Parlare di migrazioni a scuola

Un vademecum utile per chi volesse affrontare l’argomento immigrazione a partire da alcuni punti necessari al ragionamento.

 

Daniele Biella*

 

Per superare paure, sconfiggere luoghi comuni, gettare ponti laddove rischiano di essere costruiti muri invalicabili, c’è solo una via: parliamo di migrazioni a scuola. Parliamone, appena possibile e senza timore. I docenti, le altre figure educative, i collaboratori esterni di qualsiasi estrazione, ognuno faccia la sua parte. Perché è ora il momento giusto, proprio per quello che sta accadendo nel mondo e in particolare nella nostra Europa. Da una parte l’arrivo in massa di migranti, sia profughi in fuga da guerre e persecuzioni, sia migranti che scappano da contesti non meno mortali quali malattie endemiche, fame o estrema povertà; dall’altra l’oramai terrificante realtà del fondamentalismo che arriva a seminare l’orrore con attentati nel cuore del vecchio continente, come a Parigi la notte di venerdì 13 novembre 2015. I ragazzi hanno bisogno di essere rassicurati, guidati nel ragionamento, sapendo però che partono da una consapevolezza a livello pratico già buona, data la presenza di classi multietniche oramai in quasi tutta Italia, nonostante percentuali differenti per Regione. “Sappiamo che Isis usa la religione, non sono veri musulmani”. “Chi fa gli attentati è già cittadino europeo e viaggia dagli addestramenti in Siria con l’aereo, non con i barconi”. Due frasi che ricorrono sempre più nelle scuole medie inferiori e superiori e che fanno capire il terreno fertile sul quale seminare chiarezza. Ecco qui sotto alcuni estratti di un vademecum[1] utile in tal senso, per chi volesse affrontare l’argomento immigrazione a partire da alcuni punti necessari al ragionamento.

 

Quali sono le ragioni che hanno determinato questo numero enorme di arrivi nel 2015?

Le almeno 500mila persone arrivate in Europa nei primi nove mesi dell’anno – è un record assoluto – scappano per la stragrande maggioranza dal peggioramento delle condizioni di vita a causa di guerra (Siria), persecuzioni politiche (soprattutto Eritrea, poi Sudan, Somalia e Gambia) e terrorismo (Afghanistan, Iraq, Pakistan, Mali e Nigeria). I migranti provengono infatti almeno per il 90% dagli Stati appena citati. Sono aumentati di molto i siriani che raggiungono le coste delle isole greche dalla Turchia: provengono direttamente dalla Siria, paese oramai distrutto dopo 4 anni e mezzo di guerra civile tra attacchi delle forze governative, ribelli e Isis, o vengono via dai campi profughi turchi in cui si erano sistemati nei mesi o negli anni scorsi a causa del peggioramento delle condizioni di vita e della mancanza di prospettive. È importante tenere a mente che la maggior parte delle famiglie siriane era abituata comunque a un tenore di vita medio-alto, quasi uguale a quello che abbiamo qui in Italia, che vorrebbe potere ritrovare emigrando in Europa. In Eritrea invece è in vigore una dittatura sempre più feroce e per evitare il servizio militare obbligatorio i giovani fuggono in massa alla ricerca di un posto migliore dove vivere. In Afghanistan e Pakistan i Talebani e in Nigeria le milizie estremiste di Boko Haram hanno aumentato i loro attacchi verso la popolazione civile causando un aumento delle persone in fuga, mentre in Iraq è ora l’avanzata dell’Isis a costringere intere comunità alla fuga.

 

Quali sono le rotte seguite, via mare e via terra?

La rotta via mare rimane sempre quella più usata (7 volte su 10), ma mentre l’anno scorso era la parte di mar Mediterraneo sotto Italia e Malta a essere più frequentata, quest’anno è il Mediterraneo orientale che fa registrare le cifre più altre, con arrivi soprattutto nelle isole greche di Lesbos, Kos, Samos e Chios che si trovano a poche decine di chilometri di distanza dalla Turchia e quindi il viaggio in mare è meno pericoloso per i profughi. Il 30% degli ingressi in Europa avviene invece via terra attraverso le frontiere dell’Est, tra Ungheria e Croazia, raggiunte dopo aver superato Turchia, Bulgaria, Serbia oppure, per chi viene via dalla Grecia, Macedonia e sempre Serbia. Se le rotte via mare sono molto pericolose per il rischio di annegamento, quelle via terra sono altrettanto drammatiche perché prevedono viaggi di settimane a piedi, proibitive soprattutto per le molte famiglie con bambini che le intraprendono.

