OLTRE l’emergenza

L’immigrazione occasione di crescita culturale e pedagogica

 

Don Virginio Colmegna*

 

Sappiamo che le migrazioni si presentano come uno dei fattori più visibili e controversi di cambiamento delle nostre società: negli spazi urbani, nel mercato del lavoro, nelle aule scolastiche, nelle messe domenicali, nei circuiti delle attività illegali, avvengono mescolanze di vecchi e nuovi protagonisti e i nuovi arrivati sono quasi sempre più poveri di quanti si erano già insediati in precedenza, oltre che diversi per lingua, usanze, credenze e pratiche religiose. Vi è una percezione diffusa di uno sconvolgimento dell’ordine sociale. Si tratta di rendersi contro di queste difficoltà, soprattutto della nostra gente, che non possono essere superate con la testimonianza e i richiami coraggiosi ad essere accoglienti. Per molti è avvertita come paura, a volte come inizio di una invasione; e questo sentimento raggiunge anche la gente semplice che è spesso lasciata sola con le sue difficoltà e viene catturata da messaggi di coloro che chiamiamo “imprenditori della paura” che puntano ad un consenso immediato, che paralizza la serietà del confronto e la promozione di interventi, anche legislativi, da valutare sulla loro efficacia effettiva e non sul consenso che producono.

Sappiamo tutti che l’immigrazione quantitativamente è una quota ridotta dell’umanità. Rappresenta circa il 3% della popolazione mondiale, circa 200 milioni su oltre 6 miliardi di esseri umani. Per l’Europa a 27, la stima si aggira intorno ai 25 milioni di migranti su 490 milioni di abitanti, circa il 5%. In Italia i dati più recenti parlano di 5,3 milioni di persone, comprese 500.000 (stimate) in condizione irregolare; per la Lombardia, siamo intorno alle 900.000, per la provincia di Milano ci avviciniamo alle 400.000.

Anche se numeri ridotti, esprimono una tensione sociale, anche perché non sono numeri semplicemente, ma volti, storie di vita e ogni comunità cristiana non incontra numeri, ma persone e la sollecitazione e l’interrogativo che nasce da questi incontri inquietano e interrogano, anche perché le istituzioni pongono la loro concentrazione su determinate aree di destinazione, la rapidità della formazione di nuovi flussi, le modalità drammatiche di una parte degli arrivi, che accrescono il senso di smarrimento e di minaccia.

L’innalzamento delle barriere all’entrata non ferma del tutto gli ingressi, semmai provoca la ricerca di porte alternative. Nello sforzo di sigillare i confini, nel nostro Paese è stato reso illegale nel corso del 2009 non solo l’ingresso non autorizzato (già punito dalle leggi), ma anche la permanenza di chi riesce in vario modo a superare la frontiera, spesso con documenti regolari (il visto turistico), e prolunga la sua permanenza sul territorio. Gli immigrati si trasformano così negli ancora più temuti irregolari, o peggio, clandestini, condannati a vivere per anni nella penombra dell’incertezza e della precarietà, malgrado si accollino, nella maggioranza dei casi, mansioni che contribuiscono al benessere delle società riceventi, come la cura di anziani e bambini.

Poi, giacché è impossibile espellere centinaia di migliaia di persone, è controproducente privare del loro lavoro le società riceventi e i sistemi economici, è politicamente dannoso criminalizzare le famiglie che ne accolgono molti,  si impone la necessità delle sanatorie. Così in ogni caso è avvenuto in Italia: dopo mesi di campagna politica contro i cosiddetti clandestini, la politica ha preso atto che molti di essi sono in realtà lavoratori dei servizi di assistenza e accudimento in ambito familiare. Detto in altri termini: i clandestini che gran parte dell’opinione pubblica vorrebbe scacciare, sono per la maggior parte lavoratori e lavoratrici che gli stessi italiani hanno accolto, assunto, protetto e a volte sfruttato. Ad un certo momento, si afferma l’esigenza di sanarne la situazione. In Italia nel 2010, malgrado le retoriche di ogni tipo, per ogni immigrato irregolare espulso quasi 20 hanno potuto sanare la propria posizione. Si è trattato della sesta sanatoria in 22 anni, oltre alle sanatorie mascherate da decreti flussi. I lavoratori immigrati sono passati quasi sempre attraverso una fase di soggiorno irregolare, e si sono ormai abituati a metterla in conto.

