La scuola multiculturale tra pregiudizi ed errori

Gli alunni e gli studenti di origine non italiana sono diventati una realtà strutturale del nostro Paese. Negli ultimi venticinque anni la loro presenza ha modificato il paesaggio culturale, linguistico, sociale della scuola italiana.

 

Vinicio Ongini*

 

Le migrazioni oggi sono sotto gli occhi di tutti[1]

Tutti dicono la loro ma l’impressione è che il dibattito pubblico abbia preso una strada che esclude approfondimenti, sfumature, idee di governo sul lungo periodo. È sempre emergenza, anche quando si parla dei figli degli immigrati a scuola.

Gli spostamenti di popolazione, le migrazioni, sono un fenomeno multiforme che ha delle ricadute sul piano economico, sociale, culturale, educativo. Anche la continua proposta di numeri, tabelle, statistiche su quanti sono gli “stranieri” diventa sterile se priva di chiavi di lettura, di distinzioni, di capacità di contestualizzare. Un utile evidenziatore e un buon punto di osservazione può essere il sistema scolastico nazionale. E comincerò anch’io dai numeri…

 

Il paesaggio multiculturale della scuola italiana.

Gli alunni e gli studenti di origine non italiana sono diventati una realtà strutturale del nostro Paese. Negli ultimi venticinque anni la loro presenza ha modificato il paesaggio culturale, linguistico, sociale della scuola italiana. Bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole e che hanno origini altrove sono sempre più numerosi, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri.

Sono più di 800.000 gli alunni con cittadinanza non italiana quest’anno, oltre il 9% sul totale della popolazione scolastica. Provengono (o meglio le loro famiglie provengono) da 190 Paesi diversi.

Sulle circa 57.000 scuole, 2851 superano la percentuale del 30% di alunni “stranieri”; 510 superano il 50% e 27 sono oltre l’80%.

Possiamo dire che l’immigrazione ha “cambiato” la nostra scuola. Ha provocato spaesamento e ha posto questioni nuove, a cui le scuole rispondono in modi diversi: con tranquillità, con difficoltà, con rassegnazione, con interesse e curiosità.

 

Scuola multiculturale, voce del verbo distinguere

Ci sono bambini e ragazzi, figli di immigrati che si spostano, con le loro famiglie, dall’Italia verso il Nord Europa o ritornano nel paese d’origine dei genitori: Albania, Romania, Perù. È così da qualche anno. A causa della lunga crisi economica italiana ma anche per i segnali di ripresa economica nei Paesi d’origine. Ci sono figli di immigrati, cinesi per esempio, nati in Italia e mandati da piccoli in Cina dai nonni, per imparare la lingua, altalenanti tra due mondi e a volte altalenanti tra scuola e lavoro qui in Italia; ci sono figli di immigrati “invisibili” per la scuola pubblica, vanno solo nelle scuole delle loro associazioni, come accade a Napoli con la comunità d’immigrazione dello Sri Lanka; ci sono i minori non accompagnati, triplicati negli ultimi due anni, adolescenti e giovani, quasi tutti maschi, sbarcati in Sicilia e Calabria soprattutto, e poi distribuiti in diverse regioni. Ci sono alunni italiani che si spostano dai loro “bacini di utenza”, cioè dalle scuole vicino a casa, per iscriversi in scuole di altri quartieri, dove ci sono meno stranieri. Ci sono anche italiani (pochi) che spostano i propri figli nelle scuole con più stranieri (perché c’è più vivacità, più lingue, più arte, la scuola è aperta tutto il giorno…), come accade in alcuni quartieri di Roma.

Troppo spesso il racconto e la rappresentazione di questa scuola multiculturale si basa sulla categoria indistinta di “alunno straniero” (Francesca Caferri, Non chiamatemi straniero. Viaggio negli italiani di domani, Mondadori, 2014). Bisogna invece distinguere, sempre. Distinguere è il verbo più importante! Per esempio, più della metà, il 51,7% dei cosiddetti “alunni stranieri”, sono nati in Italia (e questa percentuale raggiunge l’85% nelle scuole dell’infanzia), mentre gli studenti neo-arrivati, cioè entrati nel nostro sistema scolastico nell’ultimo anno, sono meno del 5%.