 

È possibile fermare questi flussi?

Secondo la maggior parte degli esperti e delle autorità competenti, non è possibile fermarli, ma si possono regolare. D’altronde, una persona che fugge dalle bombe non si ferma davanti a niente perché sa che l’alternativa è la morte certa. Per questo anche i muri che in alcuni casi si stanno costruendo, come in Ungheria e in Bulgaria, possono rallentare ma non bloccare persone disperate che però non hanno ancora abbandonato la speranza di arrivare in un luogo più tranquillo dove vivere e far crescere i propri figli. Regolare i flussi significa invece trovare strategie per garantire il diritto di chi fugge da guerra e persecuzioni a trovare rifugio altrove, e un’azione che andrebbe in tal senso è l’apertura di corridoi/canali umanitari tramite ambasciate o comunque luoghi sicuri in Paesi confinanti a quelli da cui si scappa. Luoghi in cui i profughi possano fare già richiesta d’asilo e, una volta approvata, recarsi in Europa con voli regolari senza rischiare la vita in mare. L’Agenzia dell’Unione europea per il controllo delle frontiere, Frontex, e le Guardie costiere nazionali eviterebbero così di effettuare le attuali costose ma necessarie missioni di salvataggio in mare.

 

Chi arriva qui si può dire che sia un clandestino?

Dipende da qual è il punto di partenza legislativo da cui uno parte nel giudicare una persona che fugge da una grave situazione umanitaria. Ovvero: secondo il Diritto internazionale e alcune leggi dell’Onu, le Nazioni Unite, una persona può fuggire altrove se ha problemi in Patria e deve essergli garantito asilo, senza trattare il tema della sua “clandestinità”. Secondo le leggi nazionali, compresa quella italiana, chi arriva sul territorio nazionale senza documenti è “irregolare”, quindi “clandestino”. Il problema sta nell’uso della parola: l’essere in clandestinità è una condizione temporanea della persona, non una sua caratteristica legata alla nazionalità, quindi in primo luogo il mondo dell’informazione deve aiutare i cittadini a usarla in modo proprio. Per fare un esempio, “clandestino” può essere un qualsiasi passeggero quando sale su un mezzo pubblico senza biglietto, e ciò non ha niente a che vedere con l’origine italiana o straniera della persona.

 

Cosa significa chiedere asilo politico? Tutti lo possono richiedere?

L’asilo politico è la possibilità per una persone di chiedere protezione a un qualsiasi Stato sovrano diverso dal proprio in quanto nel suo si trova in pericolo di vita e quindi è necessaria la fuga immediata. Sì, tutti possono richiedere asilo, in base proprio alla nozione di “Diritto di asilo”. Il fatto è che poi viene concesso solo nei casi in cui è dimostrata la pericolosità di un eventuale ritorno in patria, quindi c’è bisogno di accertamenti che hanno bisogno di temo soprattutto per quanto riguarda una persona che si presenta come perseguitato religioso o politico, mentre è più immediato il riconoscimento se si scappa da una guerra in corso. Al richiedente asilo può essere data la protezione internazionale permanente, ottenendo così lo status di “rifugiato”, oppure la protezione umanitaria o sussidiaria, che dura da 1 a 5 anni a seconda dei casi e può essere rinnovata.

 

Quanto costa allo stato italiano l’operazione di salvataggio e accoglienza dei migranti?