Tutto questo porta nelle comunità che stanno sul territorio e che vivono la dimensione dell’accoglienza come scelta ad alimentare una tensione per certi versi inedita. La testimonianza della carità non è più infatti accolta pacificamente se si rivolge a persone sulle quali si carica la paura sociale e la diffidenza che si fa a volte, pregiudizio e preconcetto. Ecco perché la scelta dell’accoglienza e dell’aiuto doveroso e sempre più esigente deve coniugarsi con una dimensione formativa e con una, più che mai necessaria, azione di advocacy, di sollecitazione alle istituzioni che non rinuncino al loro compito delegando al cosiddetto “volontariato del buon cuore” quelle risposte cariche di criticità e complessità. La modalità con la quale spesso si procede consegnando alle varie comunità, alle parrocchie, associazioni il compito dell’aiuto agli immigrati- genericamente considerati poveri, sollevando il compito istituzionale da questa responsabilità.

La situazione si fa ancor più evidente e attuale a fronte dell’emergenza migratoria che viene da Paesi che stanno vivendo fermenti di libertà e che propongono, in termini drammatici, una risposta per chi arriva chiedendo protezione ed asilo politico. Negli ultimi decenni gli spostamenti attraverso le frontiere si sono accentuati e diversificati. Nuovi Paesi sono entrati nella geografia dei luoghi di partenza e di arrivo, altri si sono contraddistinti piuttosto come spazi di transito. Diversi Paesi di confine con le aree più sviluppate, come il Messico, la Russia, il Nord Africa, sono diventati ormai, nello stesso tempo, luoghi di partenza, di arrivo e di passaggio (magari dopo anni di attesa) di flussi migratori. Altri, come l’Italia e più in generale l’Europa meridionale, hanno cambiato status nella geografia mondiale della mobilità umana, passando dal rango di luoghi di origine dei flussi a quello di contesti di destinazione. Presi alla sprovvista, avendo cercato per un certo periodo di non vedere quanto stava avvenendo, hanno faticato e ancora stentano ad assumere una consapevolezza adeguata del fenomeno. Nel caso italiano, più che in Spagna, Grecia o Portogallo, si è assistito alla formazione di un circuito di mutuo rafforzamento tra inquietudini popolari diffuse nei confronti dell’immigrazione e politicizzazione della questione, assurta al rango di tema primario nelle campagne elettorali.

È necessario anche qualificare il linguaggio che usiamo per superare la genericità e la superficialità che spesso contraddistinguono l’operatività e l’impegno caritativo e sociale. Di fatto le nostre comunità debbono ritrovare un grande capacità di discernimento, sapendo unire la doverosa disponibilità a dare risposte a fronte del disagio e sofferenza umana e, contestualmente, sollecitare un’adeguata responsabilità pubblica. Questa attenzione permetterebbe al grande impegno caritativo che mobilita le nostre comunità di essere accolto come itinerario soprattutto formativo e spirituale e di diventare opportunità di testimonianza di quella che possiamo chiamare l’“eccedenza della carità”.

Vi è infatti un’emergenza immigrazione che interpella la nostra umanità in questo mondo globale e il messaggio è da avvertire non solo come utile supplenza di bontà, ma come inedita e feconda opportunità.

Dobbiamo continuare a riflettere attorno alla parola “immigrazione” rilevando alcune       contraddizioni che non hanno solo effetti legislativi, ma indicano una visione culturale che porta con sé gravi derive sul piano dei diritti e della dignità di ogni persona in quanto persona, in cui riposa la dignità di figlio di Dio.

Tanto le norme istituzionali quanto il senso comune e il linguaggio quotidiano che adoperiamo cooperano nell’azione di delimitazione dei confini sociali che ha come oggetto gli immigrati. Cominciamo dal linguaggio. Noi definiamo come “immigrati” solo una parte degli stranieri che risiedono stabilmente e lavorano nel nostro Paese. Ne sono esentati non solo i cittadini francesi o tedeschi, ma anche giapponesi e coreani, anche allorquando ricadono nella definizione convenzionale di immigrato adottata dall’ONU: una persona che si è spostata in un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno. Lo stesso vale per il termine extracomunitari, un concetto giuridico (non appartenenti all’Unione europea), diventato invece sinonimo di “immigrati”, con conseguenze paradossali: non si applica agli Americani, ma molti continuano a usarlo per i rumeni. Immigrati (ed extracomunitari) sono dunque ai nostri occhi soltanto gli stranieri provenienti da Paesi che classifichiamo come poveri, mai quelli originari di paesi sviluppati.

