossa- Esperienze di migranti marocchini” Ananke edizioni

[2]              dal film “The help”