Per il salvataggio di in mare, nel 2015 è attiva l’Operazione Mare sicuro, per cui si prevede una spesa di 42 milioni di euro, ovvero 3,5 milioni al mese: fondi che arrivano in buona parte dall’Unione europea e che sono utilizzati per i mezzi navali della Guardia costiera impiegati nei soccorsi e per il personale. Per accogliere i migranti, invece, il governo italiano spende oggi attorno ai 3 milioni di euro al giorno, ovvero 1,1 miliardi di euro in un anno, stima calcolata moltiplicando il numero di richiedenti asilo presenti nelle strutture (85mila, cifra che dovrebbe però scendere di 20 mila unità nei prossimi mesi in seguito agli accordi di ridistribuzione fra i vari Stati dell’Unione europea) alla media di 35 euro al giorno per richiedente data agli enti gestori dell’accoglienza. In tutto, la spesa è 1,15 miliardi di euro, cifra consistente ma che si ridimensiona se si tiene conto di quanto spendono gli immigrati stranieri in Italia in tasse pagate: nel 2014 – dati raccolti da Fondazione Leone Moressa – hanno contribuito per 16,5 miliardi (di cui 6,8 miliardi di Irpef, dichiarando 45,6 miliardi di reddito totale), mentre per loro, in particolare per sanità, scuola, servizi sociali e, appunto, accoglienza, sono stati spesi 12,6 miliardi: il totale, quindi parla di quasi 4 miliardi di euro in più per le casse dello Stato italiano.

 

A proposito dei 30-35 euro al giorno per richiedente asilo che spende lo Stato: a cosa servono?

Innanzitutto sia chiaro quanto effettivamente viene dato al migrante: l’8% del totale, ossia un pocket money di 2,5 euro al giorno, spesso nemmeno in contanti ma come buoni spesa in negozi convenzionati. Il resto, ovvero 32,5 euro, serve per coprire i costi del personale (pagare gli stipendi, i contributi degli operatori che lavorano nei centri, quasi sempre giovani italiani), la quota per pagare l’affitto in caso di alloggi privati o di mantenimento se di proprietà comunale, infine le spese per il vitto e quindi per i fornitori di generi alimentari, ma anche per le farmacie e per le cartolerie, data la presenza necessaria di servizi medici e legali, nonché l’organizzazione dei corsi di italiano. È importante fare chiarezza su queste cifre – compito che spetta in primo luogo ai mezzi di informazione e alle istituzioni – perché l’opinione pubblica abbia in mente che tali finanziamenti vanno in minima parte direttamente alla persona che richiede asilo in Italia, altresì vanno anche ad alimentare l’economia italiana creando nuovi posti di lavoro.

 

L’Italia è un paese che rischia di essere travolto dalla presenza di troppi stranieri?

No, se si considera che negli ultimi anni le iscrizioni all’anagrafe sono diminuite, come riporta l’Istat, il sistema statistico nazionale: in particolare, nel 2014 si sono iscritti 255mila stranieri, il 9% in meno del 2013. In tutto oggi sono 5,3 milioni, l’8% della popolazione, ben sotto il 10% della Germania, tra l’altro motore economico dell’Europa. Di questi 5,3 si stima che gli irregolari – senza permesso di soggiorno in regola – siano tra 300mila e 400mila, in linea tra l’altro con le statistiche mondiali dell’Onu. Per quanto riguarda la cosiddetta “emergenza immigrazione” degli ultimi anni, ulteriori dati nero su bianco confermano che non è in atto nessuna invasione dell’Italia: in primo luogo i circa 85mila richiedenti asilo accolti oggi sono sì il 30% in più di quelli dell’anno scorso ma sono in linea con i calcoli del ministero dell’Interno (che reputa a quota 140mila il tetto massimo per l’accoglienza italiana) e dovrebbero comunque prossimamente diminuire per via degli accordi in sede europea. Inoltre, quest’anno gran parte degli sbarchi che nel 2014 avveniva sulle coste italiane avviene in Grecia e quindi dell’aumento generale di arrivi in Europa l’Italia non ne risente: al 15 agosto 2015 sono arrivate 103mila persone (0,17% della popolazione italiana), addirittura meno delle 104mila dello stesso periodo dello scorso anno. Che si era concluso con 170mila presenze sul territorio italiano ma con almeno 90mila, quindi più della metà, che hanno lasciato l’Italia perché diretti altrove.

 

*Giornalista ed educatore, scrive di temi sociali nazionali e internazionali su varie riviste di riferimento del non profit

[1]              Il vademecum integrale, apparso sulla rivista “Vita” si può scaricare al link

http://www.vita.it/it/article/2015/10/07/cari-ragazzi-parliamo-di-immigrazione/136871/