É interessante notare che alcuni di essi hanno cambiato status nel volgere degli ultimi decenni (è appunto il caso di Giappone, Corea, Taiwan ), così come del resto sta avvenendo, per fortuna, per gli emigranti italiani all’estero. Hanno perso l’ingombrante etichetta di immigrati, entrando in quella dei “nostri amici” sempre ben accetti. Di conseguenza, il confine mentale che separa immigrati e stranieri graditi è in realtà mobile ed entro certi limiti poroso. Si può prevedere che tra venti o trent’anni cinesi, indiani e brasiliani non saranno più considerati immigrati. Un potente fattore di ri-definizione dello status dei cittadini esterni è rappresentato dai progressivi allargamenti dell’Unione europea. Un altro aspetto su cui vale la pena di soffermare l’attenzione riguarda la condizione singolare dei cittadini di Paesi di per sé classificabili come luoghi di emigrazione, ma individualmente riscattati dall’eccellenza nello sport, nella musica, nell’arte, o quanto meno negli affari. Neanche ad essi si applica l’etichetta di “immigrati”. Come ha detto qualcuno, “la ricchezza sbianca”. A queste percezioni sociali diffuse si può collegare la differente accettabilità degli  stranieri residenti, anche da diversi anni, sotto il profilo della con-cittadinanza. Ci trasferiamo così sul piano delle norme giuridiche, che riflettono molto chiaramente le preferenze sociali. La legge italiana del ’92 che regola la materia, votata dal parlamento in modo quasi unanime, prevede che per poter chiedere di diventare italiani sia sufficienti quattro anni di residenza per gli stranieri provenienti da alcuni Paesi, mentre ne occorrano dieci per gli altri, contro i cinque della normativa precedente. La stessa legge, prevedendo una corsia molto facilitata di recupero della cittadinanza   per i discendenti degli emigranti italiani all’estero, definisce i confini della nostra “nazione” in termini sostanzialmente etnici. Giovanna Zincone ha parlato al riguardo di “familismo legale”: l’italianità sembra essere prima di tutto una questione di sangue, tramandato per discendenza, o una qualità che tutt’al più può essere acquisita per matrimonio, grazie al legame con un partner appartenente alla stirpe (si sarebbe tentati di dire: alla tribù) degli italiani: soltanto nel 2009 le naturalizzazioni per residenza hanno superato quelle per matrimonio (23.000 contro 17.000).

L’immigrazione, dunque, non è solo una questione di movimenti di popolazione. É una vicenda ben più complessa, in cui intervengono gli Stati riceventi, con le loro politiche di categorizzazione degli stranieri più o meno graditi e di controllo dei confini, le reazioni delle società nei confronti dei nuovi arrivati, i Paesi d’origine con la loro reputazione più o meno positiva, e naturalmente i migranti stessi, impegnati nella ricerca di smagliature e interstizi che consentano l’accesso ai territori in cui sperano di trovare miglior fortuna che in patria.

Proprio in funzione del contrasto tra crescente domanda di mobilità e crescente restrizione degli ingressi, si è formata un’economia della frontiera e degli attraversamenti non autorizzati, che offre vari tipi di servizi a quanti desiderano passare dalla sponda “povera” alla sponda “ricca” della geografia di un mondo drammaticamente sperequato. Fabbricazione di documenti falsi, rischiosi passaggi marittimi e terrestri, matrimoni combinati, ma anche consulenza giuridica per il recupero della cittadinanza, per l’ottenimento di un qualche tipo di visto (in primo luogo, turistico), o per l’individuazione di qualche spiraglio semi-legale per l’ingresso, sono alcune delle attività offerte ai richiedenti.

Il viaggio, a sua volta, sta ridiventando per un numero crescente di migranti un’esperienza rischiosa, travagliata, che può durare mesi o addirittura anni, ricorrendo a mezzi di fortuna, ad espedienti di ogni sorta, ai servizi di passatori più o meno professionali, a soste prolungate in zone di transito per procurarsi le risorse necessarie per la tappa successiva. L’innalzamento della rigidità dei controlli ha poi un effetto facilmente prevedibile: provoca  un accrescimento della sofisticazione e del livello di organizzazione criminale dell’industria dell’attraversamento delle frontiere. Il fatto più grave, in questa spirale, è l’asservimento in varie forme di prestazioni forzate di coloro che non possono pagare il servizio. Favoreggiamento dell’immigrazione non autorizzata e traffico di esseri umani sono fenomeni diversi, ma di fatto risultano spesso intrecciati, tanto da poter essere inquadrati come i due estremi di un’unica attività. Certamente questo dato della clandestinità gestita dalla criminalità non solo non è da sottovalutare, ma chiede una grande consapevolezza che ancora una volta deve trovare una capacità di dare accoglienza alle vittime denunciando l’illegalità e lo sfruttamento.

