Cronaca, migrazioni, educazione: collegamenti necessari

È importante che gli educatori e gli insegnanti, in particolare i più giovani, abbiano conoscenza e consapevolezza della portata delle migrazioni almeno dell’ultimo secolo perché ciò può e deve ricadere in positivo sulla loro professionalità educativa e docente.

 

Mariangela Giusti*

 

Ritrovare la concentrazione

È sempre più complicato parlare in prospettiva educativa di migrazioni e d’intercultura perché i tempi che viviamo sono intricati, propongono scenari sempre nuovi che appaiono senza soluzioni immediate. La cronaca è difficile da decifrare, tuttavia la scuola e i processi educativi vivono dentro la cronaca. È necessario aver maturato in noi stessi, nel corso degli anni, delle buone convinzioni e continuare a crederci, provando a renderle attuali e ricche di sempre nuovi spunti. Solo così possiamo (forse) essere in grado di parlare ad altri: agli studenti, per esempio, quando si è in aula, o ai gruppi di giovani insegnanti e educatori, quando si tengono corsi di aggiornamento o formazione. È sempre più complicato parlare di migrazioni, di migranti, di incontri/scontri fra persone di appartenenze culturali e religiose diverse, di intercultura, perché gli avvenimenti drammatici della cronaca ruotano sempre più intorno a questi stessi temi.

Scrivo questo breve saggio tre giorni dopo i fatti cruenti e crudeli di Parigi, nei quali l’odio e la pazzia di alcuni gruppi di terroristi islamici si sono scagliati conto gli abitanti disarmati e innocenti di una città dell’Europa occidentale, simile per tanti aspetti a molte altre città dello stesso Continente, uccidendo, provocando strazio e dolore.

Sì, è sempre più complicato parlare di migranti e d’intercultura. Eppure, come educatori e come intellettuali è nostro dovere non cedere e continuare a parlarne; è nostro dovere continuare a credere nelle possibilità del pensiero di riuscire a trovare dei territori comuni, di ricercare con caparbietà luoghi e modi di dialogo, d’incontro, di convivenza pacifica.

I fatti della cronaca ci hanno tolto le parole. Ma dopo lo stupore, lo sconcerto, la paura che faceva tremare le gambe di fronte alle immagini che scorrevano in diretta sullo schermo televisivo (pensando che avremmo potuto per caso essere lì noi stessi o i nostri figli o i nostri amici), occorre ritrovare la concentrazione e credere ancora una volta nelle possibilità dell’intelligenza, della cultura, della scrittura, e contribuire a costruire riflessione positiva, memoria collettiva, buone aspettative comuni, speranza.

 

Siamo tutti migranti, non è una banalità

L’Italia e l’area a nord del Mediterraneo (europea-occidentale) e i territori che si affacciano a sud sul Mediterraneo (arabo-occidentali) si sono da sempre caratterizzati per la diversità, per lo scontro, la volontà di primeggiare gli uni sugli altri, ma anche e soprattutto si sono da sempre caratterizzati per gli scambi, le mescolanze, le comunanze, le cessioni al loro interno e fra di loro[1]. Proprio in queste caratteristiche ha avuto origine ed è cresciuta nel corso dei secoli la vitalità di questa parte del mondo e il suo progredire. Come scrive lo storico Fernand Braudel (1994), le culture che si sono affacciate sul Mediterraneo nel corso dei secoli e dei millenni sono innumerevoli, si sono “accatastate” le une sulle altre, mischiandosi. La letteratura, l’arte, l’architettura, gli stessi territori europei “sono impregnati di interazioni e di mescolanze”, scrivono senza incertezze e con molte documentazioni i due filosofi Bocchi e Ceruti.

Le narrazioni, le scoperte scientifiche, le abitudini, le storie, le culture si sono spostate e si sono fuse fra le coste mediterranee in virtù di invasioni, pellegrinaggi, commerci, guerre, movimenti di uomini e donne che si sono spostati per motivi pacifici o militari. L’espansione islamica, le crociate cristiane, le colonizzazioni (fenicia, greca), la conquista turca, la decolonizzazione magrebina sono solo alcuni tratti della storia passata, che restano attuali, in particolare se pensiamo agli avvenimenti della cronaca recente[2]. Sempre più spesso arrivano a Lampedusa e sulle cose siciliane e calabresi barconi carichi di uomini e donne che cercano sulle coste mediterranee a nord dell’Africa nuovi territori per la vita. L’Italia, come tanti altri Paesi d’Europa, è oggi terra d’arrivo, ma è stata per decenni terra di partenza.