 

Il percorso ad ostacoli degli studenti “stranieri”

Sono in ritardo scolastico, cioè hanno uno o più anni in più dei compagni di classe italiani, più di 6 studenti stranieri su 10 nel primo anno delle scuole superiori. Fioccano bocciature nel primo anno delle medie e nel biennio delle superiori. Il sistema scolastico nazionale sembra poco capace di favorire la mobilità sociale, di affrancare dal background familiare (e questo vale anche per gli italiani). Lo svantaggio degli stranieri diminuisce troppo lentamente nonostante la crescente stabilizzazione dell’immigrazione e la crescita delle seconde generazioni e nonostante le forti aspettative di una parte delle famiglie immigrate verso l’istruzione vista come la più importante leva di riscatto e mobilità sociale.

 

Prove di futuro: alcuni segnali positivi

Nella più recente indagine conoscitiva, Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi, Miur/Ismu, 2015, si evidenzia che per la prima volta l’indirizzo di studi maggiormente scelto dagli studenti stranieri nelle scuole superiori, il 38, 5%, è l’istituto tecnico (negli anni precedenti era sempre stato l’istituto professionale, scelta ritenuta di ripiego, qualche studioso ha parlato di “segregazione formativa”); sono inoltre aumentate le iscrizioni degli studenti stranieri nei licei (23,5%) grazie alla spinta delle seconde generazioni. Ma un’altra novità, un’altra “prova di futuro” è questa: da quest’anno la maggioranza degli studenti “stranieri” immatricolati all’Università è costituita da studenti che provengono dalle scuole italiane (e non dall’estero) e una percentuale significativa proviene da istituti tecnici e professionali: il 17% dei maschi stranieri immatricolati all’Università viene da istituti professionali a fronte di un 3,8% degli italiani. Anche se hanno accumulato ritardi scolastici, anche se “schiacciati” su scelte tecnico/professionali una parte di loro non rinuncia a proseguire gli studi. Un chiaro segnale della spinta verso lo studio, della fiducia e della speranza nel futuro dei figli da parte di alcuni gruppi di immigrati.

Per i figli dell’immigrazione può esserci una prospettiva di mobilità sociale?, un futuro professionale diverso da quello dei padri?

E se non accadrà non c’è il rischio che i figli dell’immigrazione cerchino altrove, magari nella vera o recuperata identità o diversità culturale e religiosa, quel riconoscimento negato dal Paese nel quale sono cresciuti?

La strage di Parigi ci interroga anche su questo[2].

 

La classe dirigente ha un’idea burocratica e “difensiva” dell’integrazione

La mia impressione, anzi la mia esperienza, lavoro ogni giorno su questi temi, purtroppo mi fa dire questo: c’è un Paese, l’Italia, cioè la sua classe dirigente, che non crede e non investe nell’integrazione dei figli degli immigrati perché ne ha un’idea burocratica, difensiva, compensativa, “sociale”, quando va bene (che cosa fare per aiutare gli immigrati?). Una classe dirigente che non studia, che non approfondisce e non ha consapevolezza del potenziale innovativo del plurilinguismo, dai vantaggi per tutti derivanti dal confronto con altre idee di scuola, dalla maggiore spinta verso l’istruzione e dalla maggior fiducia nel futuro da parte di alcuni gruppi di immigrati.

L’idea del merito, per esempio, tanto mitizzata ma per niente praticata da noi “autoctoni”, è più forte negli indiani sikh della pianura padana e il rispetto delle regole è sicuramente superiore nei tamil di Palermo.

C’è una storia che riassume molti dei temi, delle preoccupazioni e dei sogni di mobilità sociale dei ragazzi stranieri. È quello della studentessa di origine senegalese di Pisa. Frequenta il primo anno di un istituto tecnico, 850 studenti, 10% stranieri, a scuola va molto bene. Ha fatto le scuole in Italia, fin dalle elementari, quindi è una seconda generazione, quella seconda generazione che aspetta dal parlamento italiano una nuova legge sulla cittadinanza.

La materia che le piace di più è diritto, il suo sogno è diventare avvocato.

Il padre è operaio, la famiglia è musulmana, lei porta il velo che le copre i capelli.

Ha ricevuto a scuola lettere minacciose e offensive, con dentro frasi di questo tipo: “non si è mai vista una negra che prende 10 in diritto!”, “Non diventerai mai avvocato”.

Il sogno, la possibilità di mobilità sociale contrastata dai compagni di scuola italiani.

C’è anche un’idea di Italia in questa storia triste, un Paese che invece di capire e di favorire l’integrazione la contrasta.

 

*Osservatorio per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

 

[1] Questo articolo è il testo di un intervento tenuto dall’autore il 2 giugno 2015 in occasione del Festiva dell’economia di Trento.

 

[2] Si fa riferimento dell’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo avvenuto il 7 Gennaio 2015.