Va interrotta la propaganda diffusa che porta a far considerare che la solidarietà non sia strettamente un cammino indispensabile per la promozione di legalità, anche di fronte alle emergenze più complesse da affrontare come quelle che riguardano ad esempio la  popolazione Rom. Dovremo far sì che il coraggio dell’ospitalità porti con sé una doverosa ed esigente richiesta di impegno di legalità esigita come condizione. Va superata qualsiasi visione assistenzialistica e contestualmente qualsiasi atteggiamento di generico aiuto che finisce per essere controproducente. Per questo è forse urgente, soprattutto nelle aree metropolitane dove si presentano maggiori fenomeni di disagio e di povertà, dove crescono accompagnamenti abusivi e dove permangono aree chiamate regolari ma di fatto abbandonate a se stesse e spesso luoghi dove prosperano illegalità e dove le condizioni di vita sono indegne umanamente, sollecitare presenze competenti e in grado di aiutare le comunità cristiane, spesso unico presidio di aiuto territoriale, a non sentirsi travolte e inadeguate. Proprio dove l’emergenza presenta caratteri forti di disagio e di fronte ad una forte pressione sociale, è importante restituire competenze. É questa sinergia che è sempre più urgente come strategia.

Le nostre comunità debbono inoltre ritrovare il coraggio culturale, formativo di guardare al fenomeno migratorio in tutta la sua complessità, che va conosciuto non solo partendo dalla emotività connessa ai cambiamenti, anche contradditori, che opera la realtà dell’immigrazione sui nostri territori, ma soprattutto aumentando la capacità riflessiva e di ascolto, non solo mass-mediatico, ma competente e in grado di attraversare anche paure e pregiudizi. Ancor più nella situazione attuale, dove alcune emergenze “esplodono” a fronte di crisi non solo legate a problemi di natura economica e di povertà, ma anche per la crescita di domande di libertà e democrazia. Si chiede dunque una capacità di comprensione con un approccio socio, politico, antropologico di quanto succede anche con un impegno di condivisione culturale. Facciamo riferimento soprattutto alla emergenza che stiamo vivendo a fronte di quanto sta succedendo nel Magreb, soprattutto considerando il dramma e la catastrofe umanitaria che sta avvenendo in Libia. É richiesta una capacità di affrontare l’esodo di donne e uomini, che chiederanno asilo-protezione da noi e in Europa, con proposte e scelte che interpellano tutta l’Europa e l’Occidente, mettono in discussione carenze e sistemi legislativi. Si dovranno mettere in moto risposte e crescite di opportunità che debbono necessariamente fare i conti con i limiti e le strategie che non possono essere unicamente emergenziali.

L’immigrazione presenta spesso nell’immediato caratteri emergenziali ma, appunto per questo, si  ha bisogno di comprendere e di non improvvisare. Non è in gioco un richiamo alla capacità di aiuto all’immigrato connesso ad una generalizzata paura, che a volte promuove rifiuto o pregiudizi. É  messa in discussione non la qualità assistenziale delle nostre comunità che sono interpellate quotidianamente, ma come formarsi, riflettere capire. La prima emergenza infatti è culturale, formativa, resa ancora più drammaticamente urgente dalla debolezza e dai ritardi della politica nel considerare l’immigrazione non solo una emergenza, ma un fatto strutturale, che chiede lungimiranza e grande coesione di interessi.

L’emergenza culturale e di comprensione di quanto succede evidenzia quella che possiamo chiamare l’emergenza per l’assenza della “buona politica” perché emergono i ritardi a prevenire, comprendere e dare risposte strutturali.

L’immigrazione costruisce una composizione nuova delle nostre comunità dove sempre più spesso a fianco di vecchi residenti, spesso anziani soli,ritroviamo nuovi residenti, cittadini che arrivano da paesi lontani. Lo sguardo che abbiamo è di una città frammentata, sempre più in preda a fenomeni di paura, di identità cariche di aggressività, incapaci di diventare identità plurali, meticce, che rimettano al centro la persona e la sua umanità. Ecco perché le nostre comunità devono criticamente soffermarsi sulla ferocia dello sviluppo urbanistico, dove la qualità del vivere è attraversata da marginalità, da sofferenza, appesantita dai problemi sociali, nella  crisi totale di relazioni umane che impoveriscono aumentando meccanismi di chiusura, di paura, di difesa in modo a volte aggressivo, favorendo nel contempo sentimenti non più di partecipazione solidale ma di chiusura e impoverimento di qualità del vivere, di paura soprattutto dell’altro percepito come diverso da noi e quindi minaccioso.