Nella storia recente i primi movimenti migratori dall’Italia si diressero – intorno alla fine del 1800 – verso i territori sconfinati al di là degli Oceani, dove si prospettavano innumerevoli possibilità di lavoro, faticosi, stranianti, massacranti, innovativi.

In un bel libro di J. T. Cunningam (2003,94) su Ellis Island, la “porta dell’America”, troviamo molte foto d’epoca che riportano episodi spiccioli della vita degli immigrati. Un’istantanea semplice e significativa ritrae una famiglia. Sono seduti intorno a un tavolo con sopra molti materiali sparsi e stanno lavorando. La didascalia sotto la foto dice: “Un padre e una madre italiani e i loro tre bambini assemblano fiori artificiali nel loro tenement a New York”. È un piccolo laboratorio casalingo, dove erano impiegati adulti e bambini, un po’ come fanno oggi (incuranti delle legislazioni di tutela dell’infanzia) tante famiglie cinesi nei laboratori in casa o sotto casa. Con la migrazione dunque gli italiani trovavano il lavoro e con il lavoro c’era la vita nuova. Le destinazioni dei migranti dall’Italia dell’800 e del 900 erano l’America del Nord; il Sudamerica; l’Australia.

Gli italiani arrivavano poverissimi nelle grandi città dei nuovi Continenti di approdo. Per esempio, per quanto riguarda New York, la prima accoglienza, per loro come per gli altri migranti, era “l’albergo di transito”: un edificio “color fango”, con un forte tanfo di richiuso, gestito da quattro soci dove “mille e mille emigranti transitavano […] gente stanca, delusa, che partiva e arrivava, vi sostava come sotto una provvidenziale grondaia durante l’acquazzone. Poppanti, scugnizzi, vedove e madri cariche di fagotti e bimbi. Spettinate, con gli occhi smarriti e il disordine addosso, vestite di dolore e di stanchezza…[3]. Giorno per giorno gli italiani ricostruivano, come gli altri gruppi di migranti, delle nuove reti di rapporti interpersonali; si portavano dietro una cultura comune fatta di gastronomia, di religione, di superstizione, di canto, di buonumore. William Saroyan (1965, 145), in uno dei suoi racconti, ha tratteggiato con la maestria del grande scrittore un modo di fare che egli stesso osservava come tipico di tanti italiani: “Joe allora mi guarda e ride come loro italiani ridono in tutte le questioni di donne…”. Dai diari e dai racconti scritti da tante persone note o sconosciute emerge l’immagine degli italiani come resistenti all’assimilazione, attaccati alla loro lingua (“…la burrasca delle lingue continua a imperversare: russo a poppa, cinese a prua, tedesco nei timpani, giapponese sul viso e italiano in bocca…” annota Depero), fedeli ai loro costumi e al loro stile di vita.

 

Ondate migratorie

La seconda grande ondata migratoria italiana (a partire dal 1950) si indirizzò verso i paesi del Nord Europa dove, per la ripresa economica successiva alla fine della grande guerra, le industrie siderurgiche, manifatturiere, estrattive richiedevano forza lavoro. Dopo circa cinquant’anni ricominciavano e si ripetevano le grandi partenze e questa volta erano dirette verso Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Francia, Gran Bretagna. All’inizio partivano in massa giovani uomini soli, dalle regioni rurali più sovraffollate. Nel nuovo paese vivevano raggruppati in comunità d’origine in grado di assicurare almeno la prima l’accoglienza, il primo impiego, un minimo di calore umano, la comprensione e l’uso della lingua conosciuta. Gli italiani erano utilizzati nei compiti meno qualificati e meno remunerati e spesso erano coinvolti in conflitti sociali, che denunciavano la difficoltà dell’integrazione fra minoranze e autoctoni. Per riuscire a rimanere, nonostante la malinconia, lo stordimento, la solitudine bisognava proprio essere convinti di non avere in patria nessun’altra alternativa di vita possibile. Possiamo trovare davvero tanti elementi di analogia con le attuali immigra­zioni verso l’Italia dai paesi africani, asiatici, latinoamericani, esteuropei.