La città soffre, è una sofferenza urbana che diffonde una patologia che fa crescere le potenzialità emotive frammentate. I processi di esclusione sociale da noi non sono accanto alla città, ma stanno dentro, la attraversano e la risposta non può essere solo assistenziale, riparativa. Deve essere invece partecipativa, capace di gestire il sorgere della la conflittualità di riempire il vuoto della povertà di relazioni, di ricerca di senso dell’essere comunità. In un memorabile passo del Leviatano Hobbes affermava che la vita dell’uomo è sgradevole, brutale ma per questo deve avvertirsi l’urgenza di una passione per la giustizia, per i diritti. Sen conclude il suo libro sull’idea di giustizia proprio riferendosi a Hobbes, ricordando che il sottrarsi all’isolamento non solo è importante per la qualità della vita umana, ma può essere un fattore decisivo le privazioni di cui soffrono altri esseri umani e reagire. La sfida di vivere in città e comunità meticce va affrontato, ponendo le domande di salute e qualità della vita, delle relazioni umane, della democrazia dei diritti non come appendice ma come fondamentale esperienza etica che innova, modifica e trasforma. É il peso delle relazioni, che per dirla con Levinas,che va ricollocato nella sua importanza anche come questione culturale-sociale-strategica. Per Levinas lo straniero designa il cuore della struttura etica e responsabile della soggettività, ossia il cuore di ciò che si chiama l’umanità dell’umano. E qui vi stanno, potremmo dire riposano, le questioni del senso, dei significati del vivere. Una comunità svuotata dalla cultura dell’esistere, dove quelle domande vengono canalizzate solo nel controllo sociale effimero, nella questione del contenimento della custodia repressiva, rende i non luoghi dell’esistere spazi ferocemente poveri, svuotati di senso. R. Escobar in un libretto La paura del laico descrive la paura dell’altro, la paura che divide il mondo tra noi e loro, tra Dio e Satana, tra civiltà e barbarie Afferma: “Chiusi nella miseria dell’odio ci lasciamo convincere a rinunciare ai nostri stessi diritti civili”. Eppure dobbiamo rileggere questa sofferenza, avvertirla come nostra, come prossima e ridiventare costruttori di speranza di futuro. La paura e le speranze appunto: la prima è unica, compatta. Le seconde sono plurali, come plurali sono gli esseri umani e le loro differenze. Se della paura sono padroni i semplificatori assolutisti, delle nostre speranze siamo noi i costruttori. Non cediamo alla tentazione della semplificazione e proprio per questo insistiamo, partendo dall’esperienza, a ripensare al rapporto tra diritto e ingiustizia, tra responsabilità etica e legge, limiti della comunità, analizzando anche la posta in gioco dell’impegno sociale, per riaffermare e rilanciare il legame imprescindibile con una comunità che sappia rispondere alle sollecitazioni del faccia a faccia dell’esperienza dell’umano.

Oggi viviamo una nuova situazione, che non cambia il richiamo alla responsabilità di tutti nell’affrontare il cambiamento dei nostri tempi con rinnovato spirito di un protagonismo politico, sociale, educativo. Dopo i recenti fatti di Parigi proviamo dolore e inquietudine, paura e impotenza. La ferocia di chi predica l’odio e gli innocenti che ne rimangono vittime ci pongono interrogativi per i quali fatichiamo a trovare risposte. La violenza omicida vorrebbe impossessarsi del nome di Dio, cancellandone la sua capacità generativa. Il concetto di pace è oscurato e travolto, parrebbe privo di futuro.

Eppure, è proprio questo il momento in cui dobbiamo ostinatamente fermarci a riflettere e a cercare anche nel silenzio i sentimenti più profondi. Come individui, ma anche come comunità. Se, di fronte a certe tragedie, è umano reagire con un grande smarrimento, altrettanto grande deve essere la volontà di reagire, di incontrarsi, di condividere i propri vissuti e di capire insieme quali sono gli strumenti migliori per riprendere a dialogare. Personalmente, dal mio osservatorio su Milano che è la Casa della carità, è un’esigenza che avverto con forza.

 

*Presidente della fondazione Casa della Carità

 

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