Dagli anni Cinquanta del Novecento, col miracolo economico, l’Italia iniziò a essere interessata da un’altra fase migratoria, quella dell’immigrazione interna o regionale. La nascita delle industrie in Piemonte e in Lombardia negli anni della ricostruzione richiamava dal Sud migliaia di lavoratori[4]. Le due più grandi e attrattive città del Nord Italia – Torino e Milano – verso la fine degli anni Sessanta scoprirono di avere al loro interno dei veri e propri “ghetti” di calabresi e siciliani che avevano “invaso” un po’ per volta le periferie. Quelle due grandi città in progressiva espansione e modernizzazione scoprirono di essere città razziste, dove i meridionali non potevano abitare nei quartieri borghesi, dove erano messi in ridicolo per le loro abitudini, dove, come scrive Braudel (1994), erano “sempre più spesso additati come possibili colpevoli di episodi di cronaca nera”. I flussi migratori (il primo verso l’esterno, il secondo interno) continuano, con ritmi decrescenti per consistenza numerica, fino agli anni Settanta. L’emigrazione degli italiani rimane, ancora in pieno boom economico nazionale, numericamente rilevante[5]. Nel giro dei pochi anni si trasformò in un movimento di entrata e di uscita: l’inizio del fenomeno coincise con i primi tentativi, fra il 1973 e il 1975, di regolamentare i flussi di arrivo da parte di alcuni paesi della CEE (Francia, Germania, Belgio), che intendevano contrastare ulteriori arrivi con misure restrittive che colpivano soprattutto i lavoratori extracomunitari. Erano gli anni dello sviluppo economico-industriale dell’Italia. Secondo il sociologo Umberto Melotti (1992) per molti lavoratori del Terzo Mondo essa non costituiva la prima opzione del progetto migratorio: rappresentava piuttosto una soluzione di ripiego o un’alternativa meno gradita ma praticabile attraverso percorsi migratori forzati (di espulsione in espulsione)[6]. Anche in Italia iniziò a esserci l’immigrazione straniera e dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta divenne sempre più consistente, senza che ci fosse però la consapevolezza politica di tenere il fenomeno sotto osservazione, studiarlo, occuparsene con provvedimenti adeguati, come se da un momento all’altro potesse spontaneamente regredire[7].

 

Migrazioni, migranti, educazione

I flussi migratori hanno avuto andamenti incrociati anche nel decennio degli anni Novanta. Negli ultimi anni l’Italia è diventata in prevalenza terra d’arrivo dall’Asia, dall’Africa, dal Sudamerica, dalle Regioni dell’Est Europa. La tendenza attuale non accennerà a diminuire nei prossimi decenni. L’emigrazione italiana nel mondo resta un fenomeno attivo, seppure minore, e permangono, in dimensioni limitate, le migrazioni stagionali. Negli ultimi due decenni gli arrivi più consistenti verso l’Italia sono dalle città dell’Est Europa e dall’Africa, martoriata da guerre e carestie.

È importante che gli educatori e gli insegnanti – in particolare i più giovani – abbiano conoscenza e consapevolezza della portata delle migrazioni almeno dell’ultimo secolo perché ciò può e deve ricadere in positivo sulla loro professionalità educativa e docente. Oltre tutto, gli attuali flussi migratori da vari Continenti verso l’Italia conducono gli allievi e gli studenti appartenenti a famiglie o a gruppi stranieri nelle classi del sistema scolastico italiano.

L’approccio interculturale in educazione dovrebbe essere inteso come una possibilità per lo sviluppo comune fra persone di culture e lingue diverse, per la buona convivenza, per la progressiva auspicabile pacificazione fra individui e gruppi distanti e diversi e soprattutto affinché i minori presenti nel sistema scolastico italiano e gli adulti che sono ad essi collegati pur provenendo da città e territori diversi, non debbano rimanere chiusi nei propri universi concettuali e culturali, senza passaggi comunicativi densi di significato. Il pensiero interculturale deve continuare a operare affinché vengano fatti tentativi per esplorare la diversità in modo autentico, avendo fiducia di trovare dimensioni transculturali.

Gli avvenimenti tragici della cronaca che raccontano di continui arrivi con mezzi di fortuna e che raccontano e mostrano lo strazio di tante morti inutili non dovrebbero essere tenuti fuori dalle ore di lezione in aula. Appartengono al flusso interminabile di notizie che arrivano agli studenti attraverso i loro devices sempre accesi. Se, come insegnanti o come educatori, scegliamo di ignorare questi avvenimenti, per quanto barbari e truci essi siano, sbagliamo e non svolgiamo al meglio il nostro compito educativo. Sono avvenimenti che possono rappresentare l’occasione per avviare il dialogo educativo, per far derivare idee, per proporre itinerari di approfondimento che mirino a valorizzare i contatti, a smorzare alcuni stereotipi e pregiudizi, a favorire una comunicazione interculturale che affondi le sue radici nella mediazione e nella ricerca di reciprocità reali.

 

* Professoressa di Pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

 

 

Bibliografia

  1. Bocchi, M. Ceruti, Solidarietà o barbarie. L’Europa delle diversità contro la pulizia etnica, Milano, Cortina 1994
  2. Braudel, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Milano, Bompiani, 1994 (ed. or. 1985)
  3. T. Cunningham (2003), Ellis Island. Immigration Shining Center, Arcadia Publishing, Charleston
  4. Depero, Un futurista a New York [1934], Siena, Editori del Grifo, 1990
  5. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino, 1989
  6. Giusti, Formazione e spazi pubblici. Competenze e metodologie interculturali dagli spazi di vita, Franco Angeli, Milano, 2015
  7. Melotti, Le nuove migrazioni internazionali: aspetti generali e problemi specifici del caso italiano, in: G. Tassinari (a cura di), Scuola e società multiculturale, 2000, pp.11-47
  8. Saroyan, Che ve ne sembra dell’America?, Oscar Mondadori, Milano, 1965
  9. Tassinari (a cura di), Scuola e società multiculturale, La Nuova Italia, Firenze, 2000

 

[1]              Questi argomenti sono trattati ampiamente, con esempi molteplici, in un testo recente: Giusti (2015), al quale rimando per approfondimenti.

[2]              Siamo tutti testimoni di quante minacce e atti concreti ci siano stati nel corso del 2015 da parte dell’Isis (l’autoproclamato Stato islamico). Si sono fatte progressivamente sempre più pressanti e dirette anche alle coste settentrionali del Mediterraneo, fra cui in particolare l’Italia. Vari account Twitter legati ai jihadisti libici inviano di tanto in tanto dei messaggi indirizzati a Roma e ad altre città europee e occidentali. Ciò è accaduto anche immediatamente dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.

[3]              Tutte le citazioni qui riportate sono tratte da un diario molto puntuale scritto dal pittore italiano futurista Fortunato Depero che, con l’obiettivo di portare la sua arte in America, visse l’esperienza della migrazione. Pur essendo una persona benestante, il suo viaggio gli consentì di vedere e documentare il viaggio e l’esperienza di tanti italiani poveri e poverissimi. Cfr. F. Depero (1990, 29).

[4]              Secondo lo storico Paul Ginsborg (1989), in base alle regioni di provenienza e alla quantità di persone coinvolte, si possono individuare tre periodi: 1955-61; 1962-71; 1972-81. Quello coi numeri più alti fu il secondo.

[5]              Lo mostrano le cifre delle migrazioni di manodopera. Gli storici Camera e Fabietti (1992) riportano alcune cifre relative al periodo 1966-1972 verso le zone industrializzate del Nord Europa. I migranti dal Portogallo erano 469.000; dalla Spagna 527.000; dall’Africa del Nord 701.000; dalla Grecia 332.000; dalla Turchia 582.000; dalla Jugoslavia 535.000; dall’Italia 856.000, un numero ben al di sopra degli altri. È un movimento che si protrae nel tempo a lungo. Gli italiani partivano per cercare migliori condizioni di vita, tornavano per un po’, ripartivano ancora; all’interno si muovevano fra città e campagne, da regione a regione: ma ciò non ha impedito che a metà degli anni Settanta l’Italia divenisse anche paese di immigrazione senza che peraltro indagini storiche o sociologiche lo avessero previsto.

[6]              Negli anni Ottanta (così come oggi), dalle testimonianze di molte persone immigrate si viene a sapere che per tante di loro arrivare in Italia era il risultato del caso più che di una scelta. Nonostante la crisi economica reale anche in Italia, dal 2008 in avanti permane un effetto calamita prodotto dai mass media. L’Italia continua a essere vista come un paese industrializzato, dove la crisi economica può in qualche maniera essere superata, con un livello di vita accettabile, ospitale più di altri, centrale dal punto di vista geografico, dove è più facile entrare che altrove, magari illegalmente, in virtù di controlli poco ef­ficienti, data la lunghezza delle coste.

[7]              In pratica, il fenomeno rimase inosservato a lungo, anche perché in Italia le presenze straniere sono sempre state molto numerose per i più disparati motivi: per turismo, per studio, per affari, fiere, congressi, convegni, cure mediche, pellegrinaggi, motivi religiosi e culturali. Per più di dieci anni unici strumenti di riferimento sono state le leggi di